Il regime alimentare da Guerra Fredda che si proponeva fino a qualche mese fa entrando nei supermercati moscoviti, dove era un’utopia rintracciare una crosta di Parmigiano o una metafisica di mozzarella che non avesse origini bielorusse, deve essere sembrato agli eurocrati convinti un atto quasi indolore nei confronti di un intero sistema economico continentale che ha accusato un colpo di portata non indifferente: tanto per fare un esempio pratico, nel mese di aprile 2015 il Made in Italy in Russia ha subito una flessione notevole sul piano delle vendite. Tutt’altra reazione si è avuta negli ambienti politici continentali una volta appresa la notizia della diffusione della black list emessa dal governo russo solo pochi giorni fa. I sospetti si erano insinuati tra gli europei in seguito al rifiuto delle richieste di visto da parte di un parlamentare tedesco e di altri tre suoi colleghi olandesi. La riservatezza che il Ministero degli Affari Esteri russo aveva mantenuto, consegnando l’elenco dei nomi dei malcapitati direttamente alle sedi diplomatiche interessate e alla delegazione dell’UE a Mosca, è venuta meno al momento dello sciacallaggio mediatico occidentale, che si è subito lanciato nel toto-nomi dei funzionari politici e militari che sono finiti sotto la spada di Damocle delle sanzioni.

Non si sono fatte attendere le polemiche sollevate dalle istituzioni europee, in primis nelle persone del presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e di Lady Pesc Federica Mogherini, che si sono uniti in un coro unanime di disappunto, definendo questo provvedimento arbitrario, ingiustificato ed esigente di chiarimenti. Molto “diplomaticamente” (è il caso di dirlo) il Cremlino si è limitato a constatare che tale lista è stata semplicemente emessa come contropartita di un comportamento precedentemente adottato dalla stessa UE, e che i nomi dei politici cui è stato vietato l’ingresso in Russia sono stati comunicati alle varie ambasciate come gesto di cortesia, al fine di evitare potenziali pericoli agli individui colpiti, non per fornire l’ennesima occasione di innescare una messa in scena politica. Le istituzioni europee hanno ricevuto anche lo schiaffo morale di essere state giudicate inopportune nei comportamenti, persino rispetto agli americani, contro i quali sono state emesse la stessa tipologia di sanzioni, ma che si sono dimostrati molto più adeguati e costruttivi nelle reazioni.

Ci si chiede opportunamente “cui prodest” questo tipo di comportamenti. Si commenta, più o meno correttamente, che tali accorgimenti non fanno eventualmente altro che allontanare il momento di un potenziale disgelo. Si, può esser vero, ma cosa dovrebbe impedire alla Russia di adottare simili stratagemmi nei confronti di quegli individui “indesiderati”, perché in prima linea nell’imposizione di atteggiamenti e misure politico-economiche contro Mosca? È legittimo ritenere che le politiche sanzionatorie russe non vogliano seguire la linea autolesionista condotta dalle autorità di Bruxelles. Come già ricordato, ma in Europa ed in Italia non se ne proferisce parola, l’export italiano verso la Russia ha subito un notevole arresto nel mese di aprile, con le pesanti ripercussioni che ne conseguono a carico delle imprese locali, mentre Putin (intelligentemente) insiste nell’incentivare le industrie russe ad approfittare delle sanzioni per incrementare le quote di mercato nei bacini locali e ridurre la dipendenza dalle importazioni. Non è difficile percepire la sostanziale differenza che intercorre tra una politica nazionale autonoma, che difende gli interessi interni, contro una linea di azione che ha creato non pochi problemi a migliaia di lavoratori per portare avanti crociate che non ci appartengono. Scevri da uno spicciolo populismo da campagna elettorale (per quanto corretto, seppur semplicistico), dovrebbe rammaricare l’infantile atteggiamento europeo, che prima gioca alla guerra (dei poveri), e poi si indigna per chi risponde alle provocazioni con le medesime condotte. Forse a qualcuno servirebbe un breve ripasso di Max Weber, tanto per citare un politologo dal nome inflazionato quanto illustre, e capire che delle proprie azioni si deve essere pronti a pagarne eventuali conseguenze.