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Alcune testate hanno considerato la possibilità di un ravvedimento di Donald Trump, dalle iniziali promesse isolazioniste a una nuova volontà di potenza e incremento della capacità di proiezione statunitense che il previsto aumento di 54 miliardi di dollari lasciano supporre. C’è anche chi – come Gianandrea Galani su IlSole24Ore – ipotizza che il nuovo Presidente USA voglia sfidare con una corsa al riarmo due tra le potenze emergenti che danno maggiori grattacapi all’amministrazione americana, precisamente Russia e Cina, onde costringerle a loro volta a una spirale di incremento della spesa militare a danno della politica sociale interna. Per inciso il trucco era già riuscito con l’allora Unione Sovietica durante gli anni più duri della Guerra Fredda e del suo confronto bipolare. Non per caso infatti, Mosca è stata la prima a rispondere, seppur con un generico “reagiremo”, facendo soprattutto notare che al momento si tratta solo di dichiarazioni e lasciando intendere che il Cremlino aspetterà di vedere le carte sul tavolo prima di muoversi a sua volta. Un atto prudenziale d’obbligo visto il non proprio felice precedente storico.

Un Trump da Guerra Fredda o addirittura neocon, pronto a rilanciare la sfida unipolare americana?

La risposta non è così semplice: da un lato la promessa di aumentare la spesa militare era già stata palesata da The Donald durante la campagna elettorale; non vi è quindi sostanziale contraddizione tra la politica del riarmo e lo slogan “Make America Great Again”, vero leitmotiv della sua corsa alla Casa Bianca. Verrebbe anzi da dire che simili politiche non siano che l’incarnazione più ovvia di quanto dichiarato nei mesi di campagna elettorale. Davanti a sé Trump si ritrova a dover gestire due fronti caldi per quanto attiene la sicurezza: intanto le necessità di sicurezza interna sia per quanto riguarda l’immigrazione clandestina sia per il pericolo terrorismo: un candidato che ha incentrato molto la sua retorica sull’isolazionismo e sulla sicurezza, deve mantere alta la percezione comune circa la sua coerenza col programma elettorale: non può dimostrarsi conciliante verso i flussi migratori irregolari né permettersi il lusso di subire attentati in casa propria. Oltre alle aspettative di sicurezza interna, gli USA hanno tutt’ora un prestigio internazionale da mantenere: quello della prima superpotenza mondiale. Sebbene infatti la visione di Trump abbia evidenti tendenze isolazioniste, gli Stati Uniti restano a capo della più forte alleanza militare del mondo e hanno interessi da tutelare oltre i propri confini. Improbabile, a questo proposito, che la corsa al riarmo sia una sfida a Mosca. La Russia è recentemente tornata sul piano internazionale con una nuova foggia e soprattutto puntando su strumenti di soft power e contatti diplomatici. Sebbene poi la percentuale di PIL che la Federazione Russa dedica alle spese militari sia considerevole (circa il 5%) ed abbia subito incrementi negli ultimi anni, con i suoi 48 miliardi di dollari resta un nano se confrontata con l’attuale spesa militare americana la quale, seppur impiegando “solo” il 3% del PIL è circa dieci volte più grande in termini assoluti, 600 miliardi circa.

Uno spezzone della visita di Trump all’incrociatore USS Gerald R. Ford
Gli USA quindi non temono la Russia
, così come la Russia è assolutamente consapevole della sua totale impossibilità ad accettare la sfida di un’eventuale corsa agli armamenti contro il suo nemico storico e men che meno un confronto militare diretto. Il fatto che entrambe queste potenze si scambino simili convenevoli, è più che altro proficuo alle rispettive classi dirigenti per mantenere un certo apprezzamento della popolazione e dell’establishment.

Altra storia per la Cina, la quale viene vista da Donald Trump come una delle fonti del malessere economico americano e che può contare su una spesa militare di molto maggiore a quella russa: a fronte dei già menzionati 600 miliardi di dollari spesi dagli USA, la prima potenza asiatica ne spende circa 146 miliardi, risultando così essere meno di un terzo. Una cifra comunque non trascurabile soprattutto se si pensa in chiave geopolitica e commerciale alla rivalità che contrappone Cina e Stati Uniti sulla disputa nel Mare Cinese Meridionale, una teatro di confronto che Trump non ha assolutamente dimenticato.

Per ciò che attiene all’impiego all’estero di questi 54 miliardi di dollari, non c’è da dimenticare altri due Paesi chiave, Giappone e Corea del Sud. Già in campagna elettorale, Trump aveva ipotizzato lo scenario di armare con testate nucleari entrambe questi Paesi come deterrente nei confronti della Corea del Nord. Coerentemente con ciò, c’è da registrare la forte vicinanza espressa da Trump nei confronti del Giappone pochi mesi fa, dopo un minaccioso test missilistico proprio della Corea del Nord. “Siamo con il Giappone al 100%” aveva detto The Donald e se ogni promessa è debito, c’è da aspettarsi un incremento della presenza americana nelle basi del Sol Levante.

Per il quadrante mediorientale, il nuovo Presidente farà sicuramente sentire il suo sostegno a Israele, Paese che torna alleato di ferro nella nuova amministrazione repubblicana, sia in chiave anti-Iran sia per quanto attiene la risoluzione del conflitto con i palestinesi, conflitto per il quale Trump ha de facto dato via libera a Israele per una “One State Solution”.

In sintesi pare che l’aumento della spesa militare americana (per ora solo annunciato), sia non solo parte della retorica di Trump, né tanto meno il preludio a una nuova impostazione interventista della sua politica estera: vanno infatti soddisfatte le aspettative della popolazione che lo ha votato per quel che attiene la sicurezza interna; all’estero la volontà di difendere gli alleati strategici nei quadranti più caldi del globo e gli interessi commerciali americani sembrano essere le priorità che verranno coperte dai 54 miliardi di dollari in più in arrivo. La Cina è avvertita e ne è consapevole, la Russia per ora sta al bluff e mantiene il gioco delle parti.