di Cristiano Puglisi

La Grecia alla fine ha ceduto. Il ministro delle Finanze del Governo Tsipras, Yanis Varoufakis, lo ha detto a Washington durante una visita con il Ministero del Tesoro Usa. Varoufakis ha promesso che il 9 aprile lo stato greco pagherà il suo debito con il Fondo Monetario Internazionale. Il che significa, semplicemente, ancora più lacrime, ancora più sangue, ancora più povertà. L’alternativa per Tsipras è quella di accettare la mano tesa da Russia e Cina, ribaltando così il posizionamento geopolitico di Atene. Ma per ora rimane un “piano b”. La domanda che però sorge spontanea tra gli osservatori è una: come mai la Grecia, nonostante Syriza sembrasse orientata a stravolgere lo status quo, non si pone minimamente il problema di una possibile uscita dall’Euro? Del resto questo è un quesito che, nell’ambito del dibattito politico, si sta ponendo in Paesi meno malmessi sul versante economico, come Francia o Italia. La risposta è semplice e va ricercata nella composizione del debito pubblico greco. O, per meglio dire, nei titolari del debito greco. Secondo un recente articolo de “Il Sole 24 Ore”, dei 330 miliardi di euro complessivi del debito greco (dato di dicembre 2014, ndr) il 72% sono da considerarsi “officials loans”, cioè crediti in mano a istituzioni sovranazionali (60% della Ue attraverso i suoi fondi Efsf e Esm, e 12% dell’Fmi); 5% sono altri prestiti; l’8% è detenuto dalla Bce eil restante 15% sono titoli di debito trattabili sul mercato secondario.

Questa composizione comporta una significativa differenza con, ad esempio, il debito pubblico italiano, che è per il 70% in mano a creditori nazionali. Il perché è da ricercarsi nella legislazione internazionale o, più precisamente, nella legislazione afferente i cambi e la sovranità monetaria degli stati. Si sta parlando della cosidetta Lex monetae, che regola i cambiamenti valutari in seno alle nazioni. Secondo questo principio, in caso di un cambio di valuta, in questo caso ad esempio da Euro a Dracma, il Paese sarà libero di convertire al tasso di cambio deciso per la nuova valuta anche il valore dei titoli di debito in possesso di istituzioni o realtà nazionali o estere. In breve, qualora la Grecia tornasse alla Dracma e la svalutasse, potrebbe convertire il proprio debito pubblico al tasso di cambio deciso per la quantità posseduta da creditori nazionali, ma anche esteri. Un miliardo di euro diventerebbe semplicemente un miliardo di dracme. Diverso è invece il caso in cui i titoli di debito sono in possesso di entità sovranazionali, come appunto la Banca Centrale Europea o il Fondo Monetario Internazionale. In questo caso il diritto internazionale adotta per convenzione una contrattualistica basata sul diritto di un Paese terzo, prevalentemente il “Common law” del Regno Unito o l’”Admiralty law” del commercio marittimo internazionale. In questo caso i titoli del debito, sempre nell’ipotesi di un ritorno alla Dracma, dovrebbero essere pagati in base al loro valore in Euro, quindi in caso di una svalutazione della nuova moneta il loro prezzo schizzerebbe alle stelle.

Ecco che allora per la Grecia, con un 72% di debito in mano a istituzioni sovranazionali, sarebbe impossibile tornare con facilità a una moneta sovrana. L’Argentina ne sa qualcosa. Ma il caso greco rappresenta una lezione importante anche per l’Italia. Con il Quantitative Easing varato da Mario Draghi e dalla Bceinfatti, che si risolve con un’acquisizione di titoli sul mercato secondario e non su quello primario (cioè non all’emissione dei titoli), il rischio è che la grande quota di debito pubblico in mano a creditori nazionali passi in parte alla stessa Bce, riducendo così allo zero o quasi le possibilità per l’Italia di tornare a cuor leggero alla Lira. Il “bazooka” di Draghi insomma è davvero un’arma. Puntata contro i popoli.