Scenari apocalittici quelli che hanno decretato le dinamiche di una “nuova” forma di conflitto e di attentato terroristico nel cuore di Parigi. Sette attentati che hanno inginocchiato la città da ovest ad est, più di 126 morti, 200 feriti – 80 versanti in gravi condizioni- ed 8 giovani attentatori, si presume sodali dello “Stato Islamico”, che incorporando le strategie di marketing della comunicazione politica di ciò che è divenuto il marchio della multinazionale terroristica dell’ISIS, ne rivendicano la “paternità” tramite l’hashstag «#pariginfiamme» e ne suggellano la “sacralizzazione” attraverso il monito ieratico e retoricamente teocratico del gruppo terroristico jihadista: «Allah u Akbar!» letteralmente: Dio è grande. Questo il bilancio attuale dell’ennesima mattanza che ha avuto luogo ieri, in una calda serata parigina, a distanza di 10 mesi dall’attentato avvenuto presso la testata satirica Charlie Hebdo ad opera dei fratelli Kouachi e nel ristorante ebraico Kosher nel quale si era asserragliato Amedy Coulibaly, e avvenuta nel medesimo spazio politico il cui senso e riferimento – per dirla con il glottologo Frege- vengono puntualmente ridefiniti e politicamente connotati.

 La pluralità degli attentati

Un’invasione senza precedenti dichiara Le Monde ed una vera e propria «Guerra» secondo il quotidiano Le Figaro, che si è articolata in tempi e spazi socialmente e politicamente strategici. Il primo conflitto ha avuto luogo presso il bar “La Belle Èquipe” in rue de Charonne nel X arrondissement, che ha determinato 18 morti; segue l’attacco in Boulevard Voltaire, che ha prodotto due morti tra cui un terrorista. In contemporanea i colpi ripetuti di kalashinkov facevano tremare i giovani del bar «Le Carillon» del medesimo distretto in rue Alibert, facendo 14 vittime, ed infine, la pizzeria «La casa nostra» in rue de la Fontaine au Roi, dove sono stati registrati 5 morti. L’attacco più sanguinario, quello che ha coinvolto 1500 giovani “colpevoli” di avere assistito ad un concerto della band californiana «Eagles of Death Metal» presso la sala concerti “Le Bataclan” nell’XI arrondissement. Sale a 118 il numero di vittime mietuto dalla ferocia dei kamikaze che hanno prima sparato sulla folla, in seguito tenuto in ostaggio più di 50 persone, ucciso “ad uno ad uno” 70 dei protagonisti di questo attentato, come riportano le testimonianze dei sopravvissuti; che si stima siano circa 40. Tre degli otto attentatori che hanno giocato con le percezioni e la politiche di sicurezza francesi ed intervenuti presso il caffè concerto hanno azionato le cinture esplosive al Bataclan e solo il blitz delle teste di cuoio ha sancito la fine di questo scempio umano. Alle 21,20 tre esplosioni ripetute nella zona nord della capitale interromperanno il derby Francia- Germania dibattuto nei campi dello Stade de France; al quale stava assistendo il Presidente François Hollande, tra gli spalti della tribuna. L’ultima sparatoria è stata registrata presso le vie del centro commerciale di “Les Halles” – zona di raccordo metropolitano della capitale francese frequentatissima dai pendolari- e i media francesi narrano circa la possibilità che alcuni complici degli otto attentatori siano ancora in fuga per le strade parigine.

Gli spazi ed i tempi del terrore

Metalessici interventi biopolitici manipolano gli assi cronologici ed evocano quello che i greci definirebbero “KairÒs” (il momento opportuno). È la prima volta, infatti, che si verificano simultaneamente pratiche terroristiche in luoghi così vicini ed al contempo distanti, ma palesemente evocativi e che si impieghino altresì “nuovi” strumenti di guerra: bombe, granate, kalashnikov. I tempi e le modalità degli attacchi non indicano solamente scenari inquietanti, ma attivano riposte politiche differenti e sanciscono la difficoltà risolutiva imputabile proprio alle molteplici declinazioni che le pratiche terroristiche determinano nel corso del tempo. Un processo di costitutività e deistituzionalità politica, che cerca di destabilizzare l’interventismo Francese e bloccare alleanze strategiche post- accordi. Il contesto geopolitico nel quale si inserisce la mole di attentati avvenuti questa notte è particolarmente conflittuale. Non solo l’Europa, ma anche lo scacchiere internazionale è il soggetto politico determinante: l’attentato suicida avvenuto ieri nel sud del Beirut, i rapporti con il Libano e la “volontà di verità” degli attori pronti ad irretire la popolazione antagonista, l’esplosione dell’airbus russo nel Sinai e l’inverosimile rivendicazione jihadista, che ha provocato 224 morti; il Vertice sulla Siria che si terrà domani a Vienna, la visita del Presidente Iraniano Rohani che avrebbe avuto luogo a Parigi nella giornata di Domenica, ma ad oggi rimandata per i fatti di cui sopra, insieme con l’appello lanciato da Al-Zawairi- leader di Al Qaeda in Iraq – ai miliziani dello “Stato Islamico” per creare il sodalizio; dapprima disconosciuto dal medesimo, a causa della “ferocia barbarica” degli uomini di al- Baghdadi ed oggi evocato per sancire alleanze tattiche, che tutto indicano tranne che lotte intestine; ed il precedente coinvolgimento di entrambe le organizzazioni durante gli attentati dello scorso gennaio, sono solo alcuni dei tasselli che compongono le strategie politiche del puzzle internazionale. Ciò che potrebbe determinare, invece, l’innovazione delle modalità procedurali mediante le quali porre in essere politiche del terrore sono i luoghi del potere terroristico. Il sincronismo anacronistico, che ha scandito l’inizio dello scempio umano non è casuale. Pare che l’intervento degli uomini sia stato pianificato con dovizia certosina e non possa essere imputabile ad alcuni “lupi solitari” reclutati tramite le “tecnologie del potere”, ma invochi, relazioni capillari e strutture dinamiche. I luoghi del tempo libero sono gli spazi in cui si declina la lotta al potere. Gli spazi della socializzazione sono minacciati e la precarietà esistenziale degli “occidentali” ancor di più. L’intento della nuova forma di terrorismo è quello di incutere paura e terrore nel medesimo momento ed in luoghi differenti disgregando non solo legami sociali, ma determinando una paura totale dell’altro. Gli spazi sociali, si connotano ancora una volta politicamente e divengono i luoghi del terrore. Non è un caso, infatti, che l’attività propagandistica dei molteplici claim rappresentanti le piattaforme digitali dei media center del Califfo, facciano leva proprio sulla precarietà emotiva dei giovani foreign fighters non solo durante i reclutamenti, ma anche per promuovere processi di adesione identitaria etnocentrica.

L’efficacia simbolica dei Media

 Le tecnologie dell’informazione sono ancora una volta il dispositivo di efficacia puntualmente evocato dai miliziani dell’ISIS che a pochi minuti dagli attentati hanno twittato il seguente messaggio: «Ricordate il 14 novembre, ricordatelo, i francesi non dimenticheranno mai questo giorno, così come gli americani l’11 settembre». L’apologetica dei miliziani, si ripropone attraverso l’uso di metafore e similitudini:« I Francesi berranno il sangue dalla stessa coppa ». Questi i nuovi atti performanti i cui effetti si realizzano nell’immediatezza comunicativa di cui i jihadisti si avvalgono per garantire efficacia globale ed istantanea alla propaganda. Per contro, la condivisione istantanea e la funzione sociale dei media è stata compiuta, invece, dalle piattaforme social che hanno permesso ai francesi di creare la pagina: “Se sei in Francia dicci che stai bene” e di comunicare ai giovani ostaggi del Bataclan la modalità sistematica in cui venivano uccisi; insieme con l’hashtag #portouverte, che su Twitter ha permesso ai francesi di donare conforto ed ospitalità alle vittime ed a tutti i disagiati. Al di là dell’uso politico delle tecnologie, e dei prossimi luoghi del terrore evocati dai terroristi, l’unica efficacia simbolica è quella veicolata dalla torre Eiffel, oscurata in onore delle vittime e dalle parole del Sindaco Anne Hidalgo: «La città e i suoi abitanti sono in piedi».