Ecce pacto! All’alba di mercoledì giunge la notizia di un accordo tra P5+1 ed Iran sulla questione della produzione di carburante nucleare nella teocrazia mediorientale. Dopo numerosi tentativi di conciliazione andati a vuoto, i capi diplomatici delle sei maggiori potenze mondiali hanno trovato il bandolo di una matassa piuttosto intricata; o perlomeno, si è trovato un bandolo. Si sono raggiunte infatti le intese di massima, e le parti hanno già iniziato a mettere nero su bianco gli esiti delle consultazioni, che saranno suggellati dalla sottoscrizione ufficiale verso giugno, con beneplacito di chi non ci aveva creduto fino in fondo.

Si potrebbe supporre che l’asfissia economica indotta da ONU, Stati Uniti e UE nei confronti di Teheran abbia prodotto gli effetti desiderati, mettendo alle strette un Paese con l’acqua alla gola, non più in grado di provvedere alle necessità di una grande popolazione allo stremo. Dal canto suo, infatti, l’Iran auspicava il raggiungimento di un accordo al fine di ottenere una liberazione dalla spada di Damocle delle sanzioni che da oltre 30 anni affliggono l’economia del Paese. Lo stesso capo del Consiglio nazionale iraniano-americano Jamal Abdi aveva dichiarato che “l’Iran non vuole un accordo sul nucleare solo per il gusto di avere un accordo”; come biasimarlo. A livello tecnico, piuttosto, si è lavorato su una riduzione del numero di centrifughe utilizzate per l’arricchimento dell’uranio da 10mila a 6mila unità, cui segue intuitivamente una riduzione della quantità di carburante fissile prodotto, con il divieto che questo venga trasportato oltre i confini. Tutto ciò sarà monitorato dagli osservatori occidentali, con il supporto dell’Agenzia per l’energia atomica dell’ONU (Aiea), chiedendo controlli a lungo termine sul rispetto degli accordi. Si sta configurando, quindi, la possibilità di mettere fine ai timori della nuclearizzazione di Teheran per scopi militari. C’è chi si è opposto con veemenza al raggiungimento di un’intesa in tal senso, primi tra tutti Israele e Arabia Saudita che, per ragioni rispettivamente militari e religiose (più un pizzico di motivazioni economiche), vedono minacciata la loro leadership in Medio Oriente.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, fresco di trionfo elettorale, si vede sempre più screditato dai suoi vecchi amici che per decenni avevano protetto le malefatte di Israele nell’area e solo i fondamentalisti repubblicani americani lo sostengono ancora, visto che Obama pare essersi dimenticato dei buoni rapporti in auge tra Washington e Tel Aviv. Il leader del Likud, infatti, asserisce che tali accordi costituiranno soltanto una pacificazione di facciata e che, segretamente, l’Iran continuerà a portare avanti il suo progetto sulla atomica; a corroborare questa tesi aggiunge che con tale numero di centrifughe funzionanti, il tempo di “break-out” (ossia il tempo necessario per arricchire l’uranio sufficiente per una testata) sarà comunque più breve del previsto. È coerente per il rappresentante di uno stato che non ha mai aderito al Trattato di non proliferazione nucleare dichiararsi preoccupato per una potenziale minaccia atomica? È evidente come Israele possa temere la perdita del ruolo egemone che detiene nell’area, così come quel rapporto di esclusiva con la potenza militare americana. Ed è sempre più solo.

E l’America, cosa ci guadagna? Date le abitudini, molto discutibili, della diplomazia americana di accasarsi per convenienza con l’uno piuttosto che con l’altro, sembrerebbe strano che un mandato “incolore” come quello di Obama non possa mirare a degli obiettivi strategici con maggiore appeal; d’altronde, troppi sono gli interessi a stelle e strisce in ballo in Medio Oriente, per pensare che possano fare un torto a Israele e agli arabi sunniti allo stesso tempo, senza ottenere qualcosa di (temporaneamente) più attraente. L’Iran è un Paese storicamente amico della Russia, nonché in una posizione geografica che definire strategica nella zona è un eufemismo, tanto che gli Stati Uniti potrebbero essere intenzionati a trasformarlo nel loro superattico con vista sul Medio Oriente, perfettamente collocato com’è tra Iraq, Arabia Saudita, Afghanistan e Mar Caspio. Dunque queste bombe non s’han da fare, almeno per ora, e magari è giusto accantonare le teorie del complotto per far spazio al vantaggio comune. Ma non si può volere un accordo, solo per il gusto di avere un accordo.