A un mese dal quinto anniversario dell’inizio della guerra civile siriana, il Segretario di Stato USA Kerry annuncia ottimisticamente che entro una settimana le parti in causa nella guerra civile siriana cesseranno le ostilità. In realtà, l’accordo raggiunto tra i paesi componenti del gruppo internazionale favorevole ad un’immediata azione umanitaria è una somma di impegni presi sulla carta e condizionati a troppi “se” per rappresentare la fine effettiva della guerra. In particolar modo, la sorda opposizione dell’opposizione anti-Assad a una permanenza del rais al potere getta forti dubbi sulla reale capacità della dichiarazione siglata a Monaco di garantire un miglioramento della situazione siriana. Nei fatti, la spirale di orrore continua, e non si vede ancora una reale soluzione che possa imporre la parola “fine” a un conflitto deflagrato sulla scia delle “Primavere arabe” del 2011 e in seguito arrivato a ricoprire significati ulteriori, nonché a coinvolgere una dopo l’altra numerose potenze internazionali. Si possono leggere diverse logiche dietro un conflitto fatto in realtà da molti conflitti, molteplici significati che hanno nel corso del tempo connotato una guerra che, per quanto riguarda i livelli di devastazione e ferocia raggiunti ha ben pochi paragoni nelle epoche più recenti e, soprattutto, si è configurata come uno degli eventi più significativi della giovane Storia del XXI secolo.

L’ascesa del sedicente Stato Islamico ha assegnato ulteriore visibilità alla guerra, dato che con l’ingresso in campo degli uomini di Al Baghdadi essa è divenuta un vero e proprio mattatoio di tutti contro tutti, con il governo legittimo di Damasco, le opposizioni riunite sotto le bandiere dell’autoproclamato “Esercito Siriano Libero” e i miliziani intenti a combattersi reciprocamente su un territorio dai confini incerti e perennemente mutevoli, dove irreali linee del fronte hanno per anni dato l’idea delle dimensioni del caos in cui era stato precipitato un paese fino a pochi anni fa in pace. L’importanza sempre maggiore di cui lo scenario siriano è stato investito agli occhi delle cancellerie internazionali è dovuta alla sua capitale importanza nell’ottica della dialettica multipolare, che a partire dalle rovinose avventure degli USA di Bush in Iraq e Afghanistan e al susseguente declino dell’egemonia del blocco NATO a causa dei fiaschi conseguiti ha da sempre avuto nel Medio Oriente il suo brutale incubatore. Da questo punto di vista ha anzi rappresentato un record, dato che sul suolo siriano sono intervenute, più o meno legalmente, con la propria forza militare ben cinque nazioni dotate di arsenali nucleari (USA, Gran Bretagna, Francia, Russia e Israele), caso senza precedenti nel passato. La Siria è diventata dunque un simbolo, quasi un feticcio, una pedina contesa per il suo valore simbolico e per il suo peso strategico, legato all’accesso sul Mediterraneo e al possesso di ingenti giacimenti di gas naturale. Russia e USA si sono più volte guardate in cagnesco sulla questione siriana, arrivando a conoscere momenti di tensione allarmanti nel 2013, quando Vladimir Putin pose l’estremo stop ai propositi del presidente USA Barack Obama di scatenare l’offensiva aerea contro le forze di Assad, idea che gli eventi hanno dimostrato essere poi a dir poco catastrofica, dato che avrebbe finito per consegnare il paese nelle mani di gruppi fondamentalisti di difficilissimo o impossibile controllo, molti dei quali hanno poi fatto fronte comune con l’ISIS. Il fatto poi che i “falchi” favorevoli alle incursioni contro le forze del regime di Damasco motivassero la loro posizione portando come motivazione i presunti attacchi compiuti dall’esercito di Assad con armi chimiche contro la popolazione civile delle zone occupate dal nemico, e che si sono rivelati in fin dei conti frutto della propaganda avversaria, dà una chiara idea dell’approssimativo grado di preparazione di coloro ce propendevano per l’intervento. La stessa Russia guarda alla Siria con gli occhi della sua rinnovata potenza, e attraverso il supporto dato ad Assad nel contrasto allo Stato Islamico cerca di garantire la stabilità di uno dei suoi più stretti alleati, nonché l’importante pedina costituita dalle installazioni militari presenti sul suolo siriano che permettono a Mosca di realizzare il suo atavico desiderio strategico di “bagnarsi nei mari caldi”.

A sua volta, il mondo islamico ha investito la guerra civile siriana di importanza capitale. La contrapposizione globale tra Russia e USA è replicata sul piano regionale dall’escalation nella rivalità tra la Repubblica Islamica dell’Iran da un lato e l’asse turco-saudita dall’altro. Entrano qui in gioco molteplici variabili di carattere storico, religioso ed etnico, che coinvolgono la storia della regione mediorientale nel suo complesso e che hanno influenzato gli approcci dello schieramento sunnita e della maggiore potenza sciita alla crisi. Gli attori regionali hanno recitato una parte di primissimo piano nell’evoluzione dello scenario a causa del vuoto di potere creatosi dopo il 2011 con il contemporaneo deflagrare del conflitto siriano e dell’instabilità irachena a seguito del ritiro USA. La Siria e l’Iraq, così centrali nella regione, hanno visto dunque su di loro gli occhi delle tre principali nazioni che maggiormente miravano a un ruolo di preminenza in Medio Oriente. La Turchia, spinta dai progetti neo ottomani di Erdogan, ha trovato sponda nell’Arabia Saudita e assieme ad essa ha foraggiato ampiamente i componenti più radicali dell’opposizione sunnita ad Assad, esacerbando sempre di più la matrice religiosa di una guerra che aveva visto tra le sue cause scatenanti una forte crisi economica e profonde disparità sociali, ma ben pochi motivi di natura religiosa. L’intolleranza, capace di alimentarsi in maniera vorace in contesti di conflittualità e miseria, ha conosciuto una crescita esponenziale, finendo per diventare praticamente endemica. L’estremismo e il Terrore hanno avuto gioco facile su un terreno reso fertile dal dissodamento operato a suon di milioni di dollari da Ankara e Riad, e hanno potuto costruirsi una base operativa duratura. Di contrasto, Teheran si è schierata apertamente a fianco dell’alauita Assad, unendo il supporto alla sua causa a quello già da tempo accordato ai libanesi di Hezbollah, inviando armi, rifornimenti e un contingente di truppe comandato da uno dei migliori generali della nostra epoca, Qasem Soleimani. La sfida tra sciiti e sunniti ha destato un profondissimo scalpore in moltissimi musulmani di tutto il mondo: la Siria è infatti una terra dal forte valore simbolico e religioso, ricca di importantissimi luoghi sacri parimenti riconosciuti tali da sunniti e sciiti e da questi ultimi investita di un ulteriore profondo significato in chiave escatologica. Ogni massacro che ha luogo in Siria insanguina dunque una terra sacra, e questo non può di certo far lasciare indifferenti i fedeli di religione islamica, che si sentono emotivamente coinvolti nello scenario. Tale coinvolgimento è stato in numerosi casi sfruttato strumentalmente, incanalando il sentimento religioso al servizio di politiche in diversi casi discutibili.

Dilaniata dalla guerra civile, assediata dal terrorismo sovranazionale e in seguito linea di faglia di sfide geopolitiche di carattere regionale e planetario, la Siria sta vivendo una tragedia che si è ripercossa con forza immane sul suo popolo. La nazione siriana ha patito un tributo di sangue considerevole, con i morti complessivi del conflitto calcolati tra i 340 e i 470mila, e ha vissuto una diaspora di dimensioni bibliche, che ha sconvolto il tessuto sociale, l’apparato economico e gli equilibri demografici interni al paese, gettando serie pregiudiziali sul suo futuro. Al 31 dicembre 2015, l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati registrava ufficialmente 4,6 milioni di profughi sparsi principalmente in Turchia, Libano e Giordania, ma secondo altre fonti la cifra sarebbe ancora più alta, sopra i 6 milioni. Si parla di milioni di persone completamente sradicate dal loro luogo natale, impossibilitate nella stragrande maggioranza dei casi a farvi ritorno e costrette a vivere nella precarietà dei campi profughi o ad affrontare i pericolosissimi viaggi via terra o via mare verso l’Europa, palleggiate come se si trattasse di capi di bestiame tra governi dagli interessi contrastanti senza che vi siano mai state serie proposte sull’aiuto concreto da portare loro. Si parla di milioni di storie individuali che la bestialità del conflitto siriano ha reso incerte, molte delle quali hanno giocato a dadi col destino affrontando le Forche Caudine dei barconi, con la consapevolezza che la sconfitta avrebbe significato nient’altro se non l’annegamento o l’assideramento nelle acque del Mediterraneo. Uomini, donne e bambini sul cui destino l’Europa litigava ferocemente mentre nella loro terra d’origine era concorde nel condurre politiche fedeli a quelle dettate da Washington, che avevano portato negli anni a un continuo peggioramento della tragedia del popolo siriano. Un popolo allontanato dal suo popolo in cui va compreso anche l’incalcolabile numero di siriani costretto all’emigrazione interna, il cui dramma rappresenta la più grande emergenza umanitaria successiva al secondo conflitto mondiale. Cinque anni di calvario dovrebbero, nelle parole di Kerry, risolversi nel giro di una settimana. Pura utopia. La distruzione, sistematica e a tratti quasi scientifica, di quasi tutto ciò che v’era di civile e storico sul suolo siriano ha richiesto anni. La ricostruzione delle macerie materiali, umane e morali sarà un’opera epocale, che richiederà decenni, anche se nell’animo di milioni di persone e nella coscienza collettiva di un popolo un tempo unito e ora sparso per il mondo certe ferite non si rimargineranno mai.