All’inizio della corsa presidenziale erano 17 i candidati repubblicani in lizza per la nomina tra le più ambite e rilevanti nella politica internazionale del mondo contemporaneo. Fin dall’inizio le campagne elettorali guidate (o meglio, deviate) dal politicamente corretto hanno individuato nel palazzinaro Donald Trump l’agnello più grasso da sacrificare all’altare della Retorica da talk show in cerca della benedizione sotto forma di consensi elettorali.

Gli hanno dato del fascista, come il governatore della Virginia Jim Gilmore; hanno criticato la sua figura e giudicata come inadatta a ricoprire un ruolo come quello di POTUS, e il governatore del New Jersey Chris Christie aveva sentenziato in diretta televisiva che l’Ufficio Ovale non ha bisogno di un “intrattenitore” ma di un uomo degno, con tutte le sfaccettature che questa parola può nascondere; e la lista continua con il neurochirurgo in pensione anticipata Ben Carson e con il governatore del Texas Rick Perry, che dall’alto del trono di uno stato federale dove gli abitanti si dilettano ancora cavalcando tori e indossando cappelli da Cow Boy, ancora fermi in ideologie bigotte e strette come la vista di un puledro con il paraocchi, aveva addirittura definito il fenomento Trump come “una candidatura sintomo del cancro di cui è affetto oggi il conservazionismo”. Poi, uno dopo l’altro, tutti i contendenti sono caduti nel dimenticatoio, tanto che al lettore molti dei nomi sopracitati dicono poco o nulla. Nel frattempo Trump è diventato il candidato ufficiale dei repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, e allora c’è chi dal dimenticatoio ha cercato – e continua a cercare – di uscire con delicati e sommessi cambi di posizione, attuati con una calma indifferente di chi è sempre rimasto saldo nelle sue convinzioni, nei suoi ideali. Ma è risaputo, la vergogna in politica nella nostra epoca è una perla rara, che solo le grandi anime custodiscono con fatica. Difatti molti dei 17 candidati hanno espresso sostegno, rigorosamente dopo la notizia che lo incoronava come ultimo candidato repubblicano alla Casa Bianca, a colui che fino a qualche settimana fa veniva dipinto come un portatore di caos in grado di scardinare le fondamenta del mondo occidentale.

Chi ha dichiarato che voterà Trump alle elezioni, chi si è detto pronto ad intervenire per lui, chi, addirittura, si è visto sul palco con il palazzinaro dalla bionda chioma tra le fila dei suoi supporters più sfegatati, ad applaudire con un gnigno amareggiato. Eppure il giorno prima sul palco ero io a parlare, avranno pensato i governatori saliti sul carro del vincitore e presentatisi senza dignità ai comizi tra i tanti volti sfocati dietro la schiena di quello che qualche giorno prima era l’avversario. La politica occidentale si può riassumere anche con questo piccolo esempio. In candidati che dicono tanto non dicendo nulla, che per una carica importante o meno sono disposti a voltare le spalle a quelli che fino al giorno prima sembravano essere i loro ideali, i valori in cui ponevano fiducia.
Allora chi critica un personaggio come quello di Donald Trump, o chi, da un’altra angolazione, commenta il fenomeno Trump, dovrebbe cercare di non lasciarsi andare ad un’analisi troppo approfondita, a volte, appunto, puramente retorica. Perché al di là di grandi motivi sociali, storici o culturali, il punto è che un personaggio come Trump riesce a ricevere, oggi, maggiore fiducia e quindi rispetto e empatia – in quanto sentimenti legati – dall’uomo medio.
Perché? Perché almeno sembra “vero”. E allora è probabile che l’average man americano pensi che sia meglio votare chi il male “lo dice e lo fa”, piuttoche che continuare a farsi mentire da chi non lo dice, presentandosi come il guardiano della democrazia e della giustizia, e continua invece a portarlo in tutto il mondo.