Nella corsa alla Casa Bianca, è sempre difficile distinguere le reali politiche dei candidati in pectore che si contendono la nomination nelle primarie da quelle suggerite loro dalle lobby che forniscono i vitali e imprescindibili sussidi economici alle varie campagne, pretendendo in cambio adeguati compensi a loro favore. Chiaramente, può sovente succedere che i mecenati in questione si ritrovino a sfondare delle porte aperte, trovandosi in sintonia col candidato, o che determinate prese di posizione di questo catalizzino su di sé l’attenzione di un preciso gruppo di finanziatori. Nel caso della corsa di Hillary Clinton alla nomination democratica per il 2016, i due elementi si trovano intrinsecamente coniugati quando si analizza lo stretto nesso che legano l’ex first lady e numerosi gruppi di pressione riconducibili ai membri più facoltosi della comunità ebraica USA. Essi sono infatti in prima linea per sostenere un potenziale presidente che potrebbe riportare all’antico lustro la relazione bilaterale tra Tel Aviv e Washington, memori della reputazione di filoisraeliana di ferro acquisita dalla Clinton negli anni. Una Hillary dinamica e attiva quella che negli ultimi suoi interventi è riuscita a rassicurare i suoi sostentatori e a smarcarsi con grande abilità dalla spinosa situazione in cui rischiavano di relegarla le notizie sull’imminente conclusione dell’accordo sul nucleare con l’Iran.

Se l’amministrazione Obama ha avuto con Israele le relazioni più tormentate degli ultimi decenni, un accordo con quello che dal governo Netanyahu è visto come il grande nemico rischierebbe di scavare tra i due paesi un fossato difficile da colmare. Nelle sue dichiarazioni la Clinton ha puntato forte sul motto “no deal is better than bad deal!”, discostandosi quindi dall’opera del suo successore al segretariato di stato, John Kerry. Tutta la carriera politica e pubblica della Clinton è stata segnata da prese di posizione filoisraeliane, e sicuramente la sua campagna elettorale punterà a costruire l’immagine di una candidata amica di Tel Aviv, in modo da poter invadere, nel caso di successo alle primarie, parte della riserva di elettori neoconservatori e “falchi” fortemente sensibili al tema della sicurezza di Israele.

In ogni caso, è logico prevedere che un’elezione di Hillary Clinton alla Casa Bianca significherebbe una nuova svolta interventista; obiettivamente, se in passato all’opinione pubblica mondiale era ancora possibile sventolare la bandiera del diritto di Israele a una cosiddetta “autodifesa”, ora definirsi amici e supporters di Israele significherebbe andare a braccetto con un paese guidato da una coalizione di reazionari, militaristi e oltranzisti, il distacco dalla quale è stata una delle poche decisioni prese da Obama nel teatro mediorientale. Quella stessa Israele che ora fa il gioco di ISIS intralciando regolarmente le forze di Assad e si sta pian piano avvicinando, in un’innaturale alleanza, al regime totalitario dell’Arabia Saudita, potrebbe vedere l’ennesimo suo paladino da Washington pronto a fargli scudo e a legittimare ogni sua azione; la Clinton è la donna perfetta per ricoprire questo ruolo; resta ora da vedere che influenza reale avrà il patto con Teheran sulle dinamiche interne al Partito Democratico e, più in generale, nelle relazioni estere americane. Se i dem ripudieranno l’intesa, la strada per colei che formalmente ha avviato i negoziati ma ora per vie traverse ne ripudia gli esiti si farebbe decisamente più pianeggiante, mentre per il Medio Oriente e in generale la sicurezza globale non si potrebbe chiaramente dir lo stesso.