Anwar al-Sadat il 6 ottobre del 1981 sta assistendo alla parata commemorativa dell’offensiva dell’esercito egiziano sul Canale di Suez e la linea Bar-Lev nella guerra contro Israele del 1973. La parata è puramente uno sfogo propagandistico che tenta di nascondere la vittoriosa controffensiva israeliana che aveva portato l’IDF a marciare fino verso il Cairo. Il ricordo dell’azione egiziana sulla linea Bar-Lev rappresenta dunque un placebo che consente di anestetizzare le masse rispetto a problemi ben più gravi come la disoccupazione, l’alto tasso di corruzione e la monopolizzazione del potere che sta perpetuando le strutture statali oppressive così come partorite decenni prima dal presidente Nasser. E’ per questi motivi che il gruppo al-Jihad decise di agire in quella data per portare la lotta armata direttamente contro lo Stato egiziano, e volle farlo con l’azione più dirompente possibile: l’omicidio del rais. Sadat e il suo governo erano seduti sugli spalti della tribuna centrale, a pochi metri dal manto stradale dove scorrevano in processione i carri armati e i reparti in marcia. Improvvisamente, di fronte le telecamere, un camion si arrestò e quattro uomini armati di mitragliatori aprirono il fuoco contro le autorità egiziane e subito dopo lanciarono delle granate verso gli spalti. La parata si trasformò in un massacro e Sadat rimase ucciso tra i suoi fedelissimi tra cui il suo giovane vicepresidente, ferito gravemente, Hosni Mubarak.

Il gruppo al-Jihad agì nel momento di massima impopolarità per Sadat e il suo governo e l’attacco sembrò la risposta popolare alla gigantesca repressione di settembre contro l’opposizione, in cui vennero incarcerate più di millecinquecento persone. Al-Jihad divenne brevemente, nella mente di molti egiziani, il “braccio armato” di una insofferente ma impaurita volontà popolare, e non semplicemente un attentato terroristico di un minoritario gruppo islamista. Purtroppo l’entuasiasmo iniziale non fu sufficiente per galvanizzare le masse come l’Iran del 1979 e, in poco tempo, Mubarak assunse la presidenza mantenendo in pieno uomini e strutture di Sadat e la repressione si acuì duramente. Durante i processi del 1982, la magistratura egiziana stabilì che l’omicidio del rais era il punto di approdo di una riflessione iniziata dall’ingegnere Muhammad ‘Abd al-Salam Faraj nel suo pamphlet, L’imperativo occultato, nel quale l’intera impalcatura del pensiero islamista era stata ripiegata e proiettata verso la necessità di una lotta armata contro il “nemico interno”, ovvero lo Stato. Recuperando le elucubrazioni di ulama come Ibn Taimyya, tanto acclamati quanto rigettati dai teologici islamici, Faraj aveva portato il jihad a compito primario dei movimenti islamisti. Rigettando la retorica qutbiana della dialettica tra fase di debolezza e fase di potenza (marhalat al-istid’af, marhalat al-tamakkun), ma esprimendo al massimo l’idea dello Stato come empio e governato da apostati (che sebbene abbiano fatto professione di fede in realtà stanno mentendo), l’unica soluzione era il jihad interno contro il “principe perverso”. Agli occhi del gruppo al-Jihad poco importava che Sadat aveva reintrodotto una progressiva re-islamizzazione di una società laica e socialista, poichè il suo governo era comunque composto da apostati che rendevano lo Stato, e quindi la società, empi e condananti alla jahiliyya (barbarie di chi non ha conosciuto il messaggi maomettano). Era dovere di ogni musulmano compiere il jihad e doveva essere fatto contro il nemico vicino, prima di rivolgersi contro quello “lontano”. “Nei paesi islamici, il nemico è sul posto, è lui che detiene il comando. E’ incarnato da quei governanti che si sono impadroniti del potere sui musulmani, e per questo il jihad è un imperativo che si rivolge a ogni individuo (fard’ayn)”. Con questa affermazione, Faraj voleva inscrivere le sue conclusioni nel solco della Tradizione musulmana dove l’imperativo al jihad è di due tipi: fard kifaya, quando si tratta di un dovere collettivo in cui una parte dei musulmani ne assicura l’esecuzione, e un’altra se ne trova dispensata; fard ‘ayn, quando si tratta di un dovere individuale per ogni fedele, anche se non attaccati personalmente.

Il pensiero di Faraj aveva imbevuto il gruppo al-Jihad e se lo Stato era da combattere, il primo obiettivo non poteva che essere la rappresentazione fisica di esso: il rais. Ma la decisione di assassinare Sadat fu presa non dall’ingegnere elettrico ‘Abd Faraj, bensì dal luogotenente Khalid al-Islambuli. Giovane ventiquattrenne, nato da una famiglia di notabili del Medio Egitto, vicino Mallawi, decide di intraprendere la carriera militare invece che quella medica e si iscrive ai corsi dell’Accademia militare per diventare pilota ma, con sua frustrazione, viene assegnato all’arma di artiglieria. Il 3 settembre 1981, un venerdì, torna a casa dalla famiglia e viene a sapere che il fratello, Muhammad, membro di spicco della Jama’at studentesche all’università di Asyut, è stato arrestato nella notte senza accuse all’interno della gigantesca operazione di repressione della polizia egiziana, voluta da Sadat. Alla fine del resoconto della madre, il tenete al-Islambuli confida ai genitori che cercherà giustizia e che “c’è una fine a ogni tiranno”.

Il 24 settembre Khalid propone il suo piano a Faraj. E’ stato assegnato ad un camion militare della parata che passerà proprio di fronte alle tribune governative ed è in grado di far sostituire i tre commilitoni che sfileranno insieme a lui. Faraj si occupa del reperimento delle armi e degli esplosivi attraverso i contatti che i movimenti islamisti hanno tessuto nel corso del tempo con trafficanti e delinquenti locali. Mezzi, movente e opportunità. L’assassinio del rais, secondo quanto dichiarato al processo dallo stesso Khalid, si innesta nel quadro delle teorizzazioni sul jihad di Faraj, ed è la giusta vendetta per l’arresto del fratello.

Il 26 settembre, a Saft al-Laban, si riuniscono gli esponenti del gruppo cairota di al-Jihad e i dirigenti del Medio Egitto. Il piano per l’omicidio viene esposto ma ne segue un violento alterco sulla capacità di organizzare contemporaneamente l’attacco e la “rivoluzione popolare” per instaurare uno Stato islamico. A fronte di tanta esaltazione, scarsa avvedutezza e chiusura ideologica, soltanto il comandante dell’aviazione ‘Abbud si rende conto, con lucidità, delle difficoltà oggettive di paralisi dei centri di potere e comunicazione dello Stato da parte del gruppo. A dispetto dei dubbi dell’ufficiale, la decisione viene presa e mentre il ramo cairota si occupa di preparare l’attacco, i dirigenti del Medio Egitto organizzano la presa di Asyut che avverrà non il 6, durante l’assassinio, ma l’8 ottobre. La data viene scelta perché è la Festività ‘Id al-adha e gli uffici della Sicurezza, la polizia politica, sono pressoché deserti; un giovane agente cristiano viene decapitato e un gran numero di poliziotti di religioni differenti vengono trucidati. L’assalto durerà fino all’arrivo dei paracadutisti egiziani che, dopo due giorni, schiacciarono senza troppe difficoltà la ribellione. Durante i processi si scoprirà che molti membri del gruppo erano tenuti già da tempo sotto controllo e monitorati dai servizi di sicurezza. Agli arresti di massa nell’immediato seguirono le scarcerazioni e due processi distinti: il primo riguarda ventiquattro imputati di al-Jihad e cinque di essi vengono condannati a morte e giustiziati il 15 aprile 1982. Tra loro ci sono il sottotenente Khalid e i suoi tre complici più l’ideologo Faraj; il secondo processo vede imputate trecentodue persone variamente legate al gruppo terroristico e in mezzo ad esse si fa notare un giovane egiziano di nome Ayman al-Zawahiri, futuro ideologo e oggi leader di al-Qa’eda.

Il fallimento del jihad di Faraj e del suo gruppo fu totale, nessuna rivoluzione islamica prese piede in Egitto che anzi si avviò sulla strada di una decisa laicizzazione sotto la guida del rais Mubarak. L’unico che riuscì a far tacere il dolore e la rabbia per quella che vedeva come una ingiusta repressione nei confronti del fratello, fu il giovane sottotenente Khalid la cui mente, distorta dal fanatico “imperativo” del suo mentore, lo portò ad esplodere i colpi che uccisero Sadat e ad urlare, davanti le televisioni di mezzo mondo: “Io sono Khalid al-Islambuli, ho ucciso Faraone e non ho paura della morte!”