Gli attentati coordinati di Bruxelles dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il terrorismo targato Isis ha compiuto in poco tempo passi da gigante. All’evoluzione strategica di portare la guerra in casa del “fronte crociato” si è parallelamente sviluppato anche un notevole mutamento tattico: si è passati dal gesto individuale (l’assalto al museo ebraico nel maggio 2014) a quello di gruppo (Charlie Hebdo); dall’attacco multiplo e coordinato di Parigi con cinture esplosive contro obiettivi semplici (Bataclan e bistrò, mentre quello allo stadio è fallito), si è giunti a bersagli più complessi (aeroporti e metropolitana) compiuti con esplosivo ad alta potenziale. Non male per un gruppo che si è presentato al mondo solo tre anni fa.

Fin dagli esordi gli uomini di al-Baghdadi hanno fatto uso del terrorismo – nel senso più ampio dell’utilizzare il Terrore per imporsi – prima di presentarsi al mondo conquistando città in Iraq e Siria. Piccoli nuclei furono infiltrati nei centri abitati, annotando le difese, individuando gli uomini più facoltosi e le famiglie più influenti, compiendo poi omicidi mirati, rapimenti e sabotaggi. Questi gruppi avevano il preciso scopo di fare da apripista, preparando il terreno, in vista dell’imminente avanzata dei miliziani con il passamontagna nero. Gli attacchi in Europa invece iniziano come una sorta di rappresaglia contro i Paesi della Coalizione e s’intensificano progressivamente, mentre le forze del Califfato patiscono rovesci sui campo di battaglia mediorientali e iniziano a intuire la sconfitta finale. Se a prima vista questa strategia ha l’ovvio scopo di distogliere l’attenzione dall’arretramento in Siria e Iraq, rafforzando l’immagine mediatica del gruppo; resta da capire quale sia l’obiettivo a lungo termine. Colpire i riluttanti Paesi europei non solo non aiuta a creare il famigerato Califfato in Medio Oriente e Africa – spronandoli a impegnarsi militarmente -, ma rallenta anche l’inevitabile islamizzazione demografica dell’Europa, spingendo sempre più governi pressati dall’opinione pubblica e dai partiti d’opposizione a porre un freno all’immigrazione incontrollata. Qual è allora il fine ultimo di questi attacchi? Un semplice scatto di rabbia o solo i prodromi di una guerra che si vuole portare all’interno del Continente?

Di certo, se questi erano semplicemente degli attacchi di prova per saggiare il terreno, l’impreparazione delle forze di polizia e d’intelligence è drammaticamente sconsolante. Non solo la reattività durante gli attacchi, ma la fuga e la latitanza di Salah, come la mancanza di un coordinamento europeo nelle indagini, lasciano ampi margini di manovra ai terroristi. La loro rete è assai più estesa di quello che le forze dell’ordine hanno fatto trapelare. Le inconcludenti operazioni compiute dagli inquirenti a Maalbeck e a Saint Denis hanno certificato l’esistenza di una rete strutturata, radicata in profondità, che gode dell’appoggio di simpatizzanti sparsi nelle periferie europee. Tale organizzazione ha dimostrato di essere in grado di compiere con successo attacchi complessi nonostante fosse in corso una vera e propria caccia all’uomo a Bruxelles. Uno scenario che ricorda molto da vicino il terrorismo dell’Ira a Belfast e a Londonderry o a quello dell’Eta nei Paesi Baschi, dove l’appoggio della popolazione frustrava le indagini della polizia. La struttura dell’Isis in Europa potrebbe comporsi di almeno 200-250 operativi: soggetti che si occupano della logistica (fabbricazione documenti, covi sicuri, auto e trasferimenti, arsenale, laboratori, ecc.), luogotenenti e pianificatori in contatto con Raqqa, kamikaze e gruppi di fuoco. Un terrorismo insomma di massa e non settario che non ha difficoltà ad arruolare soggetti esclusi dal mercato del lavoro, piccoli criminali ed emarginati da una Società che hanno iniziato a odiare.

Lo stesso esplosivo utilizzato a Bruxelles, il perossido di acetone triciclico (Tatp) anche detto “la madre di Satana”, è uno dei più “performanti”; con una potenza di detonazione superiore dell’80% a quella del tritolo è di difficile sinterizzazione e fortemente instabile. Durante la sua preparazione necessita di strumenti che mantengano la temperatura del composto intorno allo zero e di una seria competenza chimica, sebbene per assemblarlo occorrano elementi facilmente acquistabili.
Insomma se nel lungo periodo lo scopo sembra essere quello di esacerbare i rapporti tra la comunità islamica e i cittadini europei, favorendone la radicalizzazione e quindi il supporto; nell’immediato pare si voglia dimostrare di poter colpire indiscriminatamente sul territorio alzando sempre più la mira verso bersagli maggiormente protetti e significativi. Saremo pronti?