Cosa è successo ad Atene in questa settimana? Si è passati dall’euforia per la festa della vittoria del NO al referendum di domenica, alla repentina approvazione di un piano che non contiene affatto la fine dell’austerity e delle politiche lacrime e sangue per il popolo greco, di certo ben lontano da quella svolta che Tsipras aveva promesso tanto in campagna elettorale quanto in occasione del referendum. Quel che è successo, è lampante: sono arrivate le risposte a tanti interrogativi fatti domenica scorsa dopo la vittoria del fronte dell’OXI. E sono arrivati altri OXI: Syriza è un partito che vuole davvero la fine dell’Euro in Grecia? OXI. Gli USA e la NATO staranno a guardare mentre Atene lentamente si avvicina a Mosca? OXI. Dunque, ecco che nel breve volgere di poche ore è arrivata la frittata: la proposta, che verosimilmente verrà accettata dai creditori, non ha molto di diverso rispetto a quella sonoramente rigettata dagli elettori. Essa prevede un piano di 12 miliardi di Euro, in cui si aumenta l’età pensionabile, si levano i vantaggi fiscali alle isole minori, si aumenta l’IVA anche nella ristorazione; austerità su austerità insomma, nulla che possa fare presagire ad interventi mirati sullo stato sociale, sul welfare e su quanto di necessario avrebbe una popolazione allo stremo ed esausta per cinque anni di fallimentari politiche imposte dalla troika. Bisogna però analizzare le risposte negative prima argomentate alle domande sopra esposte per capire al meglio cosa è successo in queste ultime ore.

Syriza, e lo si è detto già a gennaio quando ha vinto le elezioni, ha sicuramente rappresentato una boccata d’ossigeno nuova nei palazzi governativi di Atene, dove l’aria ristagnata dal dominio trentennale di PASOK e Nuova Democrazia era diventata ormai irrespirabile; pur tuttavia, sull’Euro non ha mai espresso una chiara ed univoca posizione e la coalizione guidata da Tsipras non può essere assolutamente considerata tra le formazioni apertamente euroscettiche come quelle che vanno dalla destra del FN in Francia a Podemos in Spagna. Essa è piuttosto rappresentazione di una sinistra che torna quantomeno a parlare senza dubbio di ceti meno abbienti, di società e di welfare, ma che sulla moneta unica ed, in generale, sulla collocazione del paese all’estero non esprime posizioni di forte discontinuità. Negli anni della demolizione dell’economia greca, ha avuto il merito di essersi organizzata meglio e Tsipras, rispetto ad un contesto politico molto meno che sufficiente, si è saputo imporre come personaggio carismatico, figura questa che altre formazioni non avevano; si spiega così l’avanzata di Syriza rispetto invece ad altri partiti come ANEL ed il KKE ed i greci a gennaio, hanno voluto sì cambiare, ma a favore di una formazione ‘più tenue’ e morbida.

Ma adesso i nodi vengono al pettine; Syriza era una delle ultime formazioni in Europa (tralasciando i trattori politici come il PD italiano) che credeva in una riforma dell’UE e non in una demolizione; si è ritrovata, nel breve volgere di pochi mesi, ad essere la prima formazione politica ad aver messo in seria difficoltà (almeno per un paio di giorni) l’eurozona. Ma questo non per cambiamenti ideologici di Tsipras, ma semplicemente perché un’azione che si intende riformatrice, in un’Europa tecnica e concepita in modo anti democratico, non può che trasformarsi in un’azione di demolizione di questo sistema. E forse Tsipras ha avuto paura di questo, scegliendo la via di un referendum che egli stesso credeva (e chissà, forse sperava) di perdere. Gli stessi greci si sono resi conto che dentro l’Euro la situazione può solo peggiorare e di riforme non si può nemmeno parlare; dunque, il SI di ieri al piano di austerità potrebbe prevedere due scenari futuri: il primo, è quello di un indebolimento interno di Syriza, dove già 17 deputati hanno deciso di non votare il piano, e quindi non solo si andrebbe ad una crisi di governo, ma si assisterebbe ad un’emigrazione di voti da Syriza verso il KKE, l’ANEL e soprattutto Alba Dorata; il secondo scenario invece, potrebbe verificarsi se Tsipras ha deciso, con la proposta avanzata ieri, di rinviare soltanto il problema ai mesi prossimi, firmando solo un accordo ponte prima che la questione riesploda (inevitabilmente, vista la situazione dei conti) in autunno. Di sicuro, il premier ellenico rischia grosso: all’interno di quel 60% che ha votato OXI ed era convinto di aver allontanato lo spettro della troika, in molti non lo credono più affidabile.

Ma al di là delle manovre interne greche, a pesare, come afferma Marcello Foa su Il Giornale, è stato anche e soprattutto l’intervento degli USA; apparentemente defilati in questi giorni, dalla Casa Bianca in realtà sono stati sbattuti diversi pugni sulla scrivania per far capire all’Europa che la Grecia non doveva uscire dall’Euro. Troppo alta la posta in palio: Atene, come già detto in altre occasioni, poteva dirigersi dritta dritta verso Mosca e Pechino, un’eventualità che a Washington non vogliono nemmeno considerare. E’ stata alimentata in questi giorni anche una certa germanofobia; molti i titoli contro la Merkel, contro una Germania che pretende e che sarebbe la padrona indiscussa del continente. Ma le cose non stanno propriamente così: se davvero così fosse, la Grecia sarebbe già fuori dall’Euro. Paradossalmente chi vuole un’Europa diversa deve tifare per la Germania; quella tedesca è una via sbagliata, ma è pur sempre una via europea. Con la complicità di una Parigi mai tanto vicina agli USA, sull’Europa si sta invece imponendo la via americana e questo non solo sulla Grecia ma anche sul TTIP. Non è affatto vero, rispetto a quanto detto nei giorni scorsi, che Berlino è la padrona d’Europa: quantunque dalla capitale tedesca escano in questi giorni toni duri e da ultimatum, la Germania è pur sempre un paese occupato e non sovrano. Centotrenta basi militari straniere sul territorio tedesco basta come numero per far capire che a Berlino, anche uno starnuto deve essere concordato. La Germania cerca di imporre, nel governo di una moneta costruita sui suoi standard, la propria dottrina ed in questo senso lascerebbe anche andare via un paese, come la Grecia, la cui economia non è consona a quella della moneta unica; ma gli USA hanno imposto di no ed in questa partita l’ha spuntata Obama.

Ecco quindi perché non bisogna cedere ai deliri germanofobi imposti dai media in questi mesi; l’Europa, quando un giorno (si spera il prima possibile) sarà liberata dall’incubo dell’Euro e dell’UE, avrà bisogno della Germania che non può essere affatto un buco nero. E’ il paese economicamente più stabile e mantiene anche oggi, nonostante le sanzioni, un filo diretto con Mosca; la scelta di rinunciare al Grexit (in realtà si tratta di un mero rinvio) non è tedesca, ma americana: l’Europa non si può permettere il lusso di scegliere da sola il proprio futuro, altra dimostrazione di come è stata concepita l’UE e di chi realmente l’ha voluta. Ma il sogno di un’Europa nuovamente viva non è destinato a tramontare; Tsipras ha involontariamente dimostrato come l’Euro e chi lo gestisce può essere messo in difficoltà. Se ci si riesce in un piccolo paese come la Grecia, grazie ad un partito che non aveva nemmeno in programma l’uscita dalla moneta unica, allora si può solo attendere con fiducia i prossimi verdetti delle urne spagnole e francesi in primis. Ed anche la stessa battaglia greca non è affatto persa: KKE, Alba Dorata ed ANEL scaldano i motori; i greci non torneranno sui loro passi, dopo che rinunceranno al tenue riformismo di Tsipras, toccherà a questi partiti prendere in mano le sorti del paese.