Haftar adesso è Maresciallo della Libia; a sancire questa nomina è il Parlamento di Tobruck, ossia il governo libico che non riconosce quello di Al Serraj e che, de facto, domina su quasi tutta la Cirenaica. Tale nomina, va a certificare quanto da tempo già si faceva sul campo: il generale Haftar, fedelissimo di Gheddafi ai tempi della guerra in Ciad negli anni 80 e poi suo nemico in esilio negli USA, è braccio armato di quel governo non considerato più dall’occidente come rappresentante del popolo libico, nonostante esso esca da consultazioni elettorali svolte nel 2014.

Nel paese africano quindi, esiste un governo con un esercito ed adesso è ufficiale: sono, rispettivamente, l’esecutivo di Tobruck ed i militari agli ordini di Haftar, i quali nei giorni scorsi hanno conquistato anche importanti stabilimenti petroliferi. Ma non solo: diverse tribù libiche hanno espresso simpatia verso il governo della Cirenaica e questa circostanza è stata ufficializzata anche da alcuni rappresentanti libici che vivono in Tripolitania, lì dove l’esecutivo ‘ufficiale’ di Al Serraj dovrebbe in teoria avere le sue roccaforti. Prima l’attacco ai radi americani su Sirte, definiti dalle tribù come vera e propria aggressione imperialista, poi una unità di intenti crescente con Tobruck partita proprio dalla condanna dei bombardamenti sull’ultima roccaforte di Gheddafi, in tanti adesso pronosticano una stretta alleanza tra Haftar e le varie tribù in grado di ridare ai libici la speranza di rivedere il proprio paese riunificato e nuovamente in pace. I raid USA, che volevano in realtà provare a dare legittimità ad Al Serraj, stanno provocando l’effetto opposto: adesso, secondo alcune fonti di stampa egiziane, anche la popolazione dei Tebu, etnia nomade che vive al confine con il Ciad e che conta almeno duecentomila abitanti, avrebbe intenzione di rivendicare questa parte del paese rifiutandosi di riconoscere l’attuale governo di Tripoli come principale interlocutore. Una situazione quindi sempre più intricata, in cui l’unica certezza che emerge è la sempre più diretta ed ufficiale collaborazione tra Haftar e Tobruck; ad oggi l’unica vera realtà statale presente è quella che ha messo piede in Cirenaica ed a lungo termine sia Al Serraj che i suoi sponsor dovranno tenerne conto, visto tra le altre cose che il governo ufficialmente riconosciuto dall’occidente non ha nemmeno un esercito ma solo milizie e guardiani di pozzi petroliferi.

In tutto questo, c’è sempre da tenere d’occhio la lotta all’ISIS: cacciati quasi interamente da Tripoli, i miliziani si stanno riorganizzando tra le dune del Sahara nel sud del paese e potrebbero in qualche modo sfruttare questa situazione di incertezza sia per provare a riprendere le zone costiere andate perdute e sia per espandere il loro fantomatico califfato verso i paesi sub sahariani. Il dialogo con Tobruck ed i suoi alleati, appare a questo punto molto più che necessario sia per la stabilità della Libia che della regione; a tal proposito, è bene anche specificare che l’Egitto di Al Sisi appoggia proprio Haftar e Tobruck ed il ruolo de Il Cairo appare importante e decisivo per il futuro di un Maghreb sconvolto dall’onda travolgente e distruttiva della primavera araba del 2011. Il bluff agli USA non è affatto riuscito: dopo il disastro del duo Obama – Clinton di cinque anni fa, che hanno dato il benestare all’intervento inglese e francese, Washington continua a perpetuare mosse sbagliate che destabilizzano ulteriormente l’ex paese di Gheddafi. Proprio le elezioni fra pochi mesi negli USA prima ed in Francia poi, potrebbero cambiare il quadro della situazione anche se, quasi per un’incredibile legge del contrappasso, ad ereditare questa situazione potrebbero essere proprio i due principali protagonisti della sciagurata azione anti Gheddafi: la Clinton per gli Stati Uniti e Sarkozy per la Francia. Chiunque salga a Washington e Parigi, è bene impari subito la lezione subita negli ultimi anni e non solo in Libia: per portare stabilità nei paesi del medio oriente e salvaguardare i comuni interessi legati soprattutto alla lotta al terrorismo, è bene dialogare con le forze in campo e non imporre scelte che nel giro di poco tempo si rivelano profondamente pericolose anche per la sicurezza stessa dell’Europa .