Nessuna assise internazionale ha ridisegnato la cartina geografica del mondo dopo il crollo dell’URSS. Come se non vi fossero stati un Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone o una Yalta quando la distruzione totale del Terzo Reich era ormai imminente. Questa, come giustamente sottolineato nell’introduzione di Giulio Sapelli, è una delle ragioni dell’attuale caos globale (non a caso “Il caos globale” è il titolo del precedente sforzo letterario proprio di Amedeo Maddaluno). E lo studio della geopolitica, riscoprendone i suoi autori fondamentali, è il punto di partenza per comprendere i meccanismi e gli schemi di pensiero attraverso i quali gli attori globali agiscono in questo contesto di anarchia.

Gli autori iniziano la loro riflessione constatando la sostanziale differenza tra le relazioni internazionali in senso lato e la geopolitica e sottolineando l’importanza fondamentale della dimensione spaziale in questa particolare disciplina. La geopolitica è

lo studio della relazione tra il potere politico e lo spazio geografico, e del modo in cui il detentore del potere politico legge lo spazio geografico.

Lo spazio è all’origine della civiltà. Già il grande giurista tedesco Carl Schmitt, nel tentativo di comprendere il reale significato del termine nomos, riscontrò come la storia dei popoli con le loro migrazioni e conquiste fosse una storia di appropriazione dello spazio di cui il racconto della conquista di Canaan da parte degli ebrei rappresentava l’archetipo biblico.

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E sempre Carl Schmitt fu abile nel comprendere come la dicotomia geopolitica terra/mare, di cui lo scontro tra Atene e Sparta rappresenta l’antesignano per eccellenza, abbia intrinsecamente contraddistinto l’evoluzione della storia delle civiltà umane. Di fatto, quello fra Sparta ed Atene altro non era che lo scontro tra una visione terranea eroico-guerriera del mondo ed una prospettiva di pensiero che mirava all’egemonia attraverso il dominio sul mare. Claudio Mutti ha spesso sottolineato come l’intrinseco legame tra democrazia e talassocrazia fosse già ben evidente sin dall’antichità. Le riforme militari e la riorganizzazione della flotta effettuate ad Atene tra il 487/486 a. C. comportarono un ulteriore incremento di potere al demos. Tuttavia, ben lungi dall’idealizzazione posteriore che ne è stata fatta, la democrazia ateniese era apertamente criticata dai suoi stessi contemporanei che la giudicavano come il dominio dell’incompetenza, dell’immoralità e della prepotenza. Un sistema politico edificato su fondamenta perverse ma funzionante in quanto impostato sul mero profitto e la libertà di chi vuole governare secondo il proprio interesse. Una posizione insulare, oltre al sistema democratico ed alla supremazia della sua flotta, avrebbe potuto evitare ad Atene anche le incursioni/invasioni di civiltà terrestri come quella spartana che, non a caso, Giorgio Gemisto Pletone, filosofo delle decadenza bizantina, a dispetto della fama della “democratica” Atene, indicava come modello da seguire per riportare la Grecia e con essa l’Impero ai suoi antichi fasti.

Roma contro Cartagine, Gran Bretagna contro Russia o Germania, USA contro Russia, USA contro Cina, non sono altro che ulteriori varianti di questo scontro millenario tra le forze di terra e quelle potenze talassocratiche che si oppongono al concetto di terra come madre del diritto fondato sull’unità di ordinamento e localizzazione, sostituendolo con un diritto “marino” associato esclusivamente alla funzione della sicurezza. Russia e Cina sono potenze terrestri. E la Cina, ancor più della Russia, circondata da alleati degli Stati Uniti e da territori contesi, è ben consapevole della sua debolezza marittima. Motivo per il quale, come ricordano i nostri autori, sta cercando di sviluppare nuove/antiche vie commerciali terrestri (le vie della seta del XXI secolo). Non è un caso se proprio Russia e Cina, insieme all’Iran, stiano spingendo l’acceleratore per lo sviluppo di un reale ordine multipolare capace di superare e sconfiggere l’egemonia nordamericana sul globo fondata sul controllo delle vie di comunicazione spaziali e virtuali e sull’accerchiamento costiero del blocco continentale eurasiatico.

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La strategia nordamericana si fonda sull’idea che la massa continentale eurasiatica ricopra una posizione del tutto particolare nel mondo. Sir Halford Mackinder, esponente (seppur su fronti opposti) con Karl Haushofer della teoria geopolitica binaria o continentalista, individuava nella regione dell’Asia centrale il cuore del mondo (Heartland): un’area pivot contraddistinta storicamente per il suo essere stata compresa all’interno di differenti entità politiche imperiali. Mackinder era convinto che chiunque fosse riuscito ad imporre la sua egemonia su questa area cruciale del globo “cuore dell’isola mondo” avrebbe finito col prevalere sulle potenze marittime. Ed era altresì convinto, alla pari di Haushofer, che l’Europa orientale avrebbe svolto un ruolo fondamentale per il controllo di questa regione. Non è un caso se dopo la caduta dell’Unione Sovietica la NATO abbia fatto di tutto per assicurarsi l’influenza sui suoi ex satelliti proprio in Europa orientale. E non è un caso se l’attuale progetto Tre Mari, studiato dall’amministrazione Obama ma portato a compimento sotto Trump, che unisce dodici paesi (Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Austria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria) lungo l’asse verticale che dal Mar Baltico arriva fino al Mar Nero ed al Mar Adriatico, sia rivolto ad imporre una sorta di cordone sanitario ai confini occidentali della Russia in modo da evitare un suo collegamento diretto con il centro d’Europa.

Le paure di Mackinder, infatti, erano essenzialmente rivolte alla convinzione che questa regione, ricca di risorse naturali, rinchiudendosi in un involucro autarchico comprendente anche l’Europa centro-orientale, avrebbe impedito ogni forma di sfruttamento da parte di quell’Impero britannico il cui destino era comunque già segnato a causa della sua sovraestensione. Il pensatore belga Jean Thiriart dopo la Seconda Guerra Mondiale fu uno dei più accaniti sostenitori di un progetto europeo su vasta da scala “da Dublino fino a Vladivostock” che, una volta liberato il suolo continentale occidentale dalla presenza militare nordamericana, avrebbe potuto auto-sostenersi assicurandosi allo stesso tempo l’egemonia a livello globale.

Halford John Mackinder

Halford John Mackinder

Il pensiero di Mackinder, strenuo difensore del potere talassocratico, non poteva non avere fortuna in quegli Stati Uniti che tale potere lo ereditarono dalla Gran Bretagna. L’americano di origine olandese Nicholas J. Spykman, vero protagonista di questo libro, ha rivisitato il pensiero di Mackinder, di cui è stato un attento discepolo, riadattandolo nei confronti delle nuove esigenze egemoniche statunitensi. Tuttavia, a dispetto del maestro, Spykman opponeva al concetto di Heartland quello di Rimland con il quale identificava la fascia costriera dell’Eurasia e nello specifico due “mezzelune” costituite da Europa occidentale e Sud-est a asiatico. Nella prospettiva di Spykman il controllo sull’Heartland non è nulla senza uno sbocco al mare attraverso il quale proiettare la propria potenza. Ed il ruolo degli USA, come potenza che agisce in modo realista in ambito internazionale, deve essere quello di impedire che forze potenzialmente ostili possano dominare al contempo Heartland e Rimland.

Questo approccio teorico inizialmente volto al contenimento dell’URSS è rimasto sostanzialmente invariato fino ai giorni nostri e rappresenta ancora il leitmotiv di molti tra gli attuali teorici dell’egemonia unipolare statunitense sul globo: dall’ambiguo ideologo del trumpismo Steve Bannon al decisamente meno volgare Edward Luttwak. E proprio a questo proposito il libro ha il suo merito maggiore entrando nello specifico e portando all’attenzione del lettore le parti salienti di alcuni documenti sconosciuti o semisconosciuti ai più in cui sin dai primi anni della Guerra Fredda gli addetti ai lavori nordamericani parlavano apertamente di “conflitti a bassa intensità” (o guerre ibride) lungo l’arco del Rimland volti alla realizzazione di “obiettivi specifici” ed all’indebolimento del nemico ai fianchi. Conflitti che, col passare del tempo, si sono trasformati in una sistematica aggressione, periodicamente scandita, al blocco continentale eurasiatico. Un sistema che ha prodotto il cancro del jihadismo islamista di cui il Kosovo rappresenta una marcescente metastasi nel cuore stesso dell’Europa balcanica; la parcellizzazione del mondo in entità politiche sempre più piccole in modo da facilitarne il controllo (una strategia messa in luce da François Thual nella sua fondamentale opera Il mondo fatto a pezzi); rivoluzioni variamente colorate ed il colpo di Stato ucraino in cui l’Occidente è arrivato addirittura a sostenere apertamente gruppi paramilitari neonazisti come strumento di opposizione alla Russia. Senza dimenticare che questa strategia si sublima nell’appoggio ad Israele ed alle petromonarchie del Golfo Persico: strumenti cruciali del sistema di controllo sulle risorse naturali della regione mediorientale. In questo contesto il fallimento nella destabilizzazione della Siria, vero scudo d’Eurasia, rappresenta una sorta di buco nero nel progetto spykmaniano.

Steve Bannon

Steve Bannon

Mettendo in luce l’insufficienza delle analisi ideologiche che hanno contraddistinto lo studio della geopolitica e delle relazioni internazionali nel periodo della Guerra Fredda ed una certa tendenza a reiterare tale approccio anche nella contemporaneità, gli autori ci dimostrano come la contrapposizione tra gli USA, la Russia, la Cina e l’Iran (altra potenza regionale dall’afflato imperiale escatologico) sia endemica e legata essenzialmente a questioni egemoniche e di dominio. Il logos filosofico nordamericano è legato al gigantismo e, seppur dal carattere anti-tradizionale, alla pari di Russia, Cina e Iran, è caratterizzato da un presupposto imperiale-messianico. La sovraestensione del suo Impero talassocratico, così come lo fu per la Gran Bretagna, potrebbe essere la causa del suo inevitabile declino di cui il trumpismo rappresenta un effetto e non di certo la causa. Tuttavia, gli USA o sono così o non sono. Tutto dipenderà dal fatto se accetteranno pacificamente o meno (ed al momento sembrerebbe di no) la perdita della loro egemonia unipolare sul globo.

Di fatto, paradossalmente, l’unico punto debole di questo breve manuale di geopolitica sembra essere l’introduzione di Giulio Sapelli in cui il professore torinese, individuando nella Cina un “nemico comune” a USA ed Europa che fonda la sua forza sul nazionalsocialismo e sulla “solidarietà di razza” (quel concetto di gen studiato anche da René Guénon), sembra riproporre delle chiavi di lettura sul modello dello “scontro di civiltà” da coniugare in ambito economico e sembra dimenticare che non è la Cina ad occupare militarmente il suolo continentale europeo e ad averne influenzato nel bene (ma soprattutto nel male) la politica interna ed esterna degli ultimi settanta anni. Senza considerare che è stata proprio l’Italia, unico paese rimasto seduto al tavolo degli sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, ad aver maggiormente subito gli effetti negativi di tale nefasta influenza.