Le prime ore della convention nazionale del Partito Democratico statunitense, i cui delegati si stanno riunendo in questi giorni a Philadelphia per ufficializzare la candidatura di Hillary Clinton alla presidenza del paese in vista delle elezioni di novembre, sono state dominate dal palesarsi del dissidio interno alla formazione proprio nel momento in cui Bernie Sanders, candidato sconfitto nelle primarie, pronunciava un discorso di endorsement alla candidatura dell’ex First Lady e Segretario di Stato. I delegati sostenitori del Senatore del Vermont, propugnatore di una piattaforma elettorale fortemente progressista, autodichiaratosi a più riprese “socialista democratico”, hanno platealmente fischiato Sanders nel momento in cui, aprendo i lavori della convention, ha dichiarato esplicitamente il suo supporto a Hillary Clinton. I fischi dei delegati accompagnati paradossalmente da cori espliciti come “We want Bernie!”, testimoniano l’esistenza di turbolenze di rilevanza non secondaria all’interno del Partito Democratico e tradiscono l’insoddisfazione di una percentuale rilevante della base democratica nei confronti per la candidatura della Clinton, invisa per le sue ambigue vicende politiche passate, per la sua connivenza in numerosi casi troppo esplicita con le lobby economiche dominanti e per la sua posizione di candidata dell’establishment, dunque di quel “sistema” nei confronti del quale l’elettorato americano, tanto democratico quanto repubblicano, ha avuto modo di dimostrarsi altamente inviso nel corso dell’intera campagna delle primarie.
Oltre alle divergenze ideologiche e programmatiche, un’ulteriore motivazione che ha spinto i delegati pro-Sanders a manifestare il loro distacco dalle scelte dell’ex candidato è rappresentato dalla pubblicazione, proprio alla vigilia dell’inizio della convention di Philadelphia, di documenti raccolti da WikiLeaks provanti esplicite manovre di sabotaggio condotte contro la campagna elettorale di Sanders per mezzo di disinformazione e cyberspionaggio. Manovre in cui avrebbe avuto un ruolo determinante una figura formalmente tenuta a mantenersi super partes, il presidente del Comitato Nazionale Democratico Deborah Wasserman Schultz, dimessasi a seguito della pubblicazione di numerose, scottanti e-mail scambiate con funzionari del partito nelle quali vengono discusse numerose tipologie d’azioni programmabili ai fini di screditare e isolare Sanders. Le accuse rivolte da numerosi esponenti del Partito Democratico verso il governo russo, ritenuto fautore della deflagrazione dello scandalo ai fini di favorire indirettamente la vittoria del Partito Repubblicano e di Donald Trump, ritenuto decisamente meno inviso alla leadership del Cremlino rispetto alla Clinton, lasciano il tempo che trovano e aggiungono ulteriore torbido a una vicenda destinata a turbare i sonni della leadership democratica ancora a lungo.

In definitiva, a trovarsi tra i due fuochi è proprio il candidato che per lunghi mesi ha maggiormente emozionato, presentandosi al di là della sua età avanzata e della navigata esperienza istituzionale come il vero uomo nuovo della competizione elettorale a stelle e strisce, fautore di un programma decisamente innovativo, improntato sulla ricerca di una maggiore eguaglianza all’interno del sistema economico e sociale, sul ripudio dell’interventismo in campo internazionale e, più in generale, a un forte idealismo e, sostanzialmente, alla ricerca di un modus operandi per rivoluzionare nel profondo tutto il panorama politico americano. La sorprendente condotta di Sanders, abile a contendere fino all’ultimo la nomination alla Clinton, gli ha consentito di portare a Philadelphia una forte truppa di delegati e di potersi porre alla testa di una propria corrente autonoma in campo democratico, ma non è stata seguita da adeguate operazioni politiche volte a suggellare il consolidamento del consenso notevole conquistato alle urne. Sanders si è trovato in difficoltà proprio nel momento in cui l’idealismo ha iniziato a dover lasciar spazio al tatticismo, alle scelte asimmetriche e intricate che governano le convention partitiche. Egli, infatti, si è trovato costretto a supportare nella corsa alla Casa Bianca proprio la rappresentante di quel sistema elitario e autoreferenziale che con la sua discesa in campo si proponeva di cambiare, e che i suoi votanti hanno recepito come ostile e avverso nel corso dell’intera campagna di voto. All’interno del Partito Democratico, infatti, Hillary Clinton più di qualunque altro leader polarizza, divide, crea discussioni: ella è sicuramente la personalità che si trova a dover affrontare la resistenza e la contestazione interna più spiccata, nonché colei che più di tutti i seguaci di Sanders identificano con i “poteri forti” accusati dal Senatore del Vermont a più riprese nei suoi discorsi. La vicinanza della Clinton a centri di potere ambigui quali gli speculatori di Wall Street come il cinico George Soros, i sauditi e il complesso militar-industriale è cosa nota già dai tempi del suo incarico come Segretario di Stato, e già a lungo discussa da coloro che ritengono l’ex First Lady come l’esponente democratico maggiormente vicino all’ideologia dei falchi neoconservatori dominanti durante le due amministrazioni di George W. Bush; Sanders non ha saputo spendersi a dovere per far pesare la sua influenza e ottenere dalla Clinton specifiche concessioni in materia di programma elettorale, e si è trovato con le spalle al muro, avendo gli eventi fatto sì che la dichiarazione di sostegno a Hillary Clinton apparisse per lui l’unica strada percorribile. Non sarebbe stato realistico, infatti, che defilandosi Bernie Sanders invitasse indirettamente i suoi sostenitori a dirottare i propri voti su Donald Trump, sebbene la consultazione di tutti i principali sondaggi sulle potenziali intenzioni di voto raccolti negli USA a partire da febbraio testimonino come, in molti casi, gli elettori che nella corsa alla Casa Bianca avrebbero appoggiato il Senatore del Vermont contro The Donald o qualunque altro candidato repubblicano si sarebbero defilati qualora la scelta della convention di Philadelphia fosse caduta su Hillary Clinton. Elettoralmente parlando, infatti, la candidatura di Sanders avrebbe costituito una carta praticamente decisiva per il conseguimento della vittoria da parte democratica: i primi sondaggi non ipotetici, invece, confermano il trend degli scorsi mesi sulla sfida, allora potenziale ed oggi concreta, Clinton-Trump indicando un sostanziale equilibrio in termini di voti aggregati e, addirittura, un vantaggio del tycoon newyorkese negli Stati reputati come in bilico (swing states). Questo dato apparentemente paradossale è in realtà in linea con le dinamiche interne al Partito Democratico, di cui i malumori dei sostenitori di Sanders a Philadelphia hanno testimoniato l’evoluzione recente: la critica diretta al “Sistema”, infatti, non è prerogativa dei soli repubblicani, ma si estende anche all’interno della formazione avversaria, alla cui base una percentuale consistente di elettori non reputa imprescindibile il voto al candidato espresso dalle primarie, manifestando altresì pulsioni e orientamenti differenti che prescindono la mera disciplina di partito.

Nonostante Sanders e Trump siano probabilmente le personalità maggiormente antitetiche tra quelle che si sono messe in lizza per conquistare le nomination presidenziali, parte del loro consenso deriva infatti, in misura diversa tra i due ovviamente, dalla loro volontà di essere “voci fuori dal coro”, avversari dichiarati dello status quo fossilizzato in cui è costretta a vivere un’America dilaniata dalle sue contraddizioni interne e oppressa da una quantità insostenibile di questioni impellenti da risolvere in campo politico, economico, sociale, geopolitico. Questo nesso nascosto che lega i due poli opposti dello spettro della politica a stelle e strisce è visibile chiaramente solo ora che, a giochi fatti nelle primarie, il terreno è sgombro per lo scontro frontale tra due personalità a loro volta diversissime, i cui partiti sono uniti dalla crisi interna, dalla difficoltà nella ricerca di una linea politica univoca e del dialogo tra le diverse correnti. Difficoltà che i repubblicani hanno palesato nel momento in cui nessun avversario è riuscito a frenare il ciclone Trump e che tra i democratici sono invece covate più a lungo, deflagrando proprio nel momento più delicato della campagna verso il voto di novembre, quello della sua impostazione e del suo avvio. Tra i due fuochi, Bernie Sanders: costretto a scegliere tra due vie che lo avrebbero in ogni caso portato a rinnegare alcuni dei suoi principi, egli ha compiuto un sacrificio per lui sicuramente doloroso, che rischia di procurare pochi vantaggi in termini elettorali al Partito Democratico e, al tempo stesso, ostacolare il dispiegarsi del progetto di rinnovamento politico da lui auspicato, il cui compimento, vista la presente situazione di assenza di collante tra le basi dei partiti, le leadership e i candidati presidenti, rischia ogni giorno di più di essere una prospettiva sempre più remota.