In Europa non ci sono due Paesi più distanti della Grecia e della Svizzera: il primo affacciato sul mare, perennemente indebitato, ridotto in ginocchio dall’austerità, membro fedele della Nato e della UE e grande lager a cielo aperto per i migranti, prima invitati a braccia aperte dalla Merkel e poi rinchiusi in attesa di ricollocazione con la Turchia; l’altro invece circondato dalle Alpi, ricco e benestante, che aveva fatto del segreto bancario la sua più grande risorsa, rigorosamente neutrale e deciso a proteggere fino in fondo la sua sovranità e le sue frontiere. Così, mentre ad Atene si consuma l’ennesimo voto combattuto in Parlamento – 153 a favore e 143 contrari – per approvare l’ultima riforma pensionistica e fiscale; nel Paese elvetico ci si appresta a votare un referendum per dare un reddito minimo garantito a ogni cittadino di 2.230 euro al mese. Se nel Paese ellenico, in ginocchio da anni e ridotto sul lastrico da interessi su un debito palesemente insostenibile, tutto ciò che può fare l’esecutivo di sinistra è adottare per il sesto anno consecutivo il pacchetto di misure imposto da Bruxelles e dalla Troika; in Svizzera invece non possono fare altro che lasciare al giudizio dei cittadini la proposta di un gruppo di intellettuali, che ha raggiunto il numero sufficiente di firme per essere sottoposta al voto popolare del 6 giugno.

Inutile dire che è difficile che questo piano sia approvato in uno Stato dove sono estremamente pochi i cittadini sotto la soglia di povertà, che ha un bassissimo tasso di disoccupazione ed è profondamente calvinista; eppure non per questo i promotori del referendum si sono lasciati scoraggiare. Il loro intento è di fare della Svizzera il primo Paese al mondo a garantire un reddito fisso ai propri cittadini. Partendo dal presupposto che il loro è uno degli Stati più ricchi, il comitato suggerisce di dare 2.230 a ogni maggiorenne (e 520 euro a ogni bambino) che lavori o no. Non si tratta infatti di un sussidio per la disoccupazione ma di un vero e proprio stipendio pubblico: chi guadagna meno di quella cifra ne otterrà la differenza, mentre chi la supera non sarà tassato fino al superamento di questa fatidica soglia. Questo piano dovrebbe rafforzare l’economia, aumentando i consumi, e dare più motivazione e stabilità ai lavoratori.

Ad Atene invece prosegue lo stillicidio del popolo greco, vessato dall’ultima riforma necessaria affinché sia sbloccato l’ennesimo pacchetto di aiuti per evitare il default. La manovra da 5,4 miliardi di euro, prevede l’aumento delle tasse dirette e indirette, l’aumento dell’Iva (dal 23 al 24%), l’abbassamento della soglia esentasse a 9.091€ annui, il taglio degli assegni supplementari e fissa la pensione minima a 384 euro. Eppure neppure questo pare sufficiente per la Troika: nella legge mancano le misure di emergenza (per un altro 2% del Pil) nel caso non vi sia un avanzo primario del 3,5% nel 2018. Inutile dire che tutte queste misure, come quelle degli ultimi sei anni, non faranno altro che accrescere la crisi già insostenibile del Paese ellenico e deprimere ancora di più l’economia interna. Nessuno sano di mente crede che possa essere raggiunta quella cifra di surplus proseguendo per questa strada, tanto meno coloro che per loro sfortuna hanno attività turistiche in quelle isole ormai adibite a centri di accoglienza permanente. Nonostante ciò Tsipras rivendica con orgoglio le scelte fatte, facendo notare come la sua risicata maggioranza di soli tre parlamentari regga e continuando a sperare che la Troika decida, sotto la pressione di Washington, di ridurre il debito greco. “Rimetteremo in piedi la Grecia a tutti i costi” ha ribadito ieri, mentre scioperi e manifestazioni incendiavano il Paese, nell’indifferenza del resto del Continente. Eppure questa è l’Europa di oggi: un continente schizofrenico, dove nel Paese più ricco e patria di Calvino si discute di redistribuzione del reddito; mentre in quello più povero si prosegue imperterriti con la macelleria sociale.