La Libia è di nuovo sparita dai mainstreaming, di Sirte e della presunta liberazione dall’ISIS della città natale di Gheddafi oramai non si parla più; è il 2 agosto quando la notizia dei primi raid USA sulla Libia invade in lungo ed in largo i principali network televisivi, per due o tre giorni si parla intensamente di questo che viene annunciato come evento decisivo nel contrato ai terroristi, ma nel giro di un mese le notizie che provengono dal paese nordafricano si diradano dai telegiornali allo stesso modo di come la nebbia un tempo (quando Milano era ancora Milano) si diradava alle prime luci dell’alba. La ragione è molto semplice: gli USA con i loro raid hanno effettuato un mero spot con finalità elettorali ed hanno cercato, senza riuscirci, di eguagliare la Russia in fatto di ‘popolarità’ tra il pubblico europeo visto che Mosca da quando ha iniziato ad aiutare il governo di Assad gode di una simpatia mai avuta prima nel vecchio continente. Stringi stringi però, questi bombardamenti non sono serviti a nulla; Sirte è già quasi del tutto priva della presenza dell’ISIS quando i primi aerei americani raggiungono la città nello scorso mese di agosto, inoltre il califfato non ha soltanto questo grosso centro posto a metà strada tra Tripoli e Bengasi nelle sue mani.

Tutt’altro, lo stato islamico in Libia si sta riorganizzando nella zona interna, lì dove il deserto fa da sfondo ad un paesaggio poco controllabile anche in tempi di pace e tra le dune del Sahara l’ISIS potrebbe cercare di espandersi verso sud verso i labili confini del Mali e del Ciad, andando a portare la jihad nel cuore dell’Africa; dunque, gli annunci ed i proclami di un califfato in difficoltà e distrutto nell’ex colonia italiana grazie ai raid USA, sono palesemente falsi e strumentali agli interessi di Washington a cui l’Italia si è accodata commettendo un grave errore strategico. E precisamente, questi interessi comprendono una visione rinnovata degli USA nuovamente sul campo nel medio oriente e soprattutto il rafforzamento del governo dell’ONU di Al Serraj, contrapposto a quello di Tobruck che invece è appoggiato dall’Egitto e che comprende al suo interno il generale Haftar, che dopo un lungo esilio negli Stati Uniti all’epoca del governo Gheddafi nel mese di luglio è invece volato a Mosca per un incontro al Cremlino. La situazione sul campo è quindi ancora più confusa rispetto ad agosto e questo è un altro motivo per cui da Sirte e dalla Libia trapelano poche notizie nei tg; ad avanzare in questa città sono le milizie di Misurata e non l’esercito libico (che non esiste, il governo di Al Serraj è infatti una mera ‘creatura’ nata nelle stanze di un hotel di Casablanca che non ha né appoggio popolare e né battaglioni a lui fedeli), ma queste milizie risultano essere in avanzata già da inizio anno e quindi i raid USA non sono affatto decisivi. Al contempo, come detto, l’ISIS abbandona da un lato Sirte ma dall’altro lato fugge verso sud e cerca di rafforzarsi nell’entroterra. In tutto questo, Washington al momento non riesce a rafforzare nemmeno il ‘suo’ governo guidato da Al Serraj ed a cui l’Italia dà ampio appoggio anche logistico, con tanto di forze speciali al seguito; tutt’altro, molte tribù (a cominciare da quella di Zintan, che hanno liberato anche il figlio di Mouammar Gheddafi, Saif al-Islam) denunciano come ‘imperialista’ la campagna USA e sembrano propendere per un appoggio ad Haftar ed al governo di Tobruck.

Il nuovo intervento occidentale in Libia, sembra quindi essere una replica del fallimento del 2011, quando il paese è stato devastato con la fine dell’era del ‘rais’ a Tripoli e la sostanziale dissoluzione dello Stato libico, circostanza questa che ancora oggi per l’Italia si traduce in continue emergenze di sbarchi i cui danni sono sotto gli occhi di tutti e non risparmiano né gli stessi italiani (costretti a fronteggiare l’emergenza) e né gli stessi immigrati visto che negli ultimi cinque anni in tanti sono annegati nelle acque del Mediterraneo. La Libia, così come l’Iraq, così come l’Afghanistan e così come la Siria, è un vero e proprio pantano per gli USA e per l’occidente; errori su errori, spesso macroscopici e spesso ripetuti, che hanno reso instabile una delle regioni più calde e turbolente del pianeta, quale il medio oriente: uscirne è difficile, ma non impossibile. Basterebbe ammettere le sconfitte e ridare credito e voce alle diplomazie e, nel caso specifico della Libia, mettere attorno ad un tavolo tanto gli attori interni (dalle tribù che sono riuscite a riunirsi in un apposito comitato, fino ai due governi che reclamano la sovranità del paese) quanto quelli esterni ridando considerazione anche a paesi come l’Egitto che da mesi si oppongono ad offensive militari. Gli USA hanno scelto la strada degli spot e dei raid il cui unico scopo è quello di mostrare i muscoli, per la Libia (ma anche per l’Italia) non è una buona notizia.