È ufficiale, la Lega Araba lo scorso 11 marzo, in occasione della sessione straordinaria invocata dai ministri degli esteri dell’omonima al Cairo, ha decretato perentoriamente e mediante risoluzione ˗ non c’è termine più pertinente ˗ la nuova identità politica del maggiore partito sciita libanese Hezbollah: “organizzazione terroristica”. Questa la “nuova” etichetta, che ha determinato l’astensione di Libano e Iraq, la “riserva” dell’Algeria (a pochi giorni dai nuovi attacchi che evocano evoluzionismi organizzativi e moventi palesemente interventisti), nonché la natura più che altruistica e protettiva degli istituti internazionali. Ebbene, mentre il mondo piange l’ennesimo effetto della “Strategia della tensione” in Turchia e rievoca rappresentazioni plurali attraverso gli attentati in Costa D’avorio, la Lega, in linea con i principi costituitivi di un’organizzazione internazionale composta da 22 Stati membri, nata con l’obiettivo di istituire dei solidi rapporti reticolari tra gli aderenti e proporre soluzioni ai problemi di natura conflittuale, che potrebbero insorgere tra i componenti, e nata su tutto con l’intento di preservare la sovranità e l’indipendenza dei popoli residenti nelle aree oggetto stesso dell’organizzazione; ha definito in termini tutt’altro che ambigui l’ennesimo processo di essenzializzazione del potere.

Ma andiamo con ordine. Il prologo, che tesse le fila di questa encomiabile trama narrativa, non è facilmente individuabile. Pare, però, che l’eziologia di una simile pratica sia rintracciabile nella volontà dell’Arabia Saudita che ha sospeso, recentemente, il finanziamento di tre miliardi di dollari all’esercito libanese concesso per l’acquisto di forniture di armi militari in Francia e – i primi di marzo – all’inclusione di Hezbollah nella lista nera, attuato dalle monarchie della Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrain,Qatar, Emirati Uniti, Oman e Kuwait) a tenore delle quali, una simile decisione è dettata da, secondo quanto asserito dal segretario generale Abdellatif Zayani: “L’intensificarsi delle azioni ostili e dell’impegno a reclutare giovani nei paesi del Golfo da parte di esponenti di Hezbollah”. Ma il processo di delegittimazione/invenzione comincia in realtà tre anni orsono, quando l’Unione Europea – sì, anche stavolta lungimirante – durante il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri riunito a Bruxelles decise di iscrivere l’ala militare del Libano tra i gruppi pericolosi; ma di mantenere altresì aiuti finanziari e umanitari verso il paese. Condannato dai Ministri di Gran Bretagna, Francia, Germania, Paesi Bassi e Portogallo. Dubbi insorsero, invece, a Italia, Irlanda, Malta e Finlandia; che sì hanno molte cose in comune. E se dunque, in quel caso, i media libanesi riconoscevano l’intervento di alcuni Stati nell’esercitare pressione sull’Unione Europea, che dire dell’iscrizione nel registro nero effettuata venerdì dalla Lega? È davvero così, oppure siamo in presenza dell’ennesimo processo di costruzione socio/politico?

Che il ruolo di Hezbollah in Libano fosse particolarmente temuto dai membri delle neutrali e religiose coalizioni occidentali ed extra-occidentali era stato appalesato dai molteplici interventi mediatici attuati dalla stampa filo-israeliana; dalle paure avanzate dal primo ministro Netanyahu nei giorni scorsi; dalla più che legittima preoccupazione di derivazione americana-israeliana- e tendenzialmente filo-araba relativa alle nuove politiche di conquista ed alle “lotte di potere” attuate da questo movimento politico, che persegue fini latenti e costruisce politiche di consenso (parafrasando la cooperazione) mediante strumenti di controllo bellicosi; e che mira altresì ad espropriare terre occupate e a delimitare – ricorrendo alle linee di demarcazione di qualsivoglia colore e denominazione – conflitti etnici e aree di appartenenza.

Il modus operandi della logica anti-iraniana

Hezbollah (Partito di Dio), il maggiore movimento sciita libanese venne fondato nel 1982 da Hussain Mussawi, in seguito ad una scissione in seno a Harakat Amal, un altro gruppo sciita attivo fin dagli anni settanta. Il motivo che determinò una simile frattura è rintracciabile nella necessità di contrastare in maniera decisiva l’allora occupazione israeliana in Libano, iniziata negli stessi anni. Negli anni seguenti, le politiche di colonizzazione americane e francesi non tardarono a mostrarsi e da allora il gruppo combatte per rivendicare identità nazionale, sì, ma su tutto territori e potere legittimi. Al di là delle definizioni linguistiche, il cui ampliamento/restringimento non può essere avulso dalla dimensione contestuale nella quale prende parte; l’uso politico dell’etichetta che vuole apostrofare hezbollah come organizzazione, cela dell’altro? Conferire statuti identitari monadici ed ontologici propri; istituire nuove configurazioni organizzative ed apostrofare il nuovo nemico di turno con appellativi inclusivi, etnocentrici, retorici e decretare la natura belligerante di movimenti politici portando avanti la messa in scena delle famigerata Fitna o piuttosto dell’ormai noto scontro di civiltà, solo per ricordare quanto sia necessario plasmare l’immaginario collettivo e modularlo secondo leggi di natura e politiche confessionali e non già imperialismi dilaganti; ricorrere altresì agli usi sociali e performativi della lingua, mediante i quali manipolare spazi sociali e legittimare politiche di consenso; uscire dalla famigerata politica autoreferenziale per fomentare un sano spirito di conservatorismo puritano e ricorrere alle etichette linguistiche, frutto di attente strategie contingenti, è il modus operandi oltre che la struttura narrativa all’interno della quale vengono allocati i soggetti politici dell’arena fil-iraniana e avversa alle coalizioni anti- Assad. Quali sono i criteri che determinano l’identità di un partito politico?

Saranno forse il “Pensiero”, le motivazioni e lo statuto che ne istituiscono l’esistenza stessa? Se le categorie politiche occidentali non sono in grado di elargire identità “nostrane” tipicamente occidentalizzate come quella di “Stato” ad un nuova riconfigurazione organizzativa (“Stato Islamico”), cosa o chi decreta che nel caso di Hezbollah, Houthi, etc, ci si ritrovi davanti all’acerrimo nemico fautore di celebri attività terroristiche? La politica internazionale attiva escalation simmetriche dedite alla rappresentazione politica del sé. È un caso, forse, che l’intervento di hezbollah in Siria sia stato fondamentale per evitare la famigerata strategia di regime change? Non è forse la volontà di potere di Ryadh piuttosto che la definizione politica in quanto tale ed il sospetto post-accordo nucleare a determinare questo processo di esclusività nei confronti del movimento, in linea con l’altrettanta sete confessionale di Israele? Possiamo rintracciare delle analogie con il PKK? Sarebbe forse il caso di ricordare con le parole di Hassan Nasrallah, che: «Questo nuovo gruppo (hezbollah ndr) aveva le condizioni per una sua formazione prima dell’invasione israeliana. Ma l’invasione accellerò la sua esistenza, e Hezbollah nacque come una forza di resistenza in reazione all’occupazione […] Hezbollah fu sin dalle origini incentrato sulla resistenza contro l’occupazione, niente altro» [1]. Patrimonializzazione identitaria e geopolitica dello spazio/tempo.

[1]D. Tosini, 2006,Terrorismo e antiterrorismo nel XXI secolo. Roma – Bari, Editori Laterza, p. 60.