In Colombia si è votato un referendum sull’approvazione del trattato di pace tra il governo e le FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Queste sono nate nel 1964 per difendere i campi autogestiti dei contadini delle regioni di Tolima e Hulia e hanno continuato senza sosta a lottare con le armi per trasformare la Colombia in una Repubblica Socialista e liberarla dal giogo statunitense. Non è infatti eccessivo definire questo paese come il più grande avamposto USA in America Latina, caratterizzato da politiche liberiste di tagli alla spesa pubblica per sanità e istruzione che hanno drasticamente colpito le fasce deboli della popolazione, dai lavoratori, i cui pochi diritti sono stati ulteriormente peggiorati, ai giovani fino ai disoccupati. Basti pensare che è il paese dove si sono rifugiati gli oligarchi Venezuelani dopo l’avvento di Hugo Chàvez, da dove coordinano, organizzano e finanziano l’opposizione al governo di Maduro. Lo stesso Lorent Saleh, fondatore del movimento politico Operazione Libertà, il principale protagonista del terrorismo contro il governo Venezuelano, vive in Colombia. Le FARC entrarono nelle istituzioni con la coalizione Unione Patriottica, ma quando i loro leader vennero fatti fuori poco dopo compresero che la via legale al cambiamento era impercorribile e si staccarono definitivamente dal Partito Comunista Colombiano. I negoziati di pace con il governo iniziarono nel 1998 e si conclusero nel 2002. Giunsero a scarsi risultati, come la riforma agraria e qualche cessate il fuoco raramente rispettato. Ripresero poi nel 2012 grazie alle pressioni di Hugo Chàvez, Fidel Castro e del Forum di Sao Paolo. Nel corso di questi anni si era spesso giunti ad un accordo che veniva puntualmente bloccato al momento dell’ufficialità.

Tutto questo fino a poche settimane fa, quando il Presidente Santos decide di indire un referendum per far scegliere al popolo se approvare o meno l’accordo raggiunto, da lui fortemente voluto. Tra i sostenitori del NO c’era però Alvaro Uribe, l’ex Presidente della Colombia. Uribe, che ha ancora molto consenso tra la popolazione, definiva l’accordo eccessivamente a favore delle FARC, che in questi 52 anni di guerriglia hanno causato fin troppe morti e caos da non essere assolutamente nelle condizioni di avanzare proposte e addirittura di avere la possibilità di venire reintegrate nella società e accedere a cariche istituzionali. Nonostante i sondaggi il no ha vinto con il 50,2% e la Colombia ha perso l’ennesima occasione di fermare la guerra civile.

Volendo analizzare i motivi che hanno portato il no alla vittoria, sembra eccessivo ridurli ad un odio per le FARC al punto di non voler cessare la guerra fratricida che dura da più di mezzo secolo. Emerge invece molto analizzandola figura dell’ex Presidente Uribe, che più di tutti ha spinto e finanziato la propaganda per il no. Un rapporto della Direzione Investigativa Antidroga americana del 1990, dimostra come Uribe era all’82° posto nella classifica dei narcotrafficanti più ricercati al mondo. Al 79° c’era il celebre Pablo Escobar, a cui l’ex Presidente era molto legato. Inoltre alcuni narcotrafficanti pentiti hanno confessato come egli sia strettamente collegato anche a Salvatore Mancuso, uno dei vertici delle AUC, le Unità di Autodifesa della Colombia: gruppi paramilitari anti-insurrezionalisti, nella realtà braccio armato dei narcotrafficanti. Volendo collegare i fili di questi dati, non può non prendere forma un’ipotesi ben precisa: la pace è inconciliabile col narcotraffico, attività diffusissima in Colombia che vanta rappresentanti tra le più alte istituzioni, come Uribe. I narcotrafficanti hanno bisogno del caos per poter accedere alle armi ed utilizzarle con molta più tranquillità. Gli interessi in gioco sono molto alti e la pace governo-FARC può essere comodamente sacrificata per permettere a questi personaggi di continuare i loro affari.