L’incontrollata escalation di tensioni interne vissuta dalla Turchia negli ultimi mesi ha conosciuto un ulteriore inasprimento questa settimana. Due ulteriori attentati dinamitardi hanno allungato la considerevole scia di sangue delle vittime del terrorismo e gettato ombre sugli equilibri interni di un paese che, trascinato dal suo governo in campo aperto nella confusa battaglia politico-militare e ideologico-religiosa che si sta combattendo in Medio Oriente, ha pagato dazio con l’inasprimento degli squilibri interni e la perdita della sua sicurezza . Sono veri e propri anni di piombo quelli vissuti da un paese governato da un regime divenuto strada facendo sempre più autoritario, man mano che nella mente di Erdogan prendeva forma il progetto neo-ottomano per la cui realizzazione l’aspirante Sultano ha trascinato il paese in una guerra esterna e interna alle sue frontiere.

L’instabilità interna della Turchia, che ha visto in questi giorni colpita nuovamente la stessa capitale Ankara, nella quale sono rimaste uccise 28 persone, e la città di confine di Diyarbakir, da sempre centro simbolico per i curdi di Turchia, è legata a doppio filo con la situazione geopolitica in cui il paese si trova ad operare. La rivendicazione dell’attentato di Ankara ad opera del gruppo curdo dei “Falchi per la liberazione del Kurdistan” (TAK) ha portato nuova acqua al mulino del governo turco, che ora potrà sfruttare la comunanza etnica tra gli autori dell’attacco (in ogni caso non legati militarmente né al PKK storico avversario di Ankara né alle YPJ del Rojava siriano) e i bersagli dei bombardamenti oltreconfine operati dall’artiglieria turca negli ultimi giorni per poter giustificare agli occhi della popolazione un ulteriore salto di qualità nel coinvolgimento turco nello scacchiere siriano. E la sindrome dell’assedio con la quale milioni di turchi convivono è stata pervicacemente inculcata nelle loro menti da anni di propaganda di regime, che hanno alla fine consentito a Erdogan e al suo partito (AKP), che sinora hanno avuto buon gioco nello sfruttare sul piano politico le conseguenze emotive degli attentati terroristici che stanno scuotendo la Turchia.

Del resto, lo stesso consenso acquisito dall’AKP nelle elezioni parlamentari del novembre 2015 poggia largamente sull’abilità con cui Erdogan è riuscito a far ricadere sui suoi avversari la responsabilità indiretta per i morti dei tragici attacchi verificatisi negli ultimi mesi dello scorso anno a Ankara e nella città di confine di Suruc, nei quali i bersagli sono stati principalmente membri delle forze di opposizione a Erdogan ma che hanno prodotto una situazione di tensione tale da giustificare agli occhi dei turchi chiamati alle urne la scelta di affidare nuovamente i timoni del paese al partito di governo, che sull’onda lunga dei precedenti attentati ha riconquistato la maggioranza assoluta persa nel primo voto del 2015. E assieme ai 97 attivisti del partito curdo HDP, ad Ankara il 10 ottobre 2015 è morta anche la speranza di arrivare a una conciliazione tra la Turchia e le numerose formazioni dell’eterogeneo schieramento curdo. La successiva tornata elettorale avrebbe infatti, paradossalmente, notevolmente ridimensionato un HDP affermatosi quale eloquente forza di opposizione nel corso delle precedenti elezioni, e reso dunque Erdogan ancora più insensibile alla sua voce. Il resto è storia degli ultimi mesi, cioè guerra, guerra e ancora guerra.

Esiste un paragone storico ben preciso con la situazione vissuta dalla Turchia in questi ultimi mesi, in cui l’incertezza interna e il dilagare del terrorismo politicizzato si accompagnano alla deriva istituzionale del potere politico: il contesto richiama fortemente l’Italia degli Anni di Piombo, sconvolta da una serie di attacchi in gran parte rimasti senza un responsabile accertato e nella quale l’ascesa del terrorismo fu decisamente facilitata dalla scellerata condotta di elementi deviati dei servizi segreti, delle forze armate e delle istituzioni. Sebbene nella Turchia di oggi non vi siano prove dirette di un concreto coinvolgimento di Erdogan o di membri dell’AKP nel ripetuto susseguirsi delle stragi, è chiaro che su di essi grava la pesante responsabilità di aver speculato apertamente sulle tragedie, riuscendo a sfruttarle come volano per incrementare il loro consenso, negando volta per volta l’oggettività dei fatti, e giustificare l’attuazione delle proprie politiche che, se reiterate, non lasciano prefigurare altro se non un’ulteriore escalation di questa insensata spirale di violenza.