Il 16 settembre, a Ouagadougou capitale del Burkina Faso, il reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), corpo d’élite guidato dal generale Gilbert Diendéré, ha fatto irruzione nel consiglio dei ministri arrestando il Presidente ad interim Michel Kafando, il premier Isaac Zinda e vari mini­stri, tra i quali quello dell’urbanismo Bagorò, diretta espres­sione del Balai Citoyen, uno dei movi­menti della società civile protago­ni­sta della rivolu­zione del 30 – 31 otto­bre 2014 che aveva por­tato alla caduta del regime. Dietro il golpe ci sarebbe il Congresso per la democrazia e il progresso il partito dell’ex Presidente Blaise Compaoré che nel 1987 fece assassinare su istigazione della Francia, della Libia e degli Stati Uniti oltre che dei sanguinari signori della guerra Charles Taylor e Idriss Déby, il rivoluzionario Thomas Sankara, che aveva preso il potere nel 1983, fautore di politiche sociali che per la prima volta nella storia del paese avevano contribuito a migliore le condizioni di vita di larghe fasce della popolazione dalle donne, ai bambini, agli anziani, sino ai lavoratori e ai contadini. Pare che gli esponenti del vecchio regime non abbiano gradito l’esclusione dei propri rappresentanti dalle elezioni presidenziali e abbiano quindi fornito il loro appoggio al putsch del generale Diendéré il quale secondo il rap­porto finale della com­mis­sione che indaga sui crimini del regime sarebbe l’assassino materiale dell’ex Presidente Sankara.

Tuttavia la popolazione burkinabè non è rimasta inerte ed è scesa in piazza a protestare contro il colpo di stato. La notte stessa del golpe con improv­vi­sati e chias­sosi cor­tei di moto­ci­clette i manifestanti hanno bloc­cato la cir­co­la­zione nelle città prin­ci­pali. La rispo­sta della giunta è stata il copri­fuoco; ma anche la notte nell’oscurità alcuni gio­vani sono sci­vo­lati silen­ziosi e hanno cer­cato di col­pire le pat­tu­glie con pie­tre e molotov ed in rispo­sta hanno rice­vuto raf­fi­che di kala­sh­ni­kov. Il bilan­cio prov­vi­so­rio è di una doz­zina di morti, nella sola capitale. Molto dura è stata anche la reazione degli altri stati africani. Al termine di una riunione d’emergenza dell’Unione Africana (UA) ad Addis Abeba, l’ex ambasciatore ugandese in Sudan Mul Katende, di turno alla presidenza del Consiglio di pace e di sicurezza (Cps), ha affermato che l’Ua «ha deciso di sospendere con effetto immediato il Burkina Faso da tutte le attività». Come se ciò non bastasse il Cps ha dichiarato che tutti i fautori del colpo di stato e i militanti del Congresso per la democrazia e il progresso, non devono abbandonare il paese e che vengano congelati tutti i loro beni depositati in tutti i paesi facenti parte dell’organizzazione panafricana.

Persino l’esercito si è ribellato al golpe. Nella notte tra il 21 e il 22 settembre quest’ultimo è entrato nella capitale e ha dato un ultimatum al generale Gilbert Diendéré e agli organizzatori del colpo di stato. Esercito e golpisti erano giunti ad una tregua onde evitare inutili spargimenti di sangue. Tuttavia il 29 settembre le forze armate hanno occupato il campo militare della Guardia Presidenziale, protagonista del golpe contro il Presidente ad interim Kafando. Il generale Gilbert Diendéré, capo dei golpisti, ha invitato via radio i suoi uomini ad arrendersi “per evitare un bagno di sangue”. Tuttavia questi ultimi non sembrano disposti a deporre le armi. Si tratta di una situazione di stallo che potrebbe portare addirittura ad un’aperta guerra civile con un innumerevole numero di morti. Stando ad alcune testimonianze l’esercito avrebbe attaccato il campo – dove risiedevano numerose famiglie ed una clinica – a colpi di artiglieria provocando una strage. Resta da capire quale sarà l’atteggiamento dei golpisti davanti al popolo burkinabè, all’Unione Africana e alla Comunità Internazionale. In ogni caso sembra che le cose non stiano volgendo a favore della «terra degli uomini liberi», nome con cui è chiamato il Burkina Faso nella lingua more parlata dall’etnia mossi.