La storia della pluridecennale rivalità indo-pakistana è la storia di una contrapposizione divenuta, col passare degli anni, una vera e propria sindrome, una liason alla rovescia che i due protagonisti sembrano voler prolungare a oltranza al di là di qualsivoglia paradigma economico o geopolitico. Ai nostri giorni, la tesa relazione tra Nuova Delhi e Islamabad vive una fase di acuta tensione a causa delle schermaglie nel Kashmir, che vedono coinvolti gruppi militanti dietro le cui azioni l’India sembra vedere la mano dei servizi segreti pakistani, e della rinnovata verve nazionalista del governo indiano di Narendra Modi, a cui si contrappone un Pakistan desideroso di farsi spazio nelle ampie distese del mondo multipolare. Una guerra di nervi coinvolge al giorno d’oggi i due Paesi. Tale conflitto risulta, in ultima istanza, deleterio per le prospettive internazionali di Islamabad e Nuova Delhi, dato che impedisce loro di sfruttare appieno le potenzialità strategiche offerte all’Asia dal graduale slittamento verso Oriente dei baricentri geopolitici planetari. Sono in primo luogo logiche interne ad India e Pakistan, sedimentazioni di vecchi attriti storici e visioni coinvolgenti le relazioni multilaterali dei due Paesi a tenere in piedi una rivalità che da settant’anni condiziona l’evoluzione dell’Asia centro-orientale.

Il discorso del Primo Ministro di Nuova Delhi in occasione della festa per l’indipendenza nazionale indiana celebrata l’11 novembre 2016 ad Agra, nel corso del quale il leader dell’India ha sottolineato la contrapposizione del suo Paese col Pakistan in nome di un forte afflato nazionalistico.

Il discorso del Primo Ministro di Nuova Delhi in occasione della festa per l’indipendenza nazionale indiana celebrata l’11 novembre 2016 ad Agra, nel corso del quale il leader dell’India ha sottolineato la contrapposizione del suo Paese col Pakistan in nome di un forte afflato nazionalistico.

Sul versante pakistano il peso dello sviluppo storico del Paese si fa sentire enormemente: non bisogna infatti dimenticare che sin dai tempi del primo Presidente, il Qaid-i-Azam (“Grande Leader”) Muhammad Ali Jinnah, la grande sfida del Pakistan è sempre stata la definizione di una precisa identità nazionale, di una serie di capisaldi sociologici e politici in grado di affermare l’alterità del Paese rispetto all’India e, nei fatti, la sua legittimità ad un’esistenza autonoma. È possibile inferire che, in misura inferiore al solo l’Islam, proprio la “pregiudiziale anti-indiana” abbia sin da sempre giocato un ruolo fondamentale in questo tentativo, tuttora traballante e incerto in una fase storica che vede la popolazione musulmana dell’India prossima ad approssimare l’intera popolazione pakistana. A Islamabad i vertici delle forze armate e dell’onnipotente Inter-Services Intelligence (ISI) sono sempre stati i principali interpreti del sentimento anti-indiano, induritosi a partire dalla traumatica sconfitta nella guerra del 1971 e tuttora funzionale al mantenimento di un budget per la Difesa pari al 2,8% del PIL (il dato indiano è pari invece a un pur ragguardevole 2,3%).

La controversa spartizione della contesa regione del Kashmir. In verde i territori attualmente controllati dal Pakistan, in arancio quelli soggetti alla giurisdizione indiana.

La controversa spartizione della contesa regione del Kashmir. In verde i territori attualmente controllati dal Pakistan, in arancio quelli soggetti alla giurisdizione indiana.

Sul versante opposto, invece, l’ascesa di Narendra Modi ha avviato un cambio di paradigma nella strategia indiana nei confronti del Pakistan, portato avanti in maniera parallela alle manifestazioni di etno-nazionalismo hindu eloquentemente rappresentate dalla recente legge attraverso la quale il Gange, fiume sacro, ha acquisito la medesima tutela giuridica spettante a una persona fisica. La spinta di Modi nei confronti del Pakistan è particolarmente percepibile nel Kashmir, regione contesa in cui l’esercito indiano ha più volte condotto operazioni nell’area controllata dalle forze armate di Islamabad per stanare i militanti del gruppo Jaish-e-Mohammad; il fatto che nel mese di ottobre Modi sia arrivato a definire il Pakistan mothership of terrorism testimonia eloquentemente il sentimento dominante negli uffici governativi di Nuova Delhi. Al tempo stesso, Modi non fa mistero di parteggiare apertamente per i separatisti del Balochistan, attivi nel Sud del Pakistan: lo scenario che caratterizza i due Paesi, dunque, è quello di una rivalità liquida, multiforme, rapida ad insinuarsi su ogni possibile piano di scontro. Come notato da Michael Kugelman sul The Diplomat in un’analisi dello scorso 24 settembre, il grado di deterioramento dei rapporti bilaterali indo-pakistani giustifica, alla prova dei fatti, entrambi i contendenti a portare avanti qualsivoglia operazione per avvantaggiarsi sull’avversario: il non plus ultra, in questo caso, sarebbe chiaramente rappresentato da una nuova guerra aperta tra i due Paesi dopo i conflitti del 1947, del 1965, del 1971 e del 1999. Una guerra che porterebbe con sé lo spauracchio di un impiego degli arsenali nucleari dei due Paesi, ipotesi al giorno d’oggi remota ma niente affatto irrealistica, vista l’imprevedibilità delle conseguenze a cui potrebbe condurre l’ampio numero di covert operations condotte a cavallo dei confini indo-pakistani.

L’immensa folla dei pellegrini nell’ultima celebrazione del Maha Kumbh Mela, il festival rituale di purificazione in cui ogni dodici anni i partecipanti si ritrovano nella città di Allahabad per immergersi nel Gange, nel punto in cui entro le sue acque confluiscono quelle dello Yamuna e del Sarasvati. All’ultimo Maha Kumbh Mela, svoltosi nel 2013, hanno partecipato oltre 90 milioni di pellegrini; il Gange è stato recentemente oggetto di un importante provvedimento che, con la scusa di implementare una più efficace protezione dall’inquinamento, gli ha consegnato la “personalità giuridica”. Un nuovo, importante simbolo del crescente nazionalismo hindu espresso apertamente nelle politiche del Primo Ministro Modi.

L’immensa folla dei pellegrini nell’ultima celebrazione del Maha Kumbh Mela, il festival rituale di purificazione in cui ogni dodici anni i partecipanti si ritrovano nella città di Allahabad per immergersi nel Gange, nel punto in cui entro le sue acque confluiscono quelle dello Yamuna e del Sarasvati. All’ultimo Maha Kumbh Mela, svoltosi nel 2013, hanno partecipato oltre 90 milioni di pellegrini; il Gange è stato recentemente oggetto di un importante provvedimento che, con la scusa di implementare una più efficace protezione dall’inquinamento, gli ha consegnato la “personalità giuridica”. Un nuovo, importante simbolo del crescente nazionalismo hindu espresso apertamente nelle politiche del Primo Ministro Modi.

Osservatore interessato e, si potrebbe dire, vistoso “terzo incomodo” nella spinosa questione indo-pakistano è senza dubbio la Cina. Una Cina intenta a sviluppare il suo amplissimo progetto geopolitico One Belt One Road, a programmare una “via autonoma” alla globalizzazione che non può prescindere dai rapporti intercorrenti tra Pechino e, rispettivamente, Islamabad e Nuova Delhi. Chi scrive ha parlato in passato tanto del potenziale di sviluppo conosciuto dalla florida relazione sino-pakistana quanto della complessa, a tratti schizofrenica, interazione della Cina con l’India. Estendendo la visuale al triangolo sino-indo-pakistano, si può constatare come Pechino rappresenti, in ogni caso, una “cartina di tornasole” per valutare gli sviluppi della relazione indo-pakistana e per leggere ambizioni, speranze e timori dei due complessi Paesi. Nel tourbillon di complesse questioni strategiche che aleggiano sugli impervi confini tra i tre Stati, il tema primario è senz’altro rappresentato dalle prospettive che potrebbero aprirsi per una distensione tra Pakistan e India nel caso in cui l’integrazione economica interregionale, veicolata da progetti come il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) e il Corridoio BCIM (Bangladesh-Cina-India-Myanmar) favorisse opportunità di scambio economico e avvicinamento geopolitico tra Nuova Delhi e Islamabad. Lo scorso 21 dicembre il Generale pakistano Aamir Riaz ha aperto a una possibile estensione del CPEC sul suolo indiano: ipotesi interessante, ma allo stato attuale delle cose resa oltremodo complicata non solo dalla tensione bilaterale indo-pakistana ma anche dall’ostruzionismo strategico tra Nuova Delhi e Pechino, che si manifesta principalmente nell’interesse indiano a sobillare le tensioni nel Balochistan, ove in futuro il porto di Gwadar dovrebbe rappresentare un terminale di primaria importanza per le prospettive geopolitiche della Repubblica Popolare, e nella corsa al riarmo navale che anima gli scenari nell’Oceano Indiano.

Cartina delle infrastrutture in fase di costruzione per completare il CPEC

Cartina delle infrastrutture in fase di costruzione per completare il CPEC

Le prospettive di lungo periodo della rivalità indo-pakistana, in ultima istanza, saranno al contempo causa ed effetto dell’evoluzione degli scenari geopolitici dell’Asia Meridionale. La sfiducia di fondo che regna tra i due Paesi e la vocazione provocatoria delle loro politiche estere reciproche lasciano, al giorno d’oggi, pochi spazi per un riavvicinamento immediato, ma non è irrealistico supporre che, in un futuro prossimo, la situazione possa radicalmente mutare. Il pendolo oscilla imprevedibilmente tra Nuova Delhi e Islamabad, tra guerra e pace, tra realpolitik e retorica, tra buonsenso e provocazioni: a settantanni dall’inizio di una delle più durature e tenaci rivalità geopolitiche della storia contemporanea, solo una comprensione degli interessi politico-economici comuni che, fondamentalmente, potrebbero legare India e Pakistan potrebbe fungere da base per un dialogo ora più che mai necessario per la stabilità di una regione dall’elevatissimo potenziale strategico.