Anche nella patria del sionismo, o meglio, nella patria nata dal sionismo, c’è spazio per movimenti di forte discontinuità e che apertamente condannano la politica dello stato ebraico: e così, nelle prossime elezioni che si terranno in Israele il prossimo 17 marzo, la più grossa sorpresa potrebbe essere rappresentata dalla lista comune dei partiti arabi. In Israele abitano 1 milione e 400mila arabi, per lo più palestinesi che dopo l’occupazione avvenuta nel 1948 non hanno lasciato le loro terre ed hanno presso la cittadinanza israeliana; da sempre frazionati in mille formazioni, la guerra a Gaza e le condizioni sempre più disumane in cui vivono i palestinesi in Cisgiordania, ma anche e soprattutto la sempre più pressante impronta sionista sull’ordinamento israeliano, hanno spinto i partiti arabi ad unirsi in una lista comune, data come terza formazione politica nei sondaggi. Dietro l’Unione Sionista (di fatto Laburisti e centristi di Kadima messi assieme) ed il Likud dell’attuale premier Netanyahu, vi è il partito unito degli arabi; sarebbe una vera e propria svolta storica in Israele, dove finalmente la cospicua minoranza palestinese inizia ad organizzarsi in maniera unitaria e con un programma politico che parla apertamente di ostilità sionista.

Non più quindi ‘cittadini di Serie B’ all’interno di Israele ed accettati da Tel Aviv solo per dimostrare al mondo la presunta democraticità e laicità dello stato, ma parte attiva della cittadinanza che chiede con forza la fine dell’occupazione dei territori; una voce quindi discordante rispetto all’opinione pubblica israeliana, una voce diversa e che questa volta non resterà ai margini della società civile. Il leader è Ayman Odeh: 41 anni, dalla forte personalità e di ottima fattura politica come dimostrano i recenti dibattiti in tv, il capo degli arabi uniti israeliani è stato capace non solo di riunire tutte le tante sigle politiche sotto un’unica bandiera, ma anche di tornare a fare appassionare alla politica i palestinesi che vivono in Israele. Se nelle ultime elezioni solo poco più del 50% degli arabi israeliani si era recato alle urne, adesso almeno il 67% esprimerebbe l’intenzione di andare a partecipare al voto e questo, in un paese in cui la minoranza araba rappresenta il 20% dell’intera popolazione, non è cosa da poco: il partito arabo unito (Joint List chiamata comunemente in ambito internazionale), potrebbe prendere più di 15 seggi alla Knesset ed essere molto più decisivo quindi in ambito parlamentare.

La destra israeliana è già in allarme: in un paese in cui si sogna ancora la ‘grande Israele’ e che pochi mesi fa ha pianto Ariel Sharon, colui che negli anni 70 affermava che la soluzione al problema palestinese era quella di trasferire con autobus gli arabi lontano dalle loro terre, il ritrovato vigore arabo ed il probabile successo del loro partito di rappresentanza, è di fatto molto più di una sconfitta politica. Oggi più che mai, dentro la casa sionista si ergono voci differenti e che potrebbero portare ad una messa in discussione a lungo termine dell’attuale sistema israeliano, con sempre più persone che chiedono la fine dell’occupazione e soprattutto con arabi israeliani in prima linea in politica e quasi decisivi alla Knesset. Tanto decisivi che alcuni hanno azzardato un’alleanza con i Laburisti per evitare che Netanyahu torni al governo; ma questo è stato escluso da Odeh, il quale rivendica invece l’antisionismo all’interno del suo partito e mai quindi potrebbe allearsi con un partito della coalizione dell’Unione Sionista, pur se in ottica di rovesciamento dell’attuale leadership israeliana.

Per la cronaca, se il prossimo 17 marzo è prevista una svolta positiva per la lista araba unita, dall’altro lato si prevede invece un testa a testa tra l’Unione Sionista ed il Likud; testa a testa solo fittizio però, in realtà appare chiaro come queste due formazioni andranno a realizzare una grande coalizione in cui Netanyahu spera di essere riconfermato primo ministro. Ma se questo rappresenta un ‘vecchio che ritorna’ nelle elezioni di giorno 17, la svolta del partito arabo invece sarà una grande novità; potrebbe essere preludio ad un futuro non troppo lontano in cui Israele per come lo conosciamo potrebbe non esistere più: gli arabi avanzano a livello politico, entro due decenni rappresenteranno invece la maggioranza in seno allo stato ebraico e questo non potrebbe quantomeno non mettere in discussione la natura sionista di Tel Aviv.