L’Iran è dei riformisti. Nelle elezioni parlamentari più seguite della recente storia iraniana, il fronte dei moderati e riformisti ottiene una vittoria decisiva. Anche se i risultati ufficiali saranno resi noti solo martedì, sembra profilarsi una forte avanzata degli alleati del presidente Rouhani che nella sola Teheran avrebbero 30 seggi su 30. L’affluenza è stata del 60% in 53.000 seggi elettorali distribuiti in tutto il paese. Una partecipazione alta, che ha costretto il ministero degli Interni a prolungare, in alcuni casi, l’orario di apertura delle sezioni elettorali a causa delle lunghe code. In una tornata elettorale che di fatto era un referendum sul governo Rouhani, gli iraniani hanno dato fiducia a un esecutivo di successo che è riuscito a rimettere il Paese al centro della politica mediorientale e internazionale. Esaminando la mappa elettorale, però, emerge una chiara divisione tra città e campagna, tra borghesia e ceti più poveri, ancora visibile e decisiva in un paese che si avvia a passo spedito verso la modernità. Nelle campagne e nelle città più piccole, il fronte moderato-riformista non ha ottenuto gli stessi risultati roboanti di Teheran. Questa divisione, però, dimostra che la dicotomia moderati-conservatori ha, in realtà, poco significato in Iran, dove a fare la differenza nelle aree meno industrializzate, sono complessi legami regionali e locali scarsamente identificabili con riformisti o conservatori. Nelle elezioni di venerdì la vera linea di frattura era quella tra favorevoli e contrari all’accordo nucleare.

Il patto tra Iran e Paesi del 5+1 è quello che la maggioranza degli iraniani voleva. Un risultato storico, raggiunto da un presidente che si è dimostrato nel corso degli anni un politico astuto e capace. Rouhani è stato in grado di accontentare vari settori della società. Da un lato promuove le relazioni con i paesi occidentali, Stati Uniti inclusi, riforme economiche che possano attrarre investimenti stranieri e politiche più liberali su controllo della stampa e della censura, andando incontro alle sensibilità dei riformisti. Ma dall’altro è consapevole che l’era Khatami e delle proteste verdi del 2009 è finita da un pezzo. Il cambiamento, secondo il presidente, deve avvenire gradualmente, sfuggendo le tentazioni da rivoluzione colorata alla Mousavi e, soprattutto, essere condiviso dall’intera classe dirigente. Significativo, a proposito, è il pubblico endorsement alla coalizione filo-governativa dato dallo speaker del parlamento Ali Larijani, alleato fedele del presidente e vero artefice dell’approvazione parlamentare del nuclear deal. Non solo un successo parlamentare, secondo le prime proiezioni non ufficiali, i riformisti avranno un ruolo decisivo anche nella prossima Assemblea degli Esperti. I cittadini chiamati a scegliere i nuovi componenti dell’organo più importante della Repubblica, hanno premiato l’ala moderata. Anche se i riformisti guidati dall’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani non avranno la maggioranza assoluta nell’assemblea che dovrà scegliere il successore della guida suprema Ali Khamenei, potranno comunque influenzare decisivamente l’elezione, vista la pessima performance dei falchi conservatori.

Il vero vincitore di questa tornata elettorale è il Presidente Rouhani che, forte della maggioranza in parlamento può seriamente pensare ad ottenere un secondo mandato nelle elezioni del prossimo anno. Il cauto pragmatismo del governo sembra funzionare. Le riforme economiche stanno dando i loro frutti e i tanto agognati investimenti esteri si faranno presto sentire. Il rischio è però che il nuovo slancio economico possa favorire l’esclusione sociale e la disillusione delle classi più povere. Una situazione di cui potrebbe beneficiare il fronte conservatore, come successo negli anni della presidenza Ahmadinejad. Se Rouhani vuole rimanere saldo in sella e puntare alla rielezione dovrà riuscire a evitare questa eventualità e a convincere anche i più scettici che apertura non significa il tradimento della rivoluzione, ma che, anzi, può essere un’opportunità per la sua difesa.