L’amministrazione Trump ha focalizzato la propria agenda estera su numerosi teatri geopolitici in ogni continente del pianeta, ma è indubbiamente la Repubblica Popolare Cinese ad essere l’oggetto delle principali ostilità alla luce di tutti quegli elementi (demografici, economici, militari, tecnologici, culturali, ecc) che la rendono l’unica potenza aspirante egemone capace di sfidare realmente l’impero americano.

L’attacco al dragone si è prima manifestato attraverso una guerra commerciale a base di dazi e taciti embarghi che, finora, sta costando più al settore agroindustriale statunitense che a quello cinese, poi con il lancio di quella che Vladimir Putin ha ribattezzato una “guerra tecnologica”, ossia il boicottaggio internazionale del nuovo gigante della telefonia e della telecomunicazioni Huawei, e infine con l’apertura di un fronte proprio nel cortile di casa di Pechino: Hong Kong.

Le ragioni dell’agenda anticinese dell’amministrazione Trump sono, se lette dall’ottica di Washington, tanto chiare quanto valide: l’iniziativa Belt and Road, popolarmente conosciuta come la “nuova via della seta”, rischia di creare un corridoio transcontinentale che legherebbe sistemi economici e apparati infrastrutturali di oltre 80 paesi, da Pechino a Rotterdam passando per Mosca, Islamabad e Tashkent, in una rete politico-economica avente come nucleo la Cina. Inoltre, il paese sta tentando di ridurre a passi da gigante la propria dipendenza dall’estero attraverso una strategia di autosufficienza basata su dottrine autarchiche meglio conosciuta come “Made in China 2025” che, se realizzata, lo renderebbe virtualmente protetto dall’andamento degli affari internazionali e di eventi come le guerre commerciali.

Hong Kong gioca un ruolo di primo piano in tutto ciò. Si tratta di provocare disordini in un luogo ancora più sensibile del Mar cinese meridionale, perché terrestre e più vulnerabile ai tentativi di caos controllato in quanto ospitante un bacino significativo di persone – decine di migliaia – che si è rivelato estremamente utile in qualità di quinta colonna.

È sempre più chiaro che i manifestanti siano la longa manus degli Stati Uniti per mettere Xi Jinping con le spalle al muro, costringerlo ad una scelta che riporterebbe il paese ai tempi delle repressioni maoiste e quelle ancora più dure di piazza Tienanmen.

La presunta debolezza di polso che si accusa al presidente cinese è in realtà un temporeggiamento strategico: monitorare l’evoluzione della situazione, capire se si può infiltrare il cuore delle proteste e scendere a patti con chi sta sventolando le bandiere degli Stati Uniti chiedendo a Trump di intervenire, ricorrere alla forza solo come extrema ratio, perché la violenza bruta avrebbe un impatto non di poco conto nell’immagine e nella credibilità di Pechino a livello internazionale.

Prima di capire perché ciò che sta accadendo a Hong Kong è un tentativo di rivoluzione colorata è necessario anticipare una cosa: proteste, insurrezioni e colpi di stato che vengono pilotati dall’esterno frequentemente hanno luogo perché poggiano su un malcontento già esistente, che semplicemente viene strumentalizzato dai maghi delle guerre non convenzionali.

A Hong Kong lo scontento è esploso con il progetto di legge per facilitare l’estradizione di sospetti criminali a Pechino, ma è anche legato alla questione del carovita, dell’emergenza abitativa e del timore che il definitivo inglobamento nella giurisdizione cinese, che è previsto nel 2047 allo scadere dell’attuale “Una Cina, due sistemi”, comporterà la fine delle libertà e del benessere e l’arrivo della dittatura.

Le condizioni per far esplodere una rivoluzione colorata a Hong Kong, perciò, c’erano tutte e, infatti, sono state adeguatamente sfruttate per convincere migliaia di persone a scendere in piazza e dar vita a manifestazioni a oltranza capaci di paralizzare siti strategici, arterie di comunicazioni, e fronteggiare le tattiche di contenimento delle forze dell’ordine.

Ed è proprio da un’analisi più approfondita della natura delle proteste che è possibile comprendere come esse ricalchino, dettaglio su dettaglio, il modello di rivoluzione colorata ideato dal celebre stratega statunitense Gene Sharp, il teologo dei cambi di regime nel mondo ex sovietico, dal Kirghizistan alla Cecoslovacchia.

Innanzitutto occorre trovare un simbolo, semplice visivamente ma dal forte impatto emotivo, che può essere ad esempio un paio di jeans (come accadde in Bielorussia nel 2006). Questo simbolo sarà utilizzato dai manifestanti per identificarsi ed essere identificati e rappresentati a livello mediatico. Nel caso di Hong Kong il simbolo è stato trovato negli ombrelli.

Occorre poi che le manifestazioni continuino ad oltranza, anche a scopo ottenuto – in questo caso il ritiro della legge sull’estradizione – in maniera tale da spingere le autorità a fare marcia indietro sul dialogo, poiché controproduttivo, e a considerare seriamente l’utilizzo della forza. La violenza è l’elemento-chiave, perché serve ad ottenere maggiore visibilità globale e ad oliare la macchina propagandistica, contribuendo a dipingere il governo di turno come tirannico e liberticida.

Nel caso si tratti di un governo debole ed isolato, la repressione delle proteste può anche fungere da casus belli per un intervento militare diretto – come accaduto nella Libia di Muammar Gheddafi – ma nel caso di un governo forte le cose si complicano. Come sostenuto dallo stesso Sharp e anche dall’autorevole Edward Luttwak in “Strategia del colpo di Stato”, le probabilità di rovesciare un governo rivale attraverso rivoluzioni artificiali si riducono all’aumentare della sua natura autoritaria e dittatoriale.

Gene Sharp

Questo spiegha perché sia stato relativamente facile far cadere Salvador Allende in Cile, ma anche perché sia stato facile far crollare il blocco comunista dell’Europa centro-orientale: si trattava di dittature allo stadio terminale. Ma la Cina è diversa da ogni altro paese in cui gli Stati Uniti hanno tentato un cambio di regime: la dittatura è forte, capillare, florida, nella classe politica c’è unione e adesione cieca all’interesse nazionale, l’economia è altrettanto prospera e sta reggendo oltre le aspettative i colpi della guerra commerciale pur essendo estremamente aperta.

Le rivoluzioni eterodirette dall’esterno vengono anche accompagnate da un’intensa copertura mediatica da parte delle casse di risonanza del blocco di riferimento, in questo caso tutti i grandi nomi dell’informazione cartacea e digitale dell’Occidente. Ed è proprio nel mezzo della disinformazione, della propaganda e della manipolazione della realtà che è possibile trovare le prove del complotto.

Nel caso di Hong Kong le prove sono numerosissime, e il motivo è anche palese: gli Stati Uniti vogliono che la Cina sappia chi è il mandante delle proteste. Non solo aumentano ad ogni appuntamento i manifestanti che sventolano bandiere statunitensi e reggono cartelli pro-Trump, ma le stesse guide delle proteste, come ad esempio Joshua Wong, non nascondono la loro affiliazione.

Recentemente Wong ha incontrato il capo degli elmetti bianchi Raed Al Saleh e il faccia a faccia è stato anche immortalato da Reuters. È stato inoltre acclarato che numerosi partecipanti ai comitati anti-Pechino sono studenti che hanno eseguito mobilità in paesi anglofoni, Stati Uniti soprattutto, e che proprio lì sarebbe stato offerto loro di tornare in patria per organizzare movimenti di protesta.

Quest’ultimo è fonte di particolare disagio per la Cina, essendo che la mobilità studentesca degli universitari è spesso usata come uno strumento per acquisire conoscenze e informazioni sul territorio, per stringere legami utili al paese. Nel caso di Hong Kong, si è rivelata un’arma a doppio taglio.

È anche importante considerare un altro punto: le capacità dei manifestanti di paralizzare le principali arterie di comunicazione e fronteggiare le forze dell’ordine. Si tratta di una costante di ogni rivoluzione artificiale, che lo stesso Sharp spiega come realizzare nei suoi libri. Anche a Hong Kong si è assistito ad incredibili capacità paralizzanti dei manifestanti, abili nel lottare in luoghi ristretti e nell’utilizzo di tattiche asimmetriche per spaesare la polizia.

È chiaro che una protesta realmente genuina e spontanea dovrebbe essere assente di ogni elemento qui presentato, perché composta da persone che non hanno ricevuto alcun tipo di addestramento, finanziamento e armamento e, in ogni caso, destinata ad esaurirsi a scopo raggiunto.

La Cina sta resistendo agli attacchi del nuovo secolo americano, ma se l’opzione Hong Kong dovesse fallire è lecito aspettarsi l’apertura di un nuovo fronte o l’inasprimento del confronto su quelli già in essere. L’Iran potrà essere fermato anche con il dialogo, con la Russia potrà essere raggiunto un compromesso, il Venezuela e la Corea del Nord non sono un vero problema per via delle loro dimensioni e capacità, ma la Cina è oggi ciò che l’Unione Sovietica fu nel secolo scorso: l’aspirante egemone da fermare ad ogni costo; e se Xi vuole trasformare in realtà il “sogno cinese” dovrà mostrare la consapevolezza di essere entrato in una partita con il campione dei cambi di regime, e il primo tempo non è ancora finito.