Anche per l’osservatore meno acuto non è una novità che da circa vent’anni il timone della politica estera occidentale sia scivolato via dalle mani della politica. Le decisioni vengono prese altrove, fuori dal teatrino mediatico, tra le sigle i numeri e i nomi della grande finanza. Nessuno meglio di George Soros rappresenta oggi gli interessi e i principali obbiettivi della moderna Geopolitica.

Il magnate della finanza, ungherese di origini ebraiche naturalizzato americano, punta di diamante della politica estera americana “fai da te”, famoso in Italia per la speculazione sulla lira del 1992, divenuto famoso al mondo per esser stato, attraverso il suo fondo d’investimento “Quantum Fund”, le sue numerose ONG e i suoi quattrini, l’attore più attivo in tutte le rivoluzioni colorate dalla caduta del muro di Berlino ai giorni nostri, dalla Serbia alla Georgia, dai tentativi in Bielorussia al disastro Ucraino e via discorrendo. Oggi, se per dilettarsi allarga l’impero familiare acquistando partecipazioni nei gruppi economici politicamente più influenti, come le Coop in Italia, sono ben altre le questioni che gli assorbono parecchie energie ad esempio l’odierno tentativo di fermare un progetto di epocale importanza, capace da solo di ribaltare le sorti della geopolitica, di ripristinare i rapporti tra Russia ed Europa e di riavvicinare la Turchia e la Grecia alla Russia, e che potrebbe perfino portare stabilità nel territorio dei Balcani. Parliamo del titanico progetto di trasporto di metano Turkish Stream-Balkan Stream. Questo, nato dalle ceneri del Southstream, parte dalla Russia, bypassando l’Ucraina, attraversa la Turchia, e passando per la Grecia, la Macedonia, la Serbia, l’Ungheria, e la Repubblica Ceca arriva al cuore del mercato europeo. È proprio in Macedonia che il ruolo da sabotatore di Soros si concretizza.

Negli ultimi tempi, attraverso la marionetta Zoran Zaev, leader dell’opposizione macedone, a più riprese ha tentato di innescare una rivolta colorata ai danni del primo ministro Nikola Gruevski, troppo favorevole al progetto di Gazprom e più in generale troppo filo-russo. Il tutto seguendo un copione già familiare nelle vicende ucraine di Majdan, infatti, anche in questo caso è l’ambasciatore statunitense in Macedonia, Jess Baily, che coadiuva Zaev a fomentare un’ipotetica piazza filo-occidentale, esortando gli studenti a manifestare. L’unica nota di novità rispetto alle altre rivolte colorate è che al posto delle solite accuse di eccessivo autoritarismo, brogli elettorali, corruzione nei confronti del premier democraticamente eletto, per fomentare le folle si è fatto ricorso alle informazioni ottenute dall’avanguardia delle tecnologie di intercettazione telefonica di massa, utilizzate da agenzie straniere come la National Security Agency americana in collaborazione con i servizi segreti inglesi e tedeschi. L’obbiettivo di Soros può sembrare limitato ad agitare gli studenti e le comunità albanesi contro il governo filorusso con le solite ONG e tecniche di propaganda ma il piano va ben oltre i rapporti con la Russia. Egli, in accordo con l’amministrazione statunitense, vuole evitare ad ogni costo la cooperazione economica da un lato tra Macedonia e Grecia, come auspicato dallo studioso e analista italiano Umberto Pascali, il quale ha esortato il governo macedone a richiedere la mediazione di Putin per un approfondito dialogo di riconciliazione tra i due paesi, e dall’altro tra Macedonia e Serbia, ipotesi talmente temuta dal grande speculatore americano che recentemente, il 24 aprile, attraverso una sua ONG “Youth Education Committee” ha organizzato una conferenza a Belgrado nominata “L’integrazione europea dei Balcani occidentali, insieme possiamo fare meglio”, causando un incidente diplomatico con il governo della Serbia, il quale ha dichiarato che se il sorossiano ministro degli esteri del Kosovo avrebbe messo piede nel territorio serbo per partecipare alla conferenza, sarebbe stato arrestato a causa di una condanna per terrorismo ricevuta nel 1997. Insomma per il magnate della finanza i Balcani devono rimanere balcanizzati. Lo sviluppo, la pace, la cooperazione in questi territori sono motivi di grande preoccupazione, potrebbero addirittura essere d’aiuto alla messa in atto del progetto cinese della “Nuova via della seta” collegando il porto del Pireo (grande motivo di lite tra Grecia e Commissione Europea per lo stop alla privatizzazione marcata Trojka e le concessioni ai cinesi), a Budapest attraverso Macedonia e Serbia.

La chiave del mondo multipolare sembra trovarsi oggi nella piccola Macedonia di Nikola Gruevski, oggi come non mai necessita del supporto di tutti.