Si parla spesso delle estreme conseguenze che il colonialismo prima e la globalizzazione poi hanno sul terzo mondo; desta particolare preoccupazione la situazione ad Haiti, il paese più povero delle Americhe, nonostante sia stato il primo ad essere indipendente a livello caraibico. Di questo e di come la popolazione concepisce ‘l’occidente’ ne abbiamo parlato con Giovanni Vinti, ingegnere ambientale e volontario siciliano che da qualche mese si trova proprio ad Haiti.

In primis, di cosa si occupa la tua ONG ad Haiti?

Il CISS (Cooperazione Internazionale Sud-Sud) è una Organizzazione non governativa di Palermo che non fa semplice assistenzialismo, ma che porta avanti idee e azioni concrete cercando di coinvolgere in modo attivo e lucido le persone, sia in Italia che all’estero. Nello specifico, gli obiettivi posti dal progetto di carattere igienico-sanitario, della durata di 3 anni, sono parecchi e concatenati tra loro: realizzare delle analisi della qualità delle acque dei pozzi, portare avanti delle campagne informative tra la popolazione sulle regole igieniche di base, realizzare una serie di latrine pubbliche, per citare alcuni dei principali. (Per maggiori info: www.cissong.org). Ma soprattutto l’approccio che si sta seguendo è di tipo partecipativo, ciò significa che oltre ad avere un rapporto alla pari con l’organizzazione haitiana partner del progetto (SJM), si sta cercando di coinvolgere direttamente la popolazione, facendo diventare parte attiva i membri dei quartieri bersaglio. I destinatari non vengono guardati dall’alto, del resto non dobbiamo mica sentirci i “figli dei Paesi Industrializzati appartenenti ad una razza superiore che va a portare il benessere dove la gente non è in grado di organizzarsi” come spesso si crede. Le radici di queste situazioni “complicate” sono antiche (basti pensare che gli attuali abitanti sono i discendenti degli schiavi africani “importati” su quest’isola, dopo che i nativi furono sterminati dai disastrosi effetti del colonialismo..), ma il persistere delle difficoltà ha anche cause più recenti; in proposito ci si dovrebbe iniziare a chiedere perché alcuni Paesi continuano ad essere estremamente poveri.

Che situazione hai trovato nella città di Ouanaminthe?

Ouanaminthe è un centro abitato di frontiera (a “pochi passi” dalle Repubblica Dominicana), in cui vivono oltre 60mila abitanti. Appena giunti, sembra di entrare in un’altra dimensione fuori dal tempo; le strade sono a dir poco dissestate, per la maggior parte in terra e fango. I rifiuti sparsi quasi ovunque e quando non si vedono si sentono. Gente a piedi, anche scalza, con muli o mucche, le auto estremamente rare, in compenso spesso si vedono moto con tre o quattro persone cariche di sacchi e oggetti di qualsiasi tipo (sembrano degli equilibristi). Una miriade di bimbi, a giocare tra spazzatura, maiali, galline e pozzanghere maleodoranti. Quasi metà della popolazione (il 40%) ha meno di 15 anni. Le malattie collegate all’acqua sono molteplici (tra cui malaria e colera). In realtà non è facile rendere l’idea della situazione con le parole, spero siano più efficaci le foto. Però la gente (contro ogni logica occidentale) mi appare bella e felice anche se per la maggior parte povera e in condizioni igienico-sanitarie terribili. E’ stato questo a sorprendermi ancora di più.

Haiti, nel suo complesso, di cosa ha bisogno?

Principalmente nel corso del mio secondo mese ho avuto modo di conoscere altri luoghi, oltre Ouanaminthe. Ho constatato che uno dei problemi principali sia legato alla precarietà delle strutture igieniche di base. Nella maggior parte dei centri abitati, escluse al più le due città principali (Port-au-Prince e Cap Haitien) le famiglie che hanno una latrina per andare in bagno possono ritenersi fortunate. Così come l’accesso all’acqua potabile, e ancor prima, l’accesso ad una rete idrica. Non a caso la maggior parte della gente ricorre ad altre fonti idriche e la diffusione di molte malattie legate all’acqua impura (colera, febbre tifoidea, malaria, infezioni alle parti intime) è una diretta conseguenza. Un altro grosso problema riguarda la gestione dei rifiuti solidi. La spazzatura è una costante di qualsiasi luogo che ho visitato, e la norma è dargli fuoco per ridurne la quantità (degli inceneritori fai-da-te senza alcun filtro, tra la gente). Evidentemente non vi è informazione delle istituzioni nei confronti della gente sui rischi connessi alla combustione della plastica, ad esempio, di conseguenza pensare a “costose” discariche o altro non viene preso in considerazione (tantomeno viene preteso dalla gente). Quello di cui ci stiamo occupando è proprio sensibilizzare, oltre che realizzare opere di carattere igienico-sanitario.

Qual è la percezione dell’occidente tra questi abitanti che costituiscono la popolazione più povera delle americhe?

Bisogna ricordare che gli attuali abitanti sono i discendenti degli schiavi neri che alla fine del 18° secolo hanno condotto la rivolta contro i padroni bianchi, dando vita nell’Ottocento alla prima repubblica nera indipendente della storia. Hanno quindi un sangue “particolare”. Devo confessare di essere partito quasi suggestionato da questo e di certo essere uno dei pochissimi bianchi in circolazione non mi faceva passare inosservato. Nonostante ciò, la maggior parte della gente è disponibile ed amichevole, (in realtà mi è parso di percepire una certa diffidenza principalmente nei confronti degli statunitensi, del resto si vocifera che potrebbero aver dato una mano agli ultimi colpi di Stato, oltre che aver pure loro occupato l’isola nei primi del Novecento..).

 Il colonialismo è ancora presente negli usi e costumi della gente? Come viene percepito?

In realtà proprio in merito a usi e costumi, sembra di entrare in un’altra dimensione, non solo per via delle condizioni spesso precarie, ma anche e soprattutto perché penso la cosa più bella che abbiano sia il tempo, il modo di vivere il tempo, un senso del tempo e della vita che in Italia (o meglio, nei Paesi Industrializzati) stiamo sempre più perdendo. Di certo l’influenza la subiscono, ma più per via di scelte governative, privatizzazioni e accordi con le grosse corporation occidentali. Tra la gente comune vi è un certo orgoglio nel sentirsi haitiani.

Una storia fatta di colpi di stato e guerre civili e quindi grande povertà ed instabilità: ma l’haitiano medio spera ancora? Sogna per sé un futuro migliore?

In questo momento l’haitiano medio penso sogni soprattutto di sopravvivere. E’ tuttora attiva una missione dell’Onu, Minustah, cominciata nel 2004 per aumentare la sicurezza nel territorio; nel 2010 è poi arrivato un terribile terremoto che ha causato oltre 200mila vittime (circa il 2% della popolazione) e ha portato con sé un’epidemia di colera che oggigiorno non si è del tutto debellata. In tutto ciò a Ouanaminthe, come detto, quasi metà degli abitanti ha meno di 15 anni. Oserei dire che attualmente gli haitiani “sognano un futuro”. Hanno un grande passato, essendo uno dei pochissimi luoghi in cui gli schiavi in catene sono riusciti a scacciare i padroni, di cui vanno fieri, ma hanno subìto durissimi colpi. Una nota di colore: in questo contesto, mantenendomi a Ouanaminthe, ho visto molti comitati e associazioni tra la popolazione, e anche organizzazioni come SJM cariche di speranza e voglia di migliorare la condizione tra la gente. E’ possibile che qualcosa stia già tornando a germogliare..

Come hai trovato Port Au Prince a cinque anni dal terremoto?

I danni non mi sono parsi particolarmente evidenti, ma l’insicurezza si percepisce. La città rispetto al resto dell’isola è piuttosto ricca; si tratta però di una ricchezza concentrata nelle mani di pochi, questo porta con sé un notevole tasso di criminalità.

E’ presente la piaga dell’emigrazione nel paese caraibico? Quali sono le mete che gli haitiani vorrebbero raggiungere?

Haiti confina con la Repubblica Dominicana. (Dopo essere stata “scoperta” da Cristoforo Colombo l’isola venne divisa nel corso dei secoli in due stati, uno francese l’altro spagnolo..). Si trova in condizioni migliori la Dominicana, è quindi inevitabile una migrazione verso quella parte dell’isola, soprattutto per via dell’estrema povertà di Haiti. Migrazione contrastata in quest’ultimo periodo col pugno di ferro dalla Dominicana.. dimenticando le comuni origini di schiavi “importati”.

Haiti può essere considerata come emblema dell’avidità capitalistico/occidentale nel terzo mondo?

A parer mio, si. Del resto gli ultimi colpi di Stato, secondo molte fonti (tra cui Human Rights Watch), sembrano essere stati legati ad interessi statunitensi. Ritengo che dovremmo chiederci più spesso come mai certi Paesi continuano ad essere poveri (o perlomeno continua ad esserlo la maggior parte della popolazione..); evidentemente questo torna comodo alle “nostre” aziende occidentali, che possono delocalizzare nel “Terzo Mondo” sfruttando i lavoratori a meno di 1 euro l’ora, o le loro appetitose risorse, senza porsi problemi ambientali o di rispetto dei diritti umani. Un esempio su tutti: la Nigeria ha oltre 150milioni di abitanti, il 90% di loro vive con meno di 2 dollari al giorno, eppure è il 5° esportatore mondiale di petrolio (dato in concessione a molte grosse multinazionali straniere..). Partiamo da questo, invece di parlare di “invasioni”.