Ore cruciali ed ore di attesa: al di là dell’esito del referendum in Grecia, di certo la scelta di Tsipras sta mettendo quanto meno suspense nel vecchio continente, in cui mai come adesso l’Euro è messo in discussione. Una discussione però che, come pronosticabile, non è scevra da un condizionamento dei media tradizionali, i quali oramai da giorni sono impegnati a cercare di rispondere, per nome e per conto di chi ha mandato in rovina l’Europa, al colpo di scena del governo greco di sabato scorso. Giusto il tempo di riorganizzarsi dopo la decisione di rifiutare l’offerta dei creditori ed indire la consultazione popolare da parte di Atene, poi già da domenica l’offensiva mediatica è partita a tutto spiano: spread, borse a terra, code davanti i bancomat, analisi impietose, scenari drammatici, apocalisse sociale, se non altro Tsipras ha avuto il merito di togliere subito la scena a chi era pronto a parlare ancora di scontro di civiltà dopo l’ennesimo attentato in Tunisia, ma il livello dell’informazione non ha certo fatto un salto di qualità con un terrorismo che, a differenza di quello della spiaggia di Sousse, non ha usato armi ma ha comunque contribuito ad aumentare panico ed ansia tra gli europei.

Sul merito del referendum si è già detto molto: è chiaro che si tratta di un’occasione importante per chi vuole iniziare ad indebolire definitivamente gli oramai poco solidi pilastri su cui si è retto per anni il pensiero unico del ‘Mai senza Euro’ o ‘Indietro non si torna’. Rimane dunque da evidenziare come i media si stanno comportando dinnanzi alla consultazione di giorno 5 luglio: in primis, bisogna smentire quanto espresso dai primi sondaggi diffusi. Gran parte dei greci non sono favorevoli all’offerta dei creditori di Atene; anzi, è proprio dura trovare ellenici pronti a benedire l’ingresso nell’Euro ed ancor meno pronti a piangere nel caso in cui nelle scuole e negli edifici accanto la bandiera biancazzurra sparisse quella a dodici stelle dell’Europa. Questo non vuol dire che in massa si voterà NO al piano, ma nemmeno, come invece espresso in alcuni sondaggi pubblicati, che il 60% dei greci voglia accontentarsi del nuovo pacchetto di austerità. Fare previsioni è impossibile: troppo poco tempo dall’annuncio al voto, troppo importante la consultazione, troppi gli indecisi. Chi ha lanciato i sondaggi, vuol solamente far rammollire le gambe a chi crede nel NO ed a chi crede che forse sia arrivato il momento giusto per cacciare via la troika. E questo vale per la Grecia, ma vale anche per l’Europa intera: in tutto il vecchio continente, la solidarietà verso Tsipras e verso il governo greco cresce giorno dopo giorno. Per molti, si tratta di un sano gusto di libertà di poter gridare con forza la propria opinione di contrarietà all’Euro, dopo anni in cui un simil pensiero è stato stanato sul nascere ed accolto spesso con sorrisi ironici.

Far affievolire già da oggi l’entusiasmo e far credere che la volontà dei figli di troika sia l’unica applicabile anche con una popolazione, come quella greca, decisamente contraria alle misure di austerità, è un modo (giusto per usare un termine calcistico) di tagliare le gambe e far sentire l’avversario sconfitto quando invece la partita è ancora lunga. Domenica ci sarà in ballo qualcosa di davvero importante, anche se non risolutivo: sia perché non è detto che in caso di vittoria del NO la Grecia esca dall’Euro e sia perché non è detto che in caso di vittoria del SI l’Euro sia salvo; ma in ogni caso, la consultazione è di quelle fondamentali, tanto da far apparire superfluo ogni tentativo di analisi o, peggio ancora, di sondaggio pre voto. Ciò che è stato detto in queste ore sui media tradizionali, è spesso ciarpame inutile; anzi, utilissimo: utile a distogliere l’attenzione, utile a non far sapere la verità, utile a far apparire diversa la situazione ed infine utile a rimescolare le carte in gioco. In molti, tra le istituzioni comunitarie, hanno paura che da domenica la storia dell’Europa cambi: ma da questo punto di vista non c’è molto da temere. La storia europea è già cambiata: comunque vada, oggi si discute in tutti e 19 paesi dell’Eurozona dell’opportunità di tenere in vita una moneta che ha solo regalato austerità, disoccupazione e perdita di sovranità. Fino al 2009, anno dell’inizio della crisi greca, questo era impensabile: i partiti tradizionali sono in crisi, avanzano coloro che erano etichettati come ‘beceri populisti’, l’intero sistema viene in ogni caso messo in discussione. Quello greco di domenica è solo un primo round; un round di un match che, solo pochi anni fa, nessuno ipotizzava lentamente di poterselo giocare.