Rafael Correa si è laureato in economia all’Università Cattolica di Santiago de Guayaquil per poi specializzarsi presso l’Università di Louvain-la-Neuve in Belgio e all’università dell’Illinois negli Stati Uniti, dove ha ottenuto anche il dottorato con una tesi di econometria che dimostrava il fallimento delle politiche di liberalizzazioni degli anni ’80 in America Latina. Tornato in patria nel 2005 ha ricoperto per qualche mese l’incarico di Ministro dell’Economia sotto il governo di Alfredo Palacio, durante il quale ha espresso la sua contrarietà all’ALCA (Area di libero commercio delle Americhe) firmato con gli Stati Uniti, il quale mirava a liberalizzare il commercio con i paesi del sud per esportare il modello neoliberista, distruggendo così secoli e secoli di tradizioni, strutture fondate sull’autoconsumo e sugli scambi commerciali locali. Al contrario incitò il governo ad intensificare i rapporti con gli altri paesi dell’America Latina sulla scia di ciò che iniziarono a fare in quegli anni Fidèl Castro e Hugo Chàvez con la fondazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe). Il suo incarico durò pochissimo, si dimesse perché in contrasto con la linea di Palacio, ma se ne andò come l’uomo di governo più amato dal popolo. Si presentò alle elezioni del 2006 e le vinse al ballottaggio.

Ideologicamente si colloca a sinistra, quella di stampo latinoamericano intendiamoci: socialismo, patriottismo, indipendenza, integrazione tra i vari paesi del continente. Critico dell’ideologia gender e del femminismo “isterico”, seppur affianco delle donne per la loro emancipazione, è un leader carismatico, al punto che venne rieletto stracciando il suo avversario, senza neanche il ballottaggio. In Chavez vedeva un amico, in Fidel Castro una guida. Seguendo l’esempio di Néstor Kirchner, definì il debito pubblico immorale e illegittimo, dichiarando default nel 2008 e riacquistando, sei mesi dopo, il 91% dei titoli di stato al 30% del prezzo precedente. Oltre al default un punto di primaria importanza fu quello dell’adesione all’ALBA, seguendo il sogno della “Patria Grande” di Simon Bolivar.

Da buon economista keynesiano che si rispetti ha investito la più alta somma mai investita nel continente, che si aggira attorno al 15% del PIL. Qualche giorno fa sono stati pubblicati i risultati dell’indagine sulle condizioni di vita in Ecuador: 1.300.000 ecuadoriani sono usciti dalla condizione di povertà e 900.000 dalla povertà assoluta. Il Coefficiente di Gini, che misura i divari di ricchezza nei Paesi, è sceso di 4,8 punti dal 2006. Jose Rosero, direttore dell’Istituto Nazionale di Statistica, ha affermato che “la povertà estrema è diminuita di 7,1 punti percentuali, il che significa che è stata portata alla metà rispetto al dato registrato nell’anno 2006 a livello nazionale”.

Complice della sua politica economica quella geopolitica. Non soltanto l’entrata nell’ALBA e l’aumento dei rapporti coi paesi del continente (seguendo la semplicissima teoria che è più conveniente commerciare con chi ti sta vicino), ma anche una lungimirante scelta degli amici: Cina e Russia su tutti. Basti pensare che con quest’ultima, tra il 2007 e il 2012, ha raddoppiato il volume degli scambi economici. Ecco dunque che mentre l’Europa continua ad affogare preda delle sue scellerate decisioni, l’Ecuador, l’ALBA e il Socialismo del XXI secolo conquistano l’ennesima vittoria.