Incastonata tra la Mitteleuropa e Istanbul, tra l’Adriatico e il Mar Nero, la penisola balcanica rappresenta ancora oggi il nodo cruciale per i destini d’Europa. Questa terra così complessa, così difficile e così martoriata rappresenta oggi uno dei più grandi punti interrogativi per l’intero continente e rappresenta, in un territorio circoscritto, tutti i problemi dell’Europa condensati in quattro, cinque Stati. Il primo problema in ordine di importanza, è senza dubbio quello rappresentato dai focolai di jihadismo che sorgono prepotentemente nei territori a forte impronta musulmana di tutta la regione, specialmente in Bosnia. In questo senso, è di fondamentale importanza leggere gli ultimi dati che escono fuori dalle analisi dell’area balcanica, per capire che la situazione è tutt’altro che rosea.

Sono circa 2500 i soldati jihadisti partiti da Bosnia, Albania, Kosovo e Macedonia negli ultimi mesi per arruolarsi tra le fila del Califfato. Questi jihadisti rappresentano il primo punto nevralgico della questione balcanica del 2016 e preoccupano fortemente, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti in Siria ed Iraq. La domanda sorge spontanea: che fine faranno una volta che l’Isis diventerà un ricordo? Sposteranno l’Isis alle porte di Trieste? Difficile, ma non impossibile. Questi miliziani torneranno, sì, questo è certo, e probabilmente continueranno nella loro opera distruttrice. Sotto questo profilo, troveranno in queste terre un campo fertile e ben coltivato da poteri ben più forti della singola cellula terrorista. E’ in atto infatti una campagna tutt’altro che cristallina da parte dei sauditi per installarsi nei territori balcanici più impregnati di cultura islamica.

E tutto ciò non può essere casuale. Al contrario, è del tutto evidente che c’è un forte interesse da parte delle Monarchie del Golfo nel non farsi scappare l’occasione di trovare un mercato fiorente di clienti e di miliziani che viva e sopravviva nel cuore dell’Europa. Ed è così che negli ultimi tempi sono cominciati a saltar fuori i primi investimenti dei fondi della monarchia di Riad in Bosnia, terra prescelta per rintuzzare il focolaio della guerra di religione: soltanto a Sarajevo, un fondo direttamente collegato al King Fahd Cultural Centre ha aperto un nuovo centro di cultura e lingua islamica che vede al suo interno centinaia di iscritti. Fin qui nulla di strano. Ma messo in parallelo con il sorgere di campi di addestramento, di movimenti jihadisti e con l’esplodere del fenomeno dei foreign fighters, rischia di tramutarsi in un gioco pericoloso. Il rischio è quello di trasformare di nuovo i Balcani nel campo di battaglia di una guerra di religione che i poteri forti sembrano voler per forza di cose accendere. Ma il rischio è che, a catena, facciano esplodere una serie di micce che possono incendiare non solo quella zona, ma l’intera Europa. I Balcani sono infatti ancora oggi un territorio naturale dove si scontrano l’orbita NATO e l’orbita russa, e sono ancora il territorio naturale che fisicamente divide l’Europa Occidentale dall’area di influenza di Mosca.

Colpire nei Balcani significa colpire sicuramente un bersaglio, perché è impossibile che non vi siano ripercussioni su larga scala. Nazionalismi, migrazioni, religioni, crisi economica, Unione Europea: tutti i grandi temi dell’Europa del 2016 si condensano tra Lubiana e Skopje e non sembrano trovare una rapida soluzione, né sembrano averne una all’orizzonte. In un territorio dove ancora è irrisolta la questione kosovara, dove c’è ancora un flusso di migranti enorme che sembra non placarsi, dove i movimenti nazionalisti sono ancora molto forti e influenzano notevolmente la politica di ogni singolo Stato, dove le truppe NATO occupano ancora porzioni di Stati e ne decidono la loro esistenza, e dove si combatte con una povertà ancora molto grave che non trova ancora la via della crescita, ogni tentativo di destabilizzazione potrebbe condurre davvero ad una serie di reazioni a catena dai risvolti tragici. L’Europa, prima o poi, dovrà prenderne atto.