“La nazione voterà per un Parlamento che metta la dignità e l’indipendenza al primo posto, e che resisterà alle potenze straniere la cui influenza sull’Iran è stata rimossa”. Le parole della Guida Suprema Ali Khamenei alla vigilia della doppia tornata elettorale (elezioni legislative e rinnovo dell’Assemblea degli Esperti) dicono già tutto sull’esito finale. Inutile dunque barcamenarsi sulle correnti, oltre 250, secondo il ministero dell’Interno (nella Repubblica Islamica non esistono i partiti tradizionali) in lotta per un seggio del Majlis. 

Che siano conservatori tradizionalisti (lealisti di Khamenei appoggiati dalla spina dorsale della classe dirigente, clero e bazarì), ultra-conservatori  (il maggiore esponente è l’attuale portavoce del Parlamento Ali Larijani, sostenuto dai bassiji e dai pasdaran) o riformisti (un’alleanza composta da decine di fazioni e di esponenti della società civile) a conquistare la maggioranza in parlamento cambia poco perché come in Occidente ogni candidato è un insider del sistema (tutti gli aspiranti deputati hanno dovuto superare una selezione preventiva del Consiglio dei Guardiani). Nulla di sconvolgente in realtà, perché la Repubblica Islamica si regge su una sorta di “democrazia organica”. Le scelte dal basso (popolo) e dall’alto (clero) convergono in un obiettivo comune: la conservazione e il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie del 1979. 

Circa 55 milioni di iraniani dunque (è necessario avere più di 18 anni), su una popolazione di quasi 80 milioni di persone, saranno chiamati venerdì 26 febbraio alle urne per eleggere i rappresentanti del popolo, e l’Assemblea degli Esperti, l’organo che avrà il compito di scegliere la futura Guida Suprema del Paese. L’appuntamento è storico perché si tratta del primo voto politico dopo l’accordo che ha portato al ridimensionamento del programma nucleare iraniano (14 luglio 2015) e alla fine dell’embargo internazionale contro l’Iran (16 gennaio 2016). Un test decisivo per Hassan Rohani, eletto nel 2013, il quale ha adottato un’apertura alla “cinese” ovvero stringendo accordi economici con l’Occidente e ottenendo un riconoscimento internazionale in quanto potenza regionale, pur congelando l’apparato istituzionale. Secondo le previsioni, l’elettorato potrebbe premiare i successi diplomatici di Rohani, che vorrebbe dire far nascere un Parlamento favorevole alla sua presidenza. Con molte probabilità dunque la formazione dell’attuale presidente avrà la meglio ma in modo relativo e non assoluto. La composizione del Majlis rimarrà plurale nella misura in cui i vari schieramenti avranno tutti voce in capitolo e tutte le anime del Paese saranno rappresentate nella stanza dei bottoni con sede a Teheran. Se non è stato già fatto. il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa andrebbe tradotto anche in farsi.

Il Majlis

Il Parlamento iraniano è composto da 290 deputati (5 seggi sono riservati alle minoranze religiose, ebrei cristiani e zoroastriani) e rimane in carica per quattro anni. Gli eletti hanno il potere di formulare e approvare le leggi conformemente alla costituzione iraniana. Per decidere se una legge è costituzionale o meno interviene il Consiglio dei Guardiani, composto da 12 membri, 6 religiosi nominati direttamente dalla Guida Suprema, e sei giuristi islamici nominati dal capo del potere giudiziario in Iran (a suo volta nominato dalla Guida Suprema). Proprio il Consiglio dei Guardiani, garante del Velayat faqih (letteralmente “tutela del giurisperito”, ovvero il primato del religioso sulla dottrina politico ed economica), insieme alla Guida Suprema, possiede l’ultima parola, tuttavia è il Parlamento ad approvare la nomina e l’operato dei ministri e può costringerli alle dimissioni. In altri termini, può ostacolare (cosa che ha fatto negli ultimi anni) o favorire la politica del governo del presidente (in questo caso Hassan Rohani).

L’Assemblea degli esperti 

E’ composta da 86 membri, incaricati di seguire le attività della Guida Suprema e di nominare il suo successore, nonché revocargli il mandato, fatto sinora mai avvenuto. Resta in carica per 8 anni, un lasso di tempo che potrebbe consentire ai nuovi eletti di decidere il futuro della nazione nel dopo Khamenei (76 anni). Tutta la nomenklatura religiosa dell’Iran cerca di farne parte: sono in corsa per un posto l’attuale presidente Hassan Rouhani, il capo della Giustizia, Sadeq Larijani, e il presidente del Consiglio dei Guardiani, Ahmad Jannati, oltre all’intramontabile ayatollah Rafsajani, rivoluzionario della prima ora, già presidente del Majlis e presidente della Repubblica Islamica. Tra loro potrebbe uscire un domani la futura Guida Suprema, ovvero chi controllerà tutti i poteri in Iran. Di 801 candidati, ne sono rimasti in lizza – dopo la selezione del Consiglio dei Guardiani – 166, tra cui nessuna donna (pur essendoci 16 religiose aspiranti).

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale