La Turchia è divisa in due. Di per sé non è la notizia più rilevante che fuoriesce leggendo i dati del referendum di domenica scorsa. Da anni infatti il Paese presenta una spiccata differenza tra le sue metropoli e la sua campagna, tra una Istanbul dove il giorno prima delle nozze si va per locali con addii al celibato passati tra musica dance ed alcool e, al contrario, un’Anatolia dove a tre giorni dalle nozze la futura sposa viene nascosta ed i parenti del futuro marito girano per i villaggi in cerca di sue notizie in cambio di doni e regali. La bellezza di questo Paese, del resto, è sempre stata la sua sospensione tra occidente ed oriente. La vera notizia che emerge, in realtà, è che Erdogan non è più grado di far da cerniera e collante tra i variegati mondi che compongono la Turchia: l’AKP, il partito del presidente, era nato nel 2001 proprio con lo scopo di coniugare tradizione e modernità, Islam ed istituzioni parlamentari, le preghiere degli Imam con le istanze della classe imprenditoriale. Ed in parte, a dire il vero, l’AKP era riuscito in questo intento: Erdogan era salito al potere nel 2002 riuscendo, da un lato, a recepire le istanze di chi premeva per un ritorno dei valori della religione quali cardini guida della società e, dall’altro, a fare proprie le richieste di una maggiore modernizzazione delle strutture economiche della nazione.

Non è un caso che Erdogan abbia iniziato la sua carriera politica non dall’Anatolia o dalle regioni più conservatrici della Turchia, bensì da quella Istanbul cosmopolita che a metà anni ’90 iniziava ad ostentare le sue infrastrutture moderne ed i suoi locali alla moda. Quella stessa Istanbul che, ad inizio anni 2000, lo ha eletto Sindaco e gli ha permesso di diventare tra i leader più popolari del Paese. Ma oggi, a distanza di 15 anni dal suo primo governo, l’AKP e soprattutto il suo presidente non sembrano più in grado di avere lo slancio all’interno di variegate categorie della società. La Turchia delle metropoli, che ha visto in Erdogan un politico sì conservatore ma al tempo stesso in grado di superare la retorica un po’ usurata e monca di repubblicani e nazionalisti, oggi è tornata in massa a voltargli le spalle, mentre l’Anatolia profonda continua invece ad essere l’unico e solo serbatoio di consensi. La spaccatura sociale, tanto affascinante quanto ‘romantica’, tra Turchia euro-mediterranea e Turchia asiatica è anche netta spaccatura politica. Basta osservare la cartina di sotto riportata per rendersi conto del fatto che l’Hayir’ (il No) abbia prevalso sulla costa e nelle grandi città, mentre i favorevoli che hanno votato Evet’ (il Sì) appaiono ‘colorare’ le parti centrali del Paese.

referendum Turchia

Mappa del risultato elettorale

Imprenditori, giovani e cittadini del ceto medio urbano hanno in massa bocciato la riforma ed hanno espresso la propria volontà di far naufragare il progetto politico del presidente, il quale incassa anche il secco rifiuto da parte dei curdi e paga quindi i deliri neo-ottomani che accompagnano la sua campagna contro il PKK e la sua politica estera da almeno sei anni. Anche se la riforma è passata e con la prospettiva, dopo le congratulazioni espresse da Donald Trump, di un affievolimento della pressione internazionale circa una ripetizione delle votazioni per presunti brogli durante la fase di scrutinio (nelle scorse ore l’Osce ha ufficialmente ritenuto le elezioni ‘non regolari’), il progetto più alto di Erdogan appare naufragare: il fondatore dell’AKP non mirava soltanto al presidenzialismo, a cui comunque è arrivato grazie al risicato 51% del , ma aspirava ad essere un nuovo ‘padre della patria’, il precursore di una nuova Repubblica turca diversa da quella laica di Ataturk. Pur tuttavia, dopo questo risultato, il presidente appare come leader del più importante partito e non come colui in grado di cementificare la società attorno al consenso per la sua formazione politica; un uomo che divide e che spacca a metà l’elettorato e non, come nelle sue previsioni dopo 15 anni di governo, l’uomo su cui far convergere le tante anime della sua Turchia.

La spaccatura politica, prima ancora che sociale, è il primo dato che emerge ma non l’unico: a fianco ad esso infatti, vi è anche la constatazione che, se da un lato il Paese appare lontano dal digerire in maniera plebiscitaria l’AKP, dall’altro però non vi sono alternative valide ad esso. Erdogan quindi, anche se non è riuscito a convincere i turchi che risiedono in patria (da ricordare che il è passato con i voti decisivi dei residenti all’estero), ha però dalla sua il fatto che nessuno appare realmente in grado di insidiarlo; la società civile si mostra attiva, molto sveglia ed attenta alle dinamiche del Paese, Istanbul, Ankara e Smirne appaiono essere metropoli dove il progetto di trasformare l’AKP in un partito egemone sia molto lontano dal cuore pulsante dell’opinione pubblica, ma al contempo non vi è alcuna formazione che possa iniziare seriamente a costruire un’alternativa alla leadership instauratasi oramai 15 anni fa.

La Turchia non potrà mai essere un feudo di una sola persona, essa è troppo variegata, differente ed anche dinamica per poter essere governata con metodi da sultano ma, al tempo stesso, Erdogan continuerà a stare al suo posto. Il destino del suo futuro politico è ancora nelle sue mani: se intuisce che, volente o nolente, deve fare i conti con un Paese oramai diverso da quello che ospitò l’Impero Ottomano, allora potrà nuovamente tentare di ricucire lo strappo; se, al contrario, il suo autoritarismo continuerà imperterrito a crescere (a prescindere dal presidenzialismo intaccato con la riforma approvata) e l’AKP a tirare ancora la corda, allora la Turchia potrebbe essere destinata a vivere ulteriori ed estenuanti bracci di ferro specialmente nelle sue piazze e nelle sue città, con gli spettri mai sopiti degli attentati degli ultimi mesi e, soprattutto, del tentato golpe di luglio.