Dopo le risposte evasive ed incerte del Governo italiano in merito al coinvolgimento “implicito” dell’Italia nel conflitto in Yemen , toccherà adesso alle autorità stabilire se la vendita di armi all’Arabia Saudita costituisca violazione della legge 185/90 che vieta l’export degli stessi armamenti verso i Paesi in stato di conflitto armato e che violano diritti umani. Un atteggiamento, quello delle istituzioni italiane, che non ha però impedito a diverse associazioni pacifiste attive nel paese di lanciare campagne e farsi promotrici di numerose iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica al tema della drammatica situazione in cui attualmente versa lo Yemen. L’ultima- forse la più importante delle azioni promosse in tal senso- mira a coinvolgere direttamente le istituzioni europee affinché l’intero continente fermi il sostegno militare ai sauditi: la richiesta presentata negli scorsi giorni ai Ministri degli Esteri Ue dalle 11 organizzazioni per la pace e il disarmo che compongono la rete ENAAT (European Network against Arms Trade) di cui fa parte Rete Italiana Per il Disarmo, considera anche l’ipotesi di un Embargo in virtù dei principi comuni contenuti nel Trattato Internazionale sul Commercio delle Armi. Di questo ma soprattutto dei motivi che hanno determinato lo scoppio dello stesso conflitto in Yemen, ne abbiamo discusso con Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista, corrispondente da Sanaa (Yemen) per numerose agenzie giornalistiche internazionali ed italiane. Premio Colomba d’Oro per la Pace 2014 dell’Archivio Disarmo, Battaglia ha anche realizzato “Stop trafficking in the city”, un documentario prodotto nello Yemen devastato dalla guerra e dal fenomeno del traffico degli esseri umani.

Il riscorso presentato negli scorsi giorni alla Procura di Verona da alcune associazioni pacifiste fa leva sul divieto stabilito dalla legge 185/90 di esportare armi verso i Paesi in guerra. Sarebbe giusto e, soprattutto, necessario bloccare quindi queste operazioni commerciali, troppe volte definite regolari?

La questione in oggetto è complessa per due ordini di fattori. Il primo è che non si tratta di vendita da ditta italiana. I materiali vengono assemblati su suolo italiano da una ditta tedesca, la RWM Italia del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia), e con stabilimento a Domunovas (Carbonia-Isgesias) e proprio dalla Sardegna (Cagliari) stoccati verso l’estero, precisamente verso il mercato saudita, esattamente a Taif, vicino a La Mecca, dove ha sede l’aeronautica militare saudita. Di fatto l’Italia viola la legge 185/90 (che vieta espressamente non solo l’esportazione ma anche il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento verso i Paesi in stato di conflitto armato”) ma formalmente non la violerebbe se fossero fatte salve le specifiche contenute nella stessa legge ossia “fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia e diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere (art.1 c6a)”. Da qui la difesa del governo Renzi – anche se non c’è stato parere delle Camere e, piuttosto, una debole risposta a una interrogazione parlamentare sul tema – secondo cui è tutto regolare; difesa alimentata inoltre da fatto che l’Arabia Saudita è un nostro partner commerciale ed è partner commerciale di altri Paesi Nato, come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti che stanno provvedendo alle stesse forniture. Mi chiede se sarebbe “giusto”. Il concetto di giusto nel business va sostituito al principio di opportunità. Se questo passaggio fosse regolare e se fosse, come del resto è,un business economicamente vantaggioso perl’Italia, è ovvio che investitori e governo non ci vedano nulla di sbagliato. Se lo guardiamo con l’occhio della legge suddetta e la consapevolezza che il GCC da un anno ormai scaglia su un Paese poverissimo ogni sorta di ordigni dall’alto, colpendo obiettivi militari ma anche civili e causando la morte di militari ma anche di civili, qualche domanda sarebbe il caso di farsela. Purtroppo in guerra, dalla Seconda guerra mondiale in poi, sappiamo benissimo che per vincerla valgono, di fatto, principi che non hanno mezze misure e che prevedono di non distinguere tra obiettivi militari e civili: nessuno dovrebbe dimenticare che la Seconda Guerra Mondiale si concluse definitivamente, purtroppo, con l’utilizzo di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Prima di addentrarci nelle ragioni che hanno determinato la nascita del conflitto nello Yemen, forse dovremmo fare una premessa: siamo giunti ormai al quinto rifornimento italiano verso l’aviazione saudita, dal primo risalente al 12 Maggio 2015 all’ultimo del 16 gennaio scorso. Ciò fa certamente intendere che tali operazioni siano ormai diventate una prassi. A quanto potrebbe ammontare il ‘ritorno’ internazionale in termini di interessi economici? E quello italiano?

Secondo i dati dell’Istituto svedese SIPRI, rilanciati da Enaat (European Network Against Arms Tradedi cui fa parte la Rete Italiana per il Disarmo), il 59 per cento delle importazioni di armamento saudite provengono dall’Europa, se ci limitiamo a gli anni tra il 2009 e il 2014. Tra il 2009 e 2013 i Paesi europei hanno autorizzato trasferimenti di equipaggiamento militare e di tecnologie belliche all’Arabia Saudita per oltre 19 miliardi di Euro. Così come per l’Italia, è in corso una polemica simile in Gran Bretagna, secondo cui il governo di Cameron avrebbe guadagnato dalla vendita di armi ai sauditi circa 6 miliardi di sterline. Fonte QUI. Quindi è un mercato fiorente. Bisogna tenere presente, però, che il vento inizia a girare verso altre direzioni. L’Arabia Saudita deve valutare che la sua spesa bellica esta diventando molto alta e che il prezzo che paga in politica interna è notevole: presto i cittadini sauditi non avranno le agevolazioni di prima in termini di fiscalità e saranno costretti a pagare le tasse; inoltre il prezzo del petrolio ribassato, unito alla cancellazione delle sanzioni per l’Iran drogherà un mercato dove prima i sauditi non avevano competitor alla loro altezza; infine, gli Stati Uniti stanno mettendo in moto un meccanismo in base al quale stanno cercando prove concrete, proprio nella guerra in Yemen, per accusare il loro alleato saudita di dislealtà: una volta trovate, inizierà un percorso diplomatico, più o meno lungo, per isolare i sauditi dal mercato internazionale, con applicazione di sanzioni come precedentemente accaduto per l’Iran e prima ancora con l’Iraq. Del resto, la richiesta di Enaat ai Ministri degli Esteri UE in questi giorni punta all’applicazione di un embargo su armi e addestramento militare. Da questo punto di vista, prima si devono verificare due fattori: la definizione del futuro della guerra in Siria che, presumibilmente, avrà come “vincitore” l’asse Russia-Assad-Iran, e l’attivazione piena degli affari commerciali europei e internazionali con l’Iran in vari settori, primo fra tutti quello degli idrocarburi. Valutato e stabilizzato questo scenario, credo che ci sia spazio attualmente solo per pochi altri rifornimenti di armi verso l’Arabia Saudita, se non per nessun altro.

L’Alto rappresentante dei diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein ha parlato di «fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani»: una denuncia che rafforza l’appello del segretario generale dell’Onu BanKi-moon.Quindi è un dato di fatto che l’Arabia bombarda pur senza un mandato internazionale. Ma perché questo conflitto, spesso ridotto ad un generale scontro sciiti-sunniti, sembra sempre più difficile da fermare? Come potrebbe intervenire la comunità internazionale?

Il conflitto – che non è nato come uno scontro sunniti-sciiti ma lo è diventato a causa dell’ingerenza dell’Iran e dell’Arabia Saudita nella politica interna yemenita – è difficile da fermare per molteplici ragioni. La prima, strategica e militare, è la difficoltà di contrastare i ribelli con truppe di terrasullo stesso terreno yemenita. Lo Yemen, se possiamo azzardare un paragone con l’Afghanistan, non è un deserto piatto. E’ un Paese con montagne, colline, altopiani. In alcune zone è impervio e selvaggio. Bisogna conoscere a menadito il territorio. Questo spiega anche perché alcune zone come l’Hadhramaut siano rimaste per anni terreno di presidio e sviluppo di al-Qaeda, come Tora Bora lo fu dei Taleban. Pensare di potere vincere una guerra contro i ribelli yemeniti (del Nord, del Sud o addirittura contro al-Qaeda) nello Yemen, usando truppe di terra, è impensabile. Questo anche spiega perché i sauditi si siano accaniti così tanto con i bombardamenti e con gli attacchi aerei. Dal punto di vista strategico e militare non fa una piega e permette di evitare una debacle assoluta. I sauditi non hanno altra scelta. La seconda motivazione è che, finché i sauditi rimangono un prezioso alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, bisogna concedere loro una zona sulla quale abbiano campo libero. Il conflitto siriano si è complicato eccessivamente e l’azione della Russia non fa stare gli Stati Uniti tranquilli, dunque li ha costretti quasi a cedere il campo in Siria, mantenendo però salda la loro presenza in Iraq che rimane il Paese chiave per comprendere gli equilibri geopolitici della zona e soprattutto gli equilibri di interesse tra Usa e Russia. Visto che in Siria l’influenza saudita ha generato problematicità (i supposti appoggi e/o finanziamenti ad al-Nusra e/o ad altri gruppi della galassia jihaddista), gli si è consentito di “sfogarsi” sullo Yemen. Lo Yemen, attualmente, è lo “sfogatoio” saudita: il terreno sul quale la grande potenza orientale, muovendosi già come un leone ferito, sta concentrando tutta la sua attenzione nell’ultimo spasmo imperialista. E la comunità internazionale sta a guardare perché lo Yemen, adesso, non è la sua priorità.

Se dovesse spiegare la crisi in Yemen a qualcuno che non conosce il fatto, da dove comincerebbe?

Comincerei raccontando la storia di un presidente, Ali Abdullah Saleh, che di fatto fu un dittatore, che governò per 33 anni, dopo avere fatto fuori un presidente legittimo che il popolo amava, e che però fu così intelligente e feroce da sapere mettere d’accordo esercito, interessi tribali, interessi economici interni e necessità strategiche internazionali. Chi non ha assaggiato il malessere della società yemenita dovuto a questa presenza storica che comunque teneva il Paese insieme; chi non ha presente quanto la corruzione e la giustizia fai da te delle famiglie al potere abbiano avuto un peso gigantesco in questo progressivo sfilacciamento; chi non ha ben chiaro che sono sempre esistiti quasi due sistemi paralleli di governo, quello dello stato-nazione e quello, appunto, tribale, non può comprendere il cuore della crisi yemenita. E’ un cuore interno che ha iniziato di ammalarsi da prima del 2001, quando i Talebani cercavano reclute verso Afghanistan e Pakistan dentro la gioventù yemenita di belle speranze e pochi denari, e il suo sangue infetto solo dopo si è allargatoai suoi confini, mostrando il conflitto come una partita a football tra sunniti e sciiti, quando la religione c’entra come il cavolo a merenda, almeno finché la famiglia al-Houti non ha inoculato il germe del settarismo politico-religioso nel Paese alla fine del 2014.

Come in ogni conflitto, anche in questo entrano in gioco altri attori internazionali. Che ruolo e responsabilitàhanno avuto ed hanno tutt’oggi le prese di posizione differenti ed opposte tra Arabia Saudita ed Iran? In un recente articolo ha anche parlato di interessi che ruotano attorno la zona del Marib.

Adesso, a questo punto del conflitto, hanno un ruolo determinante. Come ho detto in una recente analisi per Ispi che qui ripropongo (LEGGI QUI). In sostanza, all’Arabia Saudita è necessario imputare una ingerenza economica e culturale notevole che è diventata una dipendenzadel Paese di fatto dopo la rivoluzione del 2011. Lo Yemen si indebitò con l’Arabia Saudita tramite Fondo Monetario Internazionale per una somma di 6,2 miliardi di dollari; l’Arabia Saudita appoggiò il presidente pro-tempore AbdRabbuMansourHadima soprattutto assicurò alla potente famiglia al-Akmar che guidava Islah, il partito dei Fratelli Musulmani in Yemen, peraltro fondato dagli stessi sauditi inizialmente, un canale commerciale privilegiato; infine, provvide a inviare profughi siriani e pakistani salafiti che premevano ai suoi confini in Yemen e il risultato è stato quello di una sorta di radicalizzazione culturale lenta e inesorabile; si aggiunga che durante questo periodo (dal 2011 al 2014) la guerra al terrorismo degli Stati Uniti con droni sullo Yemen si è intensificata moltissimo, motivo di grande discredito del presidente Hadi che, per parte sua, ha una popolarità pari allo zero già da prima della guerra; nel frattempo i separatisti del Nord (e del Sud), volendo approfittare di questa vacatio di potere dovuta alla transizione verso nuova costituzione e nuovo governo, tramite la famiglia al-Houti, hanno cercato di stringere legami sempre più forti con Hezbollah in Libano, hanno brigato per avere fondi e armi, ma mai tramite diretta fornitura dell’Iran (infatti non esiste dimostrabilità di questo legame diretto), piuttosto servendosi di altri canali come il Sudan, ad esempio; hanno rifiutato le buone condizioni poste dal risultato della Conferenza per il Dialogo Nazionale (governo federale e disarmamento da artiglieria pesante dei partiti e delle tribù); hanno sobillato la popolazione della capitale Sanaa non appena si è verificata la prima crisi sul rialzo dei prezzi del petrolio, dovuta all’instabilità; si sono trascinati dietro parecchi quadri dell’esercito nostalgici dell’ex presidente Saleh che li sostenne per ritornare al potere tramite il figlio. Per riassumere, in questo conflitto, spesso, si scambiano gli effetti per le cause proprio perché c’è totale dimenticanza o incompetenza sulla storiadello Yemen, anche addirittura della storia recente. Qual è la causa primaria che ha scatenato la crisi? E’ molto semplice. Se alle battute finali della Conferenza per il Dialogo Nazionale, nel 2014, tutte le parti sedute al tavolo avessero accettato la federazione del Paese e il disarmamento delle tribù, nulla di tutto questo sarebbe accaduto. E questa responsabilità è degli Houti per primi perché si sono rifiutati di firmare una soluzione giusta e di pace per il Paese, e non è responsabilità dell’Arabia Saudita. Riguardo al Marib, non bisogna dimenticare che lo Yemen ha due caratteristiche che lo rendono un Paese strategico e dunque il suo controllo determina molti assetti. Prima, la sua posizione sul mare, che gli consente di controllare lo stretto di Baab al Mandab, dal quale passa di tutto, dalle navi cargo che trasportano idrocarburi, alle navi militari, ai pirati, e che costituisce il connettore tra l’Oceano Indiano e il Canale di Suez; da qui si spiega anche l’interesse diretto dell’Egitto in questa guerra; dall’altro è un Paese che poggia su una delle più ampie falde petrolifere che l’Arabia Saudita sfrutta ed è interessante sapere che il punto di massimo sfruttamento, non ancora messo a regime, è proprio qui in Yemen, nel Marib. L’area di Mukalla è già operativa per l’estrazione di gas naturale ma lo Yemen è pieno di gas naturale, al punto che i contadini di Sanaa, facendo buchi nel terreno alla disperata ricerca di acqua, possono anche trovarsi a scoprire colonne di gas naturale. Lo stesso dicasi per il petrolio. Ma la presenza di al-Qaeda o di alcuni gruppi separatisti in queste zone ne ha impedito finora lo sfruttamento industriale ecommerciale. Se qualcuno mai riuscisse a mettere le mani su tutto questo ben di Dio che è lo Yemen (senza contare il settore turistico e la produzione del caffè Moka, la prima qualità mondiale di caffè) avrebbe in mano le chiavi che portano dal Medio al Vicino Oriente. La posta in gioco è questa ed è alta. Il rebus, per i due contendenti, è come averla definitivamente in pugno.