C’è chi dice siano stati giustiziati in centocinquanta, chi in trecento, con oltre cinquanta soldati siriani morti sul campo di battaglia a difesa dei loro cari. Altri quattrocento sarebbero gli uomini, le donne e i bambini presi in ostaggio e costretti in schiavitù dall’orda nera del Califfato, fantasmi che camminano, e che hanno la loro vita appesa al sottilissimo filo delle volontà di un esercito pronto a tutto pur di sottomettere con forze e terrore ogni cittadino libero. In centinaia sarebbero stati decapitati e gettati tra le acque sempre più lorde di sangue dell’Eufrate. Sono questi i numeri orrendi, purtroppo solo stime, dell’eccidio compiuto nei giorni scorsi dai miliziani del Daesh nella città di Deir Ezzor, sud-est siriano, non troppo lontano dal confine con l’Iraq e dalla capitale dell’Isis: Raqqa.. Non hanno risparmiato nessuno, tutti indistintamente colpevoli di aver resistito o semplicemente vissuto all’interno di villaggi e quartieri che non hanno tradito il proprio Paese e non hanno ceduto all’esercito del terrore. Ed è così che si scatena sui martiri siriani di Al-Baghaliyeh, periferia nord di Deir Ezzor, la furia del Daesh. Una furia che è solo l’ultimo e il più sanguinoso massacro contro il popolo siriano.

E c’è tutta la guerra di Siria ed Iraq in quest’ultimo crimine del Califfato, con le sue linee di sangue, il suo terrore, i suoi atti di eroismo, di martirio, e i suoi orrendi delitti. C’è la lotta casa per casa di una guerra civile infinita. C’è la guerra tra quartieri, tra vicini di casa. C’è una guerra tra traditori e traditi. C’è l’ennesima strage degli innocenti, l’unico vero marchio di fabbrica del terrorismo del sedicente Stato islamico. E c’è anche la corsa allo sfruttamento di ogni risorsa energetica utile a far pendere la bilancia economica a favore del proprio esercito: Deir Ezzor è anche il cuore pulsante del settore petrolifero siriano. In questo provincia infatti, insieme a quelle limitrofe, si estrae circa il 75% del petrolio siriano. Ed è in questa provincia che il Daesh raffina il petrolio tramite il suo sofisticato sistema di raffinerie mobili, e lo vende ai suoi finanziatori in un’area di traffico che va dalla Turchia all’Arabia al Golfo Persico. Conquistare la provincia di Deir Ezzor a questo punto non significa soltanto un territorio che lotta, ma è soprattutto il crocevia economico che potrebbe dare nuovamente linfa le casse di Damasco e stroncare definitivamente il traffico di oro nero con cui l’Isis in buona parte si finanzia. Le stime parlano di circa 400 milioni di dollari entrati nelle casse del Califfo grazie all’estrazione petrolifera, milioni di dollari che, sommati ai finanziamento delle monarchie del Golfo, di terroristi in tutto il mondo e dagli occulti traffici con il governo turco, comportano introiti enormi per un’entità che si fonda sull’indottrinamento integralista e sul denaro da consegnare ai mercenari. E non è un caso che Daesh si sia scatenato contro Al-Baghaliyeh in questi giorni. Il villaggio resisteva alla loro avanzata: i soldati dell’esercito regolare infatti, accampati nel vicino aeroporto militare e sostenuti dalla popolazione, continuano a contrastarli e ad opporsi eroicamente. E sempre in questi giorni, l’aviazione russa, congiuntamente al debole aiuto occidentale, ha ripetutamente bombardato le postazioni del califfato intorno alla città fino a radere intere postazione nel cuore nero di Raqqa.

Nell’eccidio dei martiri di Deir Ezzor, possiamo scorgere tuttavia un barlume di speranza. In questo eccidio si esprime tutta la paura e la viltà di un Isis colpito nel profondo dall’avanzata dell’esercito siriano, dalle vittorie dell’esercito regolare iracheno, dalla lotta senza tregua dei valorosi combattenti curdi, dall’impegno di Iran ed Hezbollah, ma soprattutto dall’aviazione e dalla marina di Mosca. È un Daesh braccato come una belva ferita ma per questo ancora più pericolosa. Sono le rappresaglie di un esercito terroristico che sta perdendo il controllo del suo territorio, e che vede non troppo lontano il giorno della resa dei conti.