Si chiama Mut’az Shaklab, è un ex politico siriano, attivo nella prima fase delle rivolte contro Assad. Attualmente è un middle man, quello che normalmente si chiamerebbe “intermediario”. Nel 2013 viene contattato da un suo commilitone siriano che gli propone di incontrare alcune persone per un lavoro a Beirut, nell’ambasciata italiana. Qui viene presentato all’avvocato della famiglia di Domenico Quirico, che in realtà è un funzionario dell’intelligence italiana, e ad un rappresentante della Farnesina. Inizia così il periodo delle trattative con le Brigate Farouq per la liberazione del giornalista italiano e del suo collega belga, una fase critica, estenuante, perché i rapitori hanno fatto sapere che la pazienza sta per finire e che presto uccideranno i due ostaggi. E’ solo una delle tante storie che si celano dietro questo nuovo traffico di esseri umani che si acuisce in ogni zona di guerra e che prende di mira giornalisti, attivisti delle ONG, cooperanti, funzionari governativi, turisti. Chiunque può essere un bersaglio che, non appena catturato, diventa una merce, un bene immobile, che si può maltrattare ma non abusare fino in fondo perché altrimenti perderebbe di valore. Un bene il cui possesso può essere ceduto facilmente ad altri gruppi gravitanti nella galassia criminale della zona coinvolta. Sopratutto in Siria infatti, il confine tra terrorismo, ribelli e criminalità organizzata è particolarmente fumoso e poco chiaro. Può succedere, come nel caso di Greta e Vanessa, le due cooperanti liberate nel gennaio 2015, che il sequestro sia avvenuto per mano di un gruppo criminale locale i quali avrebbero poi venduto la “merce” ad una frangia del Fronte al-Nusra che ha potuto beneficiare dei due ostaggi per intavolare trattative con rappresentanti del governo italiano. Per la loro liberazione il Ministro Gentiloni ha dichiarato che non è stato pagato alcun riscatto ma, nella sua recente inchiesta, al-Jazeera ha affermato di aver ottenuto foto degli 11 milioni di dollari in contanti consegnati ad al-Nusra per le due cooperanti. E’ chiaro che, davanti a somme del genere, i sequestri di persona siano divenuti una attività particolarmente remunerativa a fronte di rischi piuttosto esigui. Gli ostaggi vengono spostati in continuazione oppure tenuti nascosti in zone pressoché inaccessibili da persone allogene e quindi la presenza di middle man, la cui fiducia è tutt’altro che comprovata, risulta essenziale per capire chi abbia in mano i sequestrati ed aprire un dialogo. Alle volte, tuttavia, il valore di un ostaggio non dipende unicamente da quanto il suo governo sia disposto a pagare ma dalla qualità propagandistica che la sua cattura ed esecuzione porta ai sequestratori. L’uccisione di James Foley rientra in questa triste categoria; l’ISIS ha guadagnato molto di più dalla sua decapitazione online che non da un qualsiasi riscatto.

Di fronte ai sequestri di persona la comunità internazionale ha assunto posizioni omogenee ma che, di fondo, sono profondamente diversificate. Gli Stati Uniti, nonostante alcune aperture fatte recentemente dal presidente Obama, il Regno Unito e alcuni paesi del nord Europa rimangono inamovibili a qualsiasi tipo di trattativa con i sequestratori. Italia, Francia e Spagna hanno invece dimostrato di essere più flessibili e di ritenere la salvaguardia della vita degli ostaggi la priorità della propria agenda. Il colonnello Mark Mitchell, ex consigliere del Presidente Obama per la questione ostaggi, ha dichiarato che i governi che accettano di negoziare e poi negano sono perfettamente consci che, adempiendo all’obbligo morale di salvare la vita dei propri concittadini, possono potenzialmente mettere in moto una serie di conseguenze incredibilmente dannose e dunque si rifugiano nella copertura istituzionale affermando di seguire il modus operandi internazionale di non trattare con i terroristi. Lo stesso Mitchell ha riconosciuto che, nella logica del governo americano di confronto con il terrorismo, la salvaguardia della vita degli ostaggi è una priorità, ma certamente non la più alta. Secondo al-Jazeera uno scontro tra queste due diverse visioni del problema ostaggi si è avuto tra Sud Africa e Italia nel rapimento dello skipper Bruno Pellizzari e della sua compagna sudafricana Debbie Calitz da parte dei pirati somali nell’ottobre 2010. Il Sud Africa si disse immediatamente contrario a qualunque tipo di trattativa con i sequestratori e che avrebbero tentato altre strade per giungere alla liberazione; nel frattempo la sorella di Pellizzari, Vera Hecht, fu contattata dai pirati e iniziò estenuanti negoziazioni personali cercando aiuto anche in enti privati stranieri. Nel momento di maggiore criticità per la vita dei due ostaggi, Vera fu contattata tramite social network da un uomo italiano, tale “Marco”, che parlava a nome del governo italiano e che l’avrebbe aiutata nella trattativa per la liberazione dei due. Roma aveva fatto sapere di non essere disposta ad aspettare ulteriormente la strategia temporeggiatrice di Johannesburg. In base ad un documento secretato dei servizi di sicurezza sudafricani, ottenuto da al-Jazeera, l’AISE avrebbe pagato 525.000 dollari per la liberazione dei due ai quali sarebbe poi stato imposto di non rivelare nulla della trattativa intercorsa con i somali.

Sfortunamente in un sequestro di ostaggi difficilmente si può trovare un equilibrio di Nash. Fornire ai terroristi di al-Nusra 11 milioni di dollari da spendere in armi, droga, propaganda e alimentare il loro jihad può potenzialmente provocare più danni e vittime dei due singoli ostaggi per cui si è deciso di pagare quella cifra (sebbene il flusso del contante pagato possa essere poi rintracciato identificando e mappando i beneficiari di questo traffico). Uno Stato che paga una volta è potenzialmente un cliente affidabile e i suoi concittadini selvaggina privilegiata. Autorizzare invece una operazione militare, qualora si sia riuscito a localizzare il luogo di detenzione, crea un ulteriore surplus di rischi tra cui la vita dei soldati coinvolti, la violazione di uno spazio sovrano anche se in zona di guerra e la possibilità non così remota che nello scontro gli ostaggi possano rimanere comunque uccisi. E’ successo così per Franco LaMolinara in Nigeria e per Lorenzo D’Auria in Afghanistan. L’opinione pubblica italiana inoltre, a differenza di quella britannica, francese o americana, condizionata fortemente dalla solita stupida propaganda politica dell’art. 11, darebbe scandalo se si venisse a sapere di una operazione militare segreta in territorio ostile andata male. D’altro canto, seguendo la linea dura angloamericana e nord europea, si condanna i propri concittadini ad una pallottola in testa o ad una decapitazione pubblica. Il problema morale kantiano di scegliere tra il valore assoluto anche di una sola vita e le conseguenze negative che questa scelta comporta si rivela qui in tutta la sua tragicità etica. Vera Hect, la sorella di Pellizzari, intervistata da al-Jazeera, alla domanda: “Cosa vorrebbe dire a “Marco” se ci stesse guardando adesso?”, tra le lacrime ha risposto: “Solo grazie, grazie mille. Hai salvato la vita di mio fratello”. Probabilmente i pirati somali avrebbero risposto: “Grazie, grazie mille. Ci hai dato mezzo milione di dollari per attaccare e sequestrare qualche altra nave”. Il valore di una vita e le sue conseguenze. Un business che, fino ad oggi, ha fruttato milioni di dollari a organizzazioni prive di scrupoli da un lato e morti pubbliche e sofferenze dall’altro.