di Valeria Salanitro

Che la comunità parlante sia in grado di determinare gli usi sociali della lingua, garantendone per l’appunto la mutabilità e la dinamicità è uno degli “adagi” pervenuti a noi dai linguisti e filosofi del linguaggio. In questo tempo dominato da regimi scopici e pratiche della rappresentazione del sé è necessario cogliere il senso dei molteplici processi di ampliamento semantico e consequenziale restringimento, relativi ai nuovi segni della comunicazione politica. Uno dei dati più significativi verte sull’effetto performativo di simili etichette linguistiche: «Hitler non voleva sterminare gli ebrei, ma espellerli». Questo il monito inquisito. Perché il premier Israeliano Benjamin Netanyahu avverte la necessità di argomentare durante il Congresso sionista mondiale, le determinanti dell’Olocausto, individuandole tra l’altro nella presunta irresponsabilità del Fϋhrer? Ma soprattutto, esiste una correlazione tra l’attribuzione di “colpa” mossa nei confronti del Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini e le manie di “sviluppismo etnocentrico”, insieme con le politiche di esclusione mosse nei confronti delle minoranze “etniche”, siano esse palestinesi, curdo siriane, cristiane, yazide? L’affermazione è stata rettificata, ma «sterminare» ed «espellere» presuppongono parimenti un’azione ed un’intenzione esclusivista. Ѐ quell’atto linguistico definito performativo, in riferimento agli effetti che sortisce durante l’enunciazione. Che valenza ha una simile “distorsione” nell’attuale contesto politico mediorientale? Volendo districare dalle fitte trame narrative il filo latente che sottende simili interazioni, non si può non scorgere un comune denominatore.

Oggi, in cui si manipolano gli assi crono-spaziali e si solleva l’ennesimo muro di recinzione (che casualmente evoca altre linee di demarcazione storicamente note); che le dinamiche di conflitto sono sempre più strategiche; che si istituiscono giochi di ruoli all’interno dell’arena politica tra i competitors solo per mantenere fede ai moniti di partito; un dato sembra essere oggettivo. Hamas ed Israele sono nuovamente in conflitto, i famigerati territori occupati sono nuovamente teatro di guerre etniche e le determinanti di simili pretese belligeranti sono esclusivamente di natura “teocratica” e “nazionalistica”. Ecco compiuta la “banalizzazione del male” che Hannah Arendt aveva profeticamente individuato, Gϋnter Grass combattuto ed Edward W. Said decostruito. La “Questione Palestinese” diviene centrale ed evoca nuovamente statuti identitari e politiche di costruzione dell’altro, avvalendosi di un ordine discorsivo che supera di gran lunga l’appartenenza. Il quesito pertinente ai fini di una corretta valutazione politica della comunicazione odierna è il seguente: i paesi più disparati combattono per istituire confini identitari e promuovere campanilismi/nazionalismi vari; le logiche che sottendono l’istituzionalizzazione dello “Stato-Nazione” non differiscono poi così tanto dai prodromici segni di “integralismo” sovranazionale. Inoltre, sembra che gli intenti che spingano i leaders di turno siano i medesimi: territorialità, sovranità nazionale, potere politico, laicità provvisoria vs precetti teocratici inconfutabili.

Sembra ragionevole convenire pertanto sulla natura dialogica dei fenomeni politici e delle nuove configurazioni argomentative tipiche della comunicazione politica attuale. Nessun approccio dereificante, potrebbe essere più esaustivo. Le politiche etnocentriche in tal senso, accomunano soggetti apparentemente antagonisti e ne decretano la similarità strategica. In fondo, perché mai i miliziani jihadisti del Califfato, nel video pubblicato recentemente, inneggerebbero al jihad attivando risposte belligerantie proselitismi tra i combattenti palestinesi, contro gli ebrei d’Israele? Nessuno “scontro tra civiltà” o evoluzionismi del caso, anche stavolta analogie e identità plurali decostruiscono la fallacia delle formazioni discorsive culturali.