La scorsa settimana, su L’Intellettuale Dissidente, era stato analizzato il percorso recentemente intrapreso dal Nicaragua sandinista che ha portato il paese centroamericano a conoscere sensibili miglioramenti sotto il livello sociale ed economico e che rappresenta un’eccezione felice in una fase di difficoltà per i regimi politici latinoamericani facenti riferimento all’ideologia del “socialismo del XXI secolo”. Assieme al Nicaragua, la Bolivia è sicuramente lo Stato latinoamericano in cui, oggigiorno, gli ideali fondanti del bolivarismo si fanno sentire più vividamente che mai e in cui l’esperienza progressista sta vivendo il suo momento più florido.

Dalla sua ascesa alla presidenza, nel gennaio 2006, il leader del Movimiento al Socialismo (MAS) Evo Morales ha traghettato in una nuova era un paese rimasto a lungo attanagliato tra crisi economiche ed instabilità politica. Eletto in una fase storica in cui il processo che aveva portato allo sviluppo delle prime “rivoluzione bolivariane” era già in atto e in cui il Venezuela di Chavez e il Brasile di Lùla facevano già ampiamente scuola con le loro politiche redistributive e la loro lotta alla disuguaglianza, Morales si è affermato come il principale esponente della seconda fase del bolivarismo. In un libro intitolato The Rise of Evo Morales and the MAS, il politologo Sven Harten ha individuato uno dei motivi che hanno contribuito al successo della Bolivia nell’ultimo decennio nell’eclettismo che contraddistingue l’ideologia politica e l’attività pratica di Morales in campo politico. Morales, infatti, si è sempre dichiarato un convinto fautore dell’instaurazione di un regime socialista-cooperativista e della transizione graduale dal capitalismo di stampo neoliberista, da lui giudicato “il peggiore di tutti i mali”, a un’economia mista, ma non ha mai voluto imporre con strappi improvvisi le sue politiche. Programmi graduali di nazionalizzazione dei settori strategici, primo fra tutti quello dell’estrazione mineraria, e di incremento del salario minimo sono stati seguiti da politiche finalizzate alla diversificazione del sistema economico, che hanno permesso alla Bolivia di rompere la trappola dell’estrattivismo in cui oggigiorno risultano impantanate nazioni in difficoltà come il Venezuela. Un report del Centre for Economic and Politic Research del 2014 ha sottolineato come “la Bolivia sia cresciuta più velocemente negli ultimi otto anni [tra il 2006 e il 2014, nda] che in qualsiasi altro periodo degli ultimi tre decenni”, istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e quotidiani generalmente poco generosi nei confronti delle esperienze bolivariane come il New York Times hanno elogiato l’operato della Bolivia di Morales, che il Financial Times ha definito “uno dei leader più popolari del mondo”.

Dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del 2014 e l’inizio del suo terzo mandato, Morales ha dedicato il suo successo a Fidel Castro e Hugo Chavez, ponendosi idealmente sulla scia dei due principali capi di Stato rivoluzionari latinoamericani dell’era recente e sottolineando l’importanza che per la Bolivia assume l’appartenenza all’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), di cui assieme a Venezuela e Cuba è divenuta una dei principali punti di riferimento. Ellie Mae O’Hagan del The Guardian ha scritto: “Morales ha dimostrato che il socialismo non danneggia l’economia”. In un suo articolo, la O’Hagan ha sottolineando come dal 2006 in avanti la povertà in Bolivia si sia ridotta del 25% e la povertà assoluta abbia conosciuto una flessione del 43%, mentre al contempo l’investimento in programmi sociali e il salario minimo sono stati incrementati rispettivamente del 45% e dell’87,7%. Nel contempo, il PIL è triplicato da 11,45 a 34,4 miliardi di dollari, mentre l’indice di Gini sulla disuguaglianza, che era pari a 58,47 punti nel 2005, è diminuito notevolmente attestandosi a 48,4 punti nel 2014.

Il più importante e duraturo risultato che la Bolivia ha conseguito nell’ultimo decennio, in ogni caso, non è stato ottenuto sul piano economico, ma bensì nella sfera sociale. A partire dal varo della nuova Costituzione boliviana del 2009, infatti, Morales ha sviluppato una piattaforma politica volta a cercare una modalità efficiente per integrare la caleidoscopica varietà etnica, linguistica e sociale del paese: il primo Presidente di origine indigena della storia della Bolivia, precisamente di etnia aymara, è divenuto il fautore di una riforma legislativa senza precedenti che ha portato la Bolivia a definirsi ufficialmente come “Stato plurinazionale”. L’Articolo 1 specifica: “La Bolivia è costituita come Stato unitario sociale plurinazionale, basato sulle leggi delle comunità, libero, indipendente, sovrano, multiculturale, decentralizzato e con autonomie interne”. La Bolivia è costituita sulla pluralità, e sul pluralismo economico, politico, giudiziario, culturale e linguistico si innesta l’opera di integrazione multilaterale basata su un’identità costruita non attraverso l’assimilazione forzata ma per mezzo del dialogo e della compenetrazione. La Costituzione boliviana del 2009 garantisce dignità di lingua ufficiale pari a quella garantita alla lingua spagnola a ciascuno degli idiomi dei 36 gruppi indigeni popolanti il paese, e permette a ogni Stato federale di pubblicare i propri atti usando parallelamente il castigliano e la lingua locale. Lo “Stato plurinazionale” edificato dalla nuova Costituzione ha riconosciuto ufficialmente il sistema misto, basato sulla compenetrazione tra il settore pubblico, quello privato e il sistema delle cooperative locali, come il fondamento dell’economia nazionale, affiancato al ruolo delle collettività politiche locali quello delle istituzioni indigene tradizionali e imposto a 5.000 ettari la quantità massima di terreno possedibile da un singolo privato cittadino.

Rafforzato dal 2010 in avanti con una serie di leggi ad hoc, il percorso integrativo inaugurato nel 2009 con la nuova Costituzione sta avendo sinora risultati estremamente positivi: la Bolivia ha ricevuto i complimenti ufficiali dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani per i progressi realizzati nella lotta contro il razzismo e la discriminazione, dimostrando concretamente come un’identità statale e un sistema multiculturale non rappresentino realtà in contrasto tra loro laddove esista un meccanismo in grado di farli dialogare in maniera attiva. In altre parole, il modello boliviano sta avendo successo perché sussiste una precisa volontà politica e sociale favorevole al superamento dello schema dell’assimilazione, che all’appiattimento delle culture tradizionali e locali sul conformismo dominante preferisce l’istituzione di un programma di più ampio respiro, nel quale la Bolivia rappresenta la somma, superiore alle sue componenti, di una varietà preziosa e inestimabile di tradizioni storiche e culturali.

Le sfide principali che il governo di Evo Morales deve oggigiorno affrontare sono importanti: la questione più scottante è sicuramente rappresentata dalla protesta dei minatori in sciopero da agosto nella regione del Potosi, che protestano per la decisione del governo di bloccare la contrattazione diretta tra le cooperative attive nel settore estrattivo e il mondo dell’imprenditoria privata. La scelta del governo di Morales è stata motivata dalla volontà di mantenere sotto il controllo di Sucre le esportazioni di materiali strategici come il litio, principalmente rivolte alla Cina, ma ha causato forti reazioni da parte di numerosi gruppi di lavoratori minerari: il 26 agosto, dopo settimane di violenti scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, l’uccisione del viceministro degli Interni Rodolfo Illanes ha portato a una rottura delle trattative tra il governo e i minatori in sciopero, recentemente riaperte da Morales, che ha auspicato una pacificazione generale. Un’ulteriore, importante questione che oggigiorno interessa la Bolivia è sicuramente lo sfruttamento del lavoro minorile: nel Potosi e in alcune delle altre regioni più povere del paese, infatti, lo sfruttamento di bambini e ragazzi nel settore manifatturiero e nell’agricoltura ha portato il governo a varare una misura d’emergenza molto contestata. La riforma del luglio 2014, introducendo parziali concessioni per l’ingresso nel mondo del lavoro dei bambini sopra i 10 anni d’età, ha attirato su di sé molte polemiche ma, al tempo stesso, ha consentito di estendere la tutela agli 850.000 bambini-lavoratori della Bolivia, molti dei quali rientrano nel milione di persone che tuttora, secondo la O’Hagan, vivono sotto la soglia di povertà.

Situazioni come queste ricordano come il progresso della Bolivia debba ancora compiere ulteriori passi prima di potersi definire compiuto; in ogni caso, il governo di Evo Morales ha sinora conseguito risultati straordinari in materia sociale, economica ed educazionale e si è garantito un credito di fiducia considerevole nei confronti dei suoi cittadini. La grande sfida si aprirà dopo il 2020: con la fine del terzo mandato di Morales e l’impossibilità per il leader del MAS di candidarsi per la quarta volta, la Bolivia dovrà riuscire a garantire continuità al suo impetuoso percorso di progresso sociale anche oltre l’uscita di scena del suo principale leader bolivariano. La transizione, che negli altri paesi interessati dal “socialismo del XXI secolo” si è sempre accompagnata all’emersione di numerose difficoltà sistemiche, è ben al di là dal venire, ma dovrà sicuramente essere considerata da Morales come una sfida a cui dovrà far arrivare il paese da lui rivoluzionato preparato al massimo.