Gli americani, di fondo, non costituiscono un popolo o comunque non ancora; l’attuale popolazione USA altro non è che una somma di cittadini provenienti da ogni parte del mondo stabilitisi in nord America al prezzo, salato, di uno dei genocidi più feroci della storia dell’umanità che ha prodotto la fine delle civiltà indiane delle locali tribù. Partendo da una base di coloni inglesi, la lingua ed i costumi anglosassoni hanno quindi preso il sopravvento nello stato federale che si è venuto a creare meno di 250 anni fa, un lasso di tempo troppo breve quindi per poter parlare di formazione di un vero e proprio ‘popolo statunitense’. Questa premessa è necessaria per capire come mai gli USA spesso nella loro storia hanno sottovalutato la resistenza di alcune delle popolazioni contro cui hanno instaurato una guerra; la supremazia militare in Vietnam, è servita a ben poco tra gli anni 60 e 70, stesso discorso in Afghanistan negli anni 2000, in Iraq la ‘guerra lampo’ del 2003 è ancora in corso seppur gli scarponi sul campo sono diversi e le insegne della bandiera a stelle e strisce si notano soltanto negli aerei militari che aiutano l’esercito locale a scalzare l’ISIS. C’è poi un popolo che da anni fa vivere notti insonni all’establishment USA; è il popolo iraniano, che da quando ha deciso nel 1979 di essere guidato da una Repubblica Islamica, agli occhi degli americani sembra ancor più impenetrabile.

Non è bastato appoggiare Saddam Hussein negli anni 80, non è bastato isolare Teheran politicamente negli anni 90, non sono bastate le sanzioni durante l’era di Ahmadinejad, dall’Iran non sembra arrivare alcuno squarcio politico e militare tale da far intravedere una piccola possibilità di destabilizzazione; l’attuale sistema del paese mediorientale nasce da una rivoluzione popolare, voluta nel 1979 per cacciare Rheza Palhavi ed instaurare il regime degli Ayatollah. Quello di Teheran è un sistema voluto dal basso, con una società quindi in grado di avere al proprio interno anticorpi necessari a respingere ogni minimo tentativo di assalto; un contesto popolare e sociale molto unito, è il maggior incubo per gli americani, che popolo non lo sono ancora. Non è un caso che, da qualche anno oramai, le minacce all’Iran sono molto più tiepide; non si parla più di interventi militari, né di azioni di forza mirate contro le centrali nucleari del paese, né tantomeno di rimozioni forzate di presidenti poco consoni agli interessi dell’imperialismo liberale. Ciò però non vuol dire che Teheran non sia più nel mirino degli USA, nemmeno i recenti accordi con il quale si è provveduto a togliere le sanzioni devono trarre in inganno: l’Iran per gli Stati Uniti e per tutti i principali attori dello scacchiere neo liberale rimane una minaccia da eliminare. Un regime basato su principi religiosi, regolato da una teocrazia che tra gli obiettivi originari ha anche quello di esportare questo modello di Stato in tutto il mondo islamico, è un qualcosa di non accettabile in un contesto internazionale che da oltreoceano si mira a rendere piegato a logiche liberali e del più sfrenato ed anti etico mercato; inoltre, a livello politico e militare, l’Iran dal 1979 ha inaugurato un percorso che già oggi lo porta ad essere una potenza regionale ingombrante per gli interessi sauditi ed israeliani. Da ciò, si capisce che la mano tesa a Teheran è la stessa che si è sporcata di sangue in Iraq ed ha medesimi obiettivi della spedizione irachena, seppur con strategie diverse.

Se contro Baghdad sono state utilizzate le bombe, contro l’Iran è in corso invece una massiccia offensiva mediatica e questa volta non più tesa a descrivere il paese come ‘canaglia’ agli occhi occidentali, bensì agli occhi degli stessi iraniani. Ciò che gli USA non possono fare militarmente, cercano di farlo con l’ausilio dei media e di tutto quello che può corrodere dall’interno la rivoluzione islamica; si vuol vedere in futuro a Teheran quanto visto nel 1989 a Berlino, dove dopo la caduta del muro si è instaurata una vera e propria rincorsa, giusto per fare un esempio, ai sexy shop da parte dei cittadini della zona orientale della capitale tedesca. Il capitalismo made in USA, di stampo occidentale, in quell’occasione si è presentato con tutte le sue ‘luci’ attraenti rappresentate da donne nude, da ampie varietà di scelta di nuove automobili e nuovi televisori; grazie all’avvento negli ultimi anni di decine di canali in lingua Farsi con sede a Los Angeles, il copione contro la rivoluzione islamica appare il medesimo. Le autorità iraniane poco o nulla possono contro la ricezione via satellite di canali in cui si mostra un occidente più ‘divertente’, più consono ai gusti dei giovani e dove al contrario la rivoluzione islamica è dipinta come un qualcosa di ‘fuori dai tempi’, di poco ‘accattivante’; mantenere in vita oggi un regime che ha tra i suoi obiettivi il mantenimento di una certa concezione del ruolo guida della religione, in un contesto internazionale dominato da ben altri principi, è opera molto difficile: il consumismo occidentale purtroppo è una grossa attrattiva, tanto per chi ne è già schiavo in occidente e tanto per quei giovani che ‘sognano’ questo tipo di vita in paesi che cercano di resistere a questo tipo di sistema sociale. Tornando un attimo all’esempio di Berlino, i cittadini sembravano nel 1989 quasi ‘affamati’ di oggetti da consumare, forte era la bramosia di fiondarsi in un negozio nuovo di zecca o di poter scegliere dieci marche di birra differenti; a Teheran il rischio è lo stesso: tanti giovani iraniani non reputano il proprio paese all’altezza delle proprie aspirazioni, per le fasce di età più giovani c’è già chi parla di ‘alienazione’ dalla rivoluzione islamica, i cui precetti vengono eseguiti meccanicamente oppure sono del tutto rifiutati.

In questo quadro, i vertici religiosi conoscono molto bene il pericolo e sembrano averlo già fiutato; è di questi giorni la notizia dell’arresto di otto modelle colpevoli di essere apparse su Instagram (unico social libero nel paese, Facebook e YouTube hanno al contrario diverse restrizioni) con i capelli non coperti dal velo. In questa pratica, i garanti della rivoluzione vedono un tentativo di emulazione di quanto già i giovani iraniani vedono nelle tante tv in lingua Farsi con sede negli USA, ma non solo: musica, varietà e quant’altro faccia parte dell’intrattenimento, si cerca di farlo diffondere in Iran in chiave anti regime, mostrando ai giovani del paese mediorientale stili di vita e costumi tipicamente occidentali. Questo rischia di provocare anche un braccio di ferro politico tra la presidenza di Rohani ed i vertici religiosi della rivoluzione, a partire dall’Ayatollah Khamenei; la stessa guida suprema, teme che dietro gli accordi che pongono fine all’embargo, ci sia il tentativo di infiltrazione di modelli occidentali nella società iraniana e pressa Rohani per l’approvazione di leggi che restringano ulteriormente la possibilità per i cittadini di venire a contatto con siti, tv e quant’altro possa ‘richiamare’ i giovani verso l’occidente. Rohani però fa parte della coalizione riformista, un ulteriore giro di vita sulle libertà personali degli iraniani, lo metterebbe in grave difficoltà in vista delle elezioni del prossimo anno, dove concorrerà per un secondo mandato.

Un sistema che poggia su una rivoluzione, trova il suo ossigeno nella fedeltà ad essa ed ai suoi principi da parte della popolazione e se questo è un punto di forza, ne è anche uno di debolezza: se i cittadini delle nuove generazioni ‘dimenticano’ le ragioni per la quali alcuni decenni prima si è sceso in piazza, non solo il sistema vede corrodersi il consenso ma, cosa ancora più grave, vede svanire la propulsione ideologica che ne costituisce la base su cui si fonda il suo stesso mantenimento. I richiami dell’occidente propagandati dalle tv e dalle radio iraniane presenti negli USA e che hanno sede a pochi passi da Hollywood, rischiano di costituire per la rivoluzione islamica iraniana un pericolo ben maggiore di bombardamenti o sanzioni ed è su questo che nei prossimi anni si giocherà, da parte americana, il braccio di ferro con gli Ayatollah.