In un Medio Oriente in fiamme, devastato da guerre, religiose, energetiche e geopolitiche, la notizia che giunge da Vienna è una di quelle che illumina il sentiero intrapreso, con il miglior spirito, da chi intende gettare semi di armonia nel terreno, sovente arido ed intricato, delle relazioni internazionali. Lo storico accordo raggiunto mercoledì a Palais Coburg sana una ferita, tra l’Iran e l’intero mondo occidentale, che affondava le sue radici nei decenni scorsi – dalla cacciata di Mossadeq e la rivoluzione del ’79 – e per certi versi, addirittura nei millenni addietro – da Maratona, le Termopili e Platea. L’Iran non è più uno “stato canaglia” e da oggi il mondo intero se ne accorge e può affermarlo a testa alta; anche chi si ostina nel basare la sua lista di buoni e cattivi sulla contorta politica estera a stelle e strisce. Questa terra antica ed orgogliosa rigetta, in modo definitivo, la fastidiosa etichetta figlia della dottrina Bush che faceva di tutto l’Islam un unico fascio e dell’Iran addirittura un alleato dei fondamentalisti islamici. Il presidente Rouhani, così, oltre al raggiungimento del risultato tanto atteso, si leva il sassolino dalla scarpa di far divampare la rabbia dell’unico malcontento, “Bibi” Netanyahu. Colui che ha contribuito alla demonizzazione iraniana agli occhi del mondo e che proprio utilizzando, in modo abile e spudorato, le sue febbrili visioni di una guerra atomica scatenata dagli ayatollah, era riuscito nell’impresa impossibile di farsi rieleggere alle ultime elezioni in Israele.

La Repubblica Islamica iraniana torna nel concerto internazionale, dalla porta principale, grazie ad un buon accordo. E un buon accordo, da che mondo è mondo, lo si ha quando tutte le parti escono soddisfatte ma, allo stesso tempo, rinunciando a qualcosa. Come è accaduto in questo caso. Per Russia e Stati Uniti – grandi manovratori dell’intesa – un Iran che col tempo tornerà ad essere nuovamente esportatore e militarmente ben equipaggiato, si rivelerà infatti sia un ingombrante concorrente nel mercato degli idrocarburi (in un periodo di prezzi già ridotti all’osso), che una potenza militare che va accettata e sorvegliata con attenzione – preziosa alleata in chiave geopolitica ma non certo da poter lasciare priva di ogni catena (ed è infatti sotto il profilo militare che le maglie del documento sono più strette). Quello che più contava in questa sede, era tuttavia l’aspetto strategico; e quello è stato il traino dei negoziati e la chiave di volta dell’accordo. Riammettendo l’Iran tra le nazioni che contano, il mondo è ora più sicuro e lentamente si aprirà una nuova era di pacificazione nel grande incendio di sangue ora in atto in Medio Oriente; ben si capisce che un prezzo lo si paghi volentieri. Anche perché, a livello personale. il ritorno d’immagine è notevole e getta corone d’alloro sulle teste dei negoziatori: al saggio e tenace Zarif, all’astuto e raffinato Lavrov e soprattutto ad Obama, che tramite l’abile Kerry si rende capace di un grande gesto che il mondo intero attendeva da lungo tempo, dopo il suo messianico discorso del Cairo.

Sul versante interno, i moderati riformisti di Rouhani hanno ipotecato il potere nei prossimi anni; scongiurando un ritorno dei “falchi”, ostinati in un fiero “soli contro tutti”, che alla lunga si sarebbe rivelato catastrofico per il Paese. Anche l’Iran ha bisogno di pace e commercio, come tutti gli altri paesi del mondo; e lottando disperatamente per il raggiungimento di questo accordo lo ha evidenziato al mondo intero, mostrando il suo lato migliore. Quello che eredita da millenni di storia affascinante ed arte sopraffina, testimonianza di una delle civiltà più illuminate dell’umanità che proprio in quanto tale ha un dovere morale verso il suo popolo di oggi. I benefici per la popolazione iraniana arriveranno non certo immediatamente. ma piuttosto nel tempo; piano, piano. Anni di stagnazione economica, perdita di competitività in diversi settori (compreso quello energetico), crollo degli investimenti e una forzata semi-autarchia hanno lasciato un segno profondo nel tessuto socio-economico che non potrà certo essere cancellato con una firma. Ma ora c’è la certezza che gli iraniani tornano artefici del proprio destino, e con questa certezza possono mirare a far ripartire un Paese che ha tutte le carte in regola per essere annoverato tra le grandi potenze del continente eurasiatico. L’Iran tornerà ad essere un privilegiato partner commerciale per le nostre imprese, che dalla liste delle sciocche sanzioni possono depennare il suo nome, nell’attesa di poter cancellare anche quello del suo potente vicino settentrionale.

80 milioni di abitanti, seconda e terza al mondo rispettivamente per riserve convenzionali di gas e petrolio, potenza militare e un patrimonio nazionale unico al mondo. Se stavamo cercando un nuovo “mattoncino” da aggiungere ai BRICS, l’Iran lo sarà nel medio termine. E’ una straordinaria opportunità per tutti, da non lasciarsi scappare.