Gli ultimi mesi del 2016 e il 2017 prossimo venturo saranno decisivi per stabilire il destino dei paesi latinoamericani interessati nello scorso decennio dall’ascesa dei governi del socialismo del XXI secolo, che oggi vivono una delicata fase storica di transizione interna, necessitando di rilanciare i processi rivoluzionari che, in nome dei principi del bolivarismo, hanno portato a innumerevoli mutamenti in campo politico, economico e sociale ma che ora, proprio per le difficoltà riscontrate nell’adattamento ai nuovi assetti venutisi a creare, mancano della necessaria energia propulsiva. Questa fase delicata è stata caratterizzata in alcuni importanti paesi della regione (Argentina, Brasile, Venezuela) da vere e proprie crisi che, nonostante le diverse manifestazioni concrete che hanno fatto seguito alla loro deflagrazione e i loro diversi picchi d’intensità raggiunti, hanno visto la loro origine in una serie di problematiche comuni a tutte le nazioni latinoamericane. Tra queste si possono segnalare l’esaurimento della dirompente crescita economica verificatasi durante gli anni della decade dorada, il dilagare della corruzione nel sistema politico e amministrativo, l’ingresso sulla scena di forze di opposizione eterogenee ma unite dalla volontà di cancellare i risultati delle rivoluzioni bolivariane e il dispiegamento troppo lento del processo di “istituzionalizzazione” di organizzazioni partitiche che, dopo aver apportato radicali riforme al sistema, devono mutare necessariamente assetto per poter preservare le conquiste raggiunte.

Anche i paesi in cui i governi del socialismo del XXI secolo riescono ancora ad agire in maniera efficace, Ecuador e Bolivia, si è assistito all’insorgere di problematiche non indifferenti connesse innanzitutto a tematiche di natura economica. La recente, tragica vicenda dell’uccisione del viceministro dell’Interno boliviano Rodolfo Illanes da parte di un gruppo di minatori cooperativisti scioperanti contro il governo di La Paz intenzionato a consentire la formazione di sindacati di settore, è un’eloquente conferma delle insidie che attendono persino il governo del socialismo del XXI secolo maggiormente capace di veicolare, in questi ultimi anni, gli ideali e il pensiero applicati in America Latina a partire dall’ascesa al potere di Hugo Chavez in Venezuela nel 1999. Proprio un contenzioso nel settore delle risorse naturali, il comparto dell’economia dimostratosi in passato cruciale per il dispiegamento concreto delle rivoluzioni bolivariane, simboleggia e consente di capire la maggiore sfida che nei prossimi anni i governi e i movimenti politici dovranno affrontare al fine di proseguire il cammino su un percorso fattosi improvvisamente accidentato. Il bolivarismo dovrà infatti superare i vincoli imposti da una concezione estrattivista dell’economia per poter condurre la necessaria transizione verso la seconda fase del suo percorso, che dovrà consentire di lanciare in orbita i regimi politici da esso edificati, garantendone la sopravvivenza e la prosperità in un ciclo temporale superiore alla durata della parabola politica dei loro fondatori. La riforma economica assume in tal senso un’importanza determinante, dato che l’adattamento delle strutture produttive dei paesi interessati dal socialismo del XXI secolo rappresenta il primo e fondamentale intervento da operare al fine di stabilizzare la situazione.

Le politiche di espansione dello stato sociale, gli interventi volti a creare posti di lavoro attraverso ingenti investimenti pubblici, i progetti di costruzione massiccia di scuole e ospedali, le battaglie contro l’analfabetismo e la malnutrizione hanno rappresentato azioni decisive messe in campo da tutti i governi del socialismo del XXI secolo; per realizzarle, i governi bolivariani hanno sfruttato a loro vantaggio i benefici economici derivanti dal ritrovato controllo sulle imprese operanti nell’estrazione e nella lavorazione delle materie prime e sui proventi derivanti dalla loro esportazione. Il petrolio venezuelano ed ecuadoregno, il rame boliviano e il gas naturale argentino hanno funto da carburante per il processo rivoluzionario e favorito dunque l’ascesa dei governi del socialismo del XXI secolo. Essi nel decennio scorso hanno saputo infatti erodere l’influenza detenuta dai grandi gruppi imprenditoriali nazionali od occidentali e cavalcare il continuo aumento dei prezzi delle materie prime, riuscendo in tal modo a sfruttare la condizione favorevole del contesto storico per ottenere risultati che sono a lungo andati al di là di ogni più rosea aspettativa. Nel frattempo, tuttavia, nessuno dei governi ha programmato in maniera attenta eventuali strategie volte a limitare gli effetti di una crisi dei prezzi delle risorse naturali e a contenere le conseguenze ambientali dovute all’espansione della produzione di petrolio, gas, metalli. Troppo a lungo i governi dei paesi latinoamericani hanno tratto vantaggio dalla logica estrattivista per poter intraprendere serie riflessioni interne sugli indirizzi futuri del cammino da essi intrapreso. La logica estrattivista ha dato i suoi risultati nell’impetuosa fase iniziale di progresso soprattutto a causa delle politiche redistributive operate dai governi, che hanno utilizzato i proventi derivanti dal commercio delle materie prime nell’interesse delle fasce più povere e svantaggiate della popolazione; in un secondo momento, a seguito dell’esaurimento della crescita e della contrazione repentina dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, essa ha finito per rappresentare un freno per il progresso delle nazioni latinoamericane, ritrovatesi vittime della loro dipendenza economica nei confronti di un singolo settore.

Superare l’estrattivismo e diversificare le strutture economiche rappresenterebbe dunque un primo passo essenziale per consentire ai sistemi del socialismo del XXI secolo di acquisire una sicurezza duratura. Politiche di diversificazione andrebbero operate ai fini di sfruttare le grandi potenzialità di numerosi settori (agricoltura, silvicoltura, manifattura, piccolo commercio al dettaglio) che oggigiorno detengono un peso decisamente ridotto all’interno delle economie latinoamericane. Recentemente, il governo venezuelano ha compreso la natura della sfida e annunciato la volontà di procedere proprio sulla via della diversificazione. Il presidente Maduro, mostrandosi più sicuro rispetto al passato, ha affermato in più interventi pubblici di aver commissionato studi e analisi finalizzati a individuare i potenziali sistemi volti a favorire lo sviluppo dell’economia venezuelana, ancora annaspante dopo esser stata pochi mesi fa vicina al completo collasso. Un primo, incoraggiante passo è stato compiuto attraverso l’istituzione dei Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione (CLAP), organizzati in ognuno degli Stati federali del paese al fine di accorciare la filiera tra produzione e distribuzione. Se il Venezuela ha grande urgenza di un cambiamento immediato, anche gli altri paesi latinoamericani dovranno necessariamente operare delle importanti riforme economiche: il mantenimento dei nuovi regimi istituzionali e il superamento delle diverse sfide che essi si trova ad affrontare, infatti, passa innanzitutto per una “rivoluzione nella rivoluzione” attraverso cui il bolivarismo dovrà dimostrare di essere in grado di superare i confini ristretti entro cui è limitato dalla continua perpetrazione della logica estrattivista.

Il 10 settembre a Salerno si terrà la presentazione del libro “Il socialismo del XXI secolo”, di Andrea Muratore e Luca Lezzi, organizzata dal Circolo Proudhon cittadino presso il locale “Green House” in via Papio 35. “L’Intellettuale Dissidente” invita tutti i lettori a presenziare all’evento, a cui parteciperanno Luca Lezzi e Stefano Bifulco di “InformaMente”. L’incontro sarà moderato dal giornalista Antonio Pellegrino e introdotto da Amarilis Gutierrez Graffe, Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli.