Quando un giornalista della carta stampata “di regime” decide di scrivere un articolo sull’Iran, la sua penna (o la tastiera del notebook) diventa come un coltello acuminato e rovente da cui liberarsi il prima possibile. L’Iran è quello che ci raccontano dalle interviste di Shirin Ebadi, premio nobel per la pace nel 2003, e dal suo ultimo libro “Finchè non saremo liberi” (2016), sulla violazione dei diritti umani in Iran. Oppure dal film del regista iraniano Ashgar Farhadi, “The Client”, premiato come migliore sceneggiatura al Festival di Cannes di quest’anno, nel quale ritrae un Iran in forte contrasto fra modernismo e tradizione. Per i media occidentali ciò che merita di cronaca riguardo l’Iran è l’obbligo delle donne di indossare il velo come oltraggio alla libertà. Invece le minacce alla libertà hanno dinamiche molto più complesse di un velo. Mai si scrive dell’Iran dai mille colori e profumi, della bellezza estetica dei mausolei e delle moschee islamiche, dei templi zoroastriani del periodo persiano, dei monumenti assiri, dei monasteri cristiani armeni. Opere archeologiche ed artistiche che contengono la storia ultra-millenaria di questo paese, che possiede il secondo più grande patrimonio culturale al mondo dopo l’Italia. L’Iran fondata fin dalle sue origini dal laicismo e dalla tolleranza religiosa, e dalla convivenza pacifica tra le minoranze etniche, secondo i principi dello sciismo duodecimano.
Ma Iran significa anche multipolarismo. L’episodio più deplorevole della storia geopolitica persiana fu l’occupazione Anglo-Sovietica del paese nel 1941 durante la seconda guerra mondiale, denominata come “Operazione Countenance”. Nonostante il paese fosse neutrale, l’invasione fu compiuta per creare un corridoio per i rifornimenti e gli aiuti britannici all’Unione Sovietica, e per lo scopo preventivo di evitare una possibile alleanza persiana con le forze dell’Asse per gli ottimi rapporti commerciali che lo Shah di Persia Reza Phlavi aveva intessuto con esso. La duplice occupazione di Teheran fu una vera umiliazione per il popolo iraniano. L’invasione Anglo-Sovietica del 1941 mise in scena la prostituzione schiavistica che la prepotenza capitalista (sia liberale che quella di “Stato”) imponeva verso i paesi difensori della propria sovranità. Lo Shah fu costretto ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza Phlavi, ben visto dai britannici.
La fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979 con la rivoluzione di Khomeini fu un evento geopolitico epocale ed unico nella storia moderna. Esso fu il nawrūz (nuovo giorno, in persiano) del mondo multipolare. Lo slogan “né Occidente e né Oriente”, e lo sganciamento geopolitico sia dall’orbita liberal-democratico statunitense, sia da quella socialista dell’Unione Sovietica, diede l’opportunità alla repubblica di realizzare un modello politico-sociale fondato sulle tradizioni religiose e culturali dell’islam sciita, per la difesa della sovranità nazionale da ogni forma di egemonia straniera. La rivoluzione sancì il ritorno all’autentica via dell’Essere haideggeriano, secondo il filosofo Ahmed Fardid (1909-1994); il ritorno della memoria culturale-tradizionale islamica usurpata dalla civilizzazione occidentale nel periodo della monarchia persiana.
La rivoluzione islamica del ‘79 è l’esemplare realizzazione della Quarta Teoria Politica di Alexander Dugin; l’eliminazione di ogni aspetto materiale e modernista delle tre grandi filosofie politiche del novecento (Liberalismo, Comunismo, e Fascismo), per un sistema politico e sociale che include i principi fondamentali della sovranità nazionale, della giustizia sociale, e dei valori tradizionali e culturali.
L’Iran occupa una posizione geo-strategica che coinvolge il Medio Oriente, il Golfo Persico, e il Caucaso, ed è una regione al centro della competizione geopolitica tra unipolarismo e multipolarismo iniziata con la guerra d’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein (al potere con l’avallo degli USA) contro l’Iran nel 1980-88, le tensioni diplomatiche con la monarchia sunnita dei sauditi, con Israele per l’appoggio iraniano alla resistenza palestinese, per il consolidamento, in questi ultimi anni, di un asse di resistenza sciita Teheran-Baghdad-Beirut in chiave anti-unipolare, il sostegno agli Hezbollah libanesi, agli sciiti zaiditi yemeniti in guerra contro la coalizione della Lega Araba, e al regime di Assad contro l’Isis, e le sanzioni economiche occidentali a causa dello sviluppo del programma nucleare iraniano.
In questi ultimi mesi il premier Rohani ha raggiunto un accordo con in governi occidentali per la cancellazione delle sanzioni economiche e lo smantellamento del programma nucleare per scopi militari e civili. L’ingresso dell’Iran nella comunità internazionale ha permesso di stipulare contratti commerciali con le imprese italiane. Ma la rinuncia al nucleare acclamato dalla stampa occidentale, e da gran parte del popolo iraniano che spera in un miglioramento del loro tenore di vita, nasconde dubbi ed incertezze sulla difesa della sovranità. Rohani sta perseguendo una “via iraniana” al capitalismo che renda compatibile l’islam sciita con il capitalismo neoliberista. La sua azione politica è riformista, diretta verso la prosperità economica del paese, abbandonando il fronte anti-imperialista iniziato con Khomeini e proseguita con il conservatore Ahmadinejad.
Il grande rischio è che gli Stati Uniti, tramite questi accordi, potrebbero tendere a diminuire le tensioni diplomatiche con Teheran, per arrivare ad un conflitto armato, o ad un sovvertimento interno stile “anti-Erdogan”. Il piano d’agressione militare contro i “paesi canaglia” dell’ex presidente George W. Bush prevedeva la fine dell’Iran come conclusione. Il rischio sarà allarmante sopratutto con il risultato delle prossime elezioni americane e la strategia geopolitica che il vincitore deciderà di attuare. L’abbandono del programma nucleare voluto da Washington, ha dei precedenti storici con l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muhammar Gheddafi. E tutti conoscono la fine tragica dei due leaders. In base a questi eventi tragici accaduti ai due leaders, che la Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord non cede alle sanzioni economiche per il proseguimento del loro programma nucleare, perchè diventare una potenza nucleare significa difendere la propria sovranità. Che il premier Rohani non cada nella trappola dell’apertura economica e diplomatica da parte del mondo unipolare.
Per la propria sicurezza, l’Iran ha bisogno di un maggiore sostegno economico, militare, e diplomatico, da parte dei paesi multipolari, in primis da parte della Russia e della Cina, per resistere alle pressioni e alle provocazioni occidentali, perchè è un paese fondamentale per la costruzione dell’Eurasia.

Alexander Dugin (2009) The Fourth Political Theory, Amfora
Carl Schmitt (1922) Political theology, University of Chicago Press
Shirin Ebadi (2016) Finché non saremo liberi. La mia lotta per i diritti umani. Milano, Bompiani