Hanno cominciato come mujaheddin, fermando l’avanzata sovietica in Afghanistan attraverso uno stillicidio di attacchi ai punti più vulnerabili dell’esercito di Mosca; hanno proseguito ottenendo passo dopo passo il controllo del paese, salvo poi cozzare violentemente contro la coalizione a guida USA dopo l’11 settembre; travolti in un primo momento dall’impeto occidentale, hanno presto riacquisito compattezza e, in una lunghissima guerra di nervi e sfinimento, hanno alla fine portato al naufragio la missione internazionale; ora contrastano violentemente il rinnovato governo afghano e le residue forze armate straniere impegnate nell’operazione Resolute Support. Tutto si può dunque dire dei Talebani e dei loro alleati fuorché denigrarne le doti di combattenti e strateghi. Da oltre venticinque anni sono uno dei principali attori dello scenario locale, e sicuramente sta nei loro umori una delle chiavi di volta dell’eterno conflitto che martoria una nazione e un popolo tra i più fieri dell’Asia centrale. Difatti, l’imprendibile Mullah Omar ha recentemente annunciato, in occasione della fine del Ramadan, l’inizio di abboccamenti con i governativi volti a cercare una via d’uscita a una guerra che anche nel 2015 sta venendo combattuta con asprezza, gettando gravi ombre sulle possibilità del paese di risollevarsi.

L’Afghanistan è prostrato, alcune regioni del paese sono state risospinte indietro di secoli e hanno perso ogni prospettiva di sviluppo a causa dei bombardamenti e delle razzie; i Talebani oramai stanno avendo difficoltà a instaurare un controllo capillare dei territori in cui sono preponderanti paragonabile a quello esercitato in passato e si affidano a colpi di mano, scorribande e a continui attentati; nel mese di giugno, ad esempio, hanno ucciso una colonna di 11 soldati afghani a Herat in un’imboscata e tentato un attacco con un’autobomba al parlamento del paese. E senza pace interna, il governo della Repubblica Islamica dell’Afghanistan avrà ovvie difficoltà a implementare politiche di sviluppo. Pressa inoltre su entrambi i contendenti lo sviluppo di cellule dello Stato Islamico nelle zone di Kabul, cellule talmente violente e settarie da esser definite “estremiste” perfino dagli stessi Talebani.

La grande fatalità per il paese sarà sicuramente la necessità di prescindere nuovamente dalle decisioni di coloro che hanno vessato buona parte del paese tra il 1996 e il 2001 (periodo in cui avevano cacciato in remote aree del nord-est il governo legittimo), salvo poi vedere il loro potere quasi annichilito da un intervento straniero che, tuttavia, in fin dei conti ha aperto la strada a un inasprimento violento delle tensioni. Sempreverdi e difficili da domare, i Talebani sono sicuramente un fattore che non mancherà di influenzare la regione negli anni a venire. Staremo a vedere se l’annuncio di colloqui di pace da parte del Mullah è stato dettato da ragioni di propaganda, dalla necessità di un temporeggiamento volto a ristrutturare le proprie forze o da sincere volontà di conciliazione nazionale.