Che i rapporti tra Russia e Argentina fossero lusinghieri, lo si era capito da un po’. Già lo scorso anno, in una serie di accordi quadro tra i quali il lancio sulla TV del Paese sudamericano del canale Russia Today come primo canale non argentino in chiaro, si erano creati i presupposti per una duratura e profittevole collaborazione di varia entità, dal piano economico a quello tecnico-militare. All’indomani dell’incontro tra la de Kirchner e Putin, celebrato dal presidente argentino con un tweet di ringraziamento in russo traslitterato, colpisce il peso economico degli accordi (circa venti) di collaborazione sottoscritti tra i due Paesi: sviluppo del piano energetico nucleare, idroelettrico e fossile, tecnologie militari, commercio. Una stretta di mano da cinque miliardi di dollari, che però non circoleranno in banconote di colore verde.

Dal punto di vista strettamente economico, infatti, tali accordi si collocano su un percorso di disancoraggio delle economie sudamericane dal vassallaggio americano. L’America del Sud è stata da sempre considerata dagli Stati Uniti come il back yard, il cortiletto dietro casa, dove fare gli affari propri: il successo della Russia con i Paesi del MERCOSUR è dettato dal fatto che Mosca non cerca stati da asservire, ma alleati. Altra ipotesi che conduce a tale considerazione è proprio la collaborazione pianificata sul piano diplomatico tra Russia e Argentina; Putin ha infatti promesso sostegno circa la disputa con il Regno Unito sulla sovranità sulle isole Malvinas, riconosciute in Occidente come isole Falklands, con reciproco appoggio della Kirchner sulla questione ucraina.

È intuitivo capire come l’interesse comune di questi due Paesi risieda in un ancestrale sentimento di rivincita e riscatto della propria immagine sul panorama internazionale. Le vicissitudini russe più recenti sono alla ribalta della cronaca politica, come è noto che l’Argentina abbia attraversato dei periodi di grave crisi economica cui un ambiguo e diversificato cambio valutario del peso col biglietto verde hanno contribuito in maniera decisiva. Vi sono dunque una serie di fattori assolutamente condivisibili che spingono oggi Buenos Aires e Mosca a proseguire un’amicizia che dura da circa 130 anni, primo fra tutti la necessità di riscatto verso quegli agenti della scena internazionale che additano questi due Paesi come isolati, sia commercialmente che politicamente. Un altro passo importante è proprio quello di abbandonare il dollaro come unica valuta scambiata in sede di commerci internazionali. È chiaramente un passo decisivo, che sancirebbe la definitiva disfatta dell’operato americano più recente: il defunto AD di Total, Cristoph de Margerie, si era già adoperato per iniziare a commerciare petrolio sul mercato internazionale nella valuta di provenienza del greggio stesso, ma la sorte gli fu avversa.

Qualora queste discussioni portate avanti da Kirchner e Putin dovessero produrre dei risultati concreti (come certamente oltre mezzo mondo si augura) si pongono come preludio ad un accordo di ancora maggior portata con i Paesi membri del Mercato unico Sudamericano, sarebbe un’effettiva e concreta risposta agli “attacchi” nel Baltico ed in Ucraina, facendo incassare a Washington una sonora sconfitta oltre che una perdita di influenza di portata non indifferente. Forse il mondo sta cambiando veramente, forse ce ne stiamo solo illudendo, ma tutti questi sono dei chiari segnali che c’è voglia di mutare gli assetti principali, di rovesciare questa egemonia economica, finanziaria e valutaria che tanto male ha fatto a moltissimi Paesi. Questa è soltanto la punta di un iceberg le cui basi sono molto in profondità nell’oceano degli scambi internazionali, ma iniziare ad eroderne l’estremità, è pur sempre un punto di partenza.