Nel 2012 il Financial Times pubblicò una analisi economica della guerra in Iraq e sintetizzò efficacemente, come solo i giornalisti anglosassoni sono capaci di fare, la somma dei conti: gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, l’Iran la pace, la Turchia i contratti. Quando nel marzo 2003 le forze angloamericane invasero l’Iraq si consumò una delle più veloci e vittoriose campagne militari della storia, sventando anche il rischio paventato da molti analisti che Baghdad potesse diventare una Stalingrado del Medio Oriente. Come è stato possibile, a fronte di una vittoria così schiacciante, il protrarsi di una insurrezione armata così dura da lasciare sul terreno 4500 soldati e costringere la Casa Bianca nel 2007 ad una implementazione delle truppe fino al loro completo ritiro? La risposta può essere trovata in uno dei più importanti contributi di Von Clausewitz alla teoria della guerra: il concetto di frizione o attrito. Secondo lo studioso prussiano, la guerra è semplice, ma semplice non significa facile.

“L’accumularsi di difficoltà in un conflitto finisce per produrre una sorta di attrito inconcepibile, a meno che uno non abbia sperimentato la guerra. Innumerevoli incidenti minori, quelli che nessuno può realmente prevedere, si combinano abbassando il livello generale di performance, così che ci si ritrova ben lontani dall’obiettivo prefissato. L’attrito è l’unico concetto che più o meno corrisponde ai fattori che distinguono la guerra vera dalla guerra su carta”.

In Iraq questo attrito è stato la presenza congiunta di al-Qa’eda e di Teheran i quali, per ragioni diverse, hanno saputo sfruttare l’occupazione americana per muovere una guerra per procura capace di minare la volontà di combattere degli Stati Uniti e dei loro alleati. Rimuovere Saddam Hussein fu per l’Iran la possibilità concreta di riacquisire influenza nel Golfo Persico e di allontanare l’attenzione degli americani dal programma nucleare. Con la fine del regime Ba’ath, gli sciiti poterono contare sui finanziamenti iraniani che permisero di ricostituire i partiti locali come lo SCIRI e la formazione di milizie irregolari quali l’Esercito del Madhi di Moqtada al-Sadr. Poco prima dell’invasione inoltre, personaggi contigui alla rete di al-Qa’eda come il giordano Abu Musab al-Zarqawi, poterono entrare clandestinamente nel paese e lavorare alacremente all’implementazione di cellule e gruppi irregolari che vennero poi rimpolpati da ex fedayn, guardie repubblicane, funzionari del Mukhabarat e del disciolto partito baathista, tutti purgati dall’Autorità Provvisoria della Coalizione di Bremer.

Tanto Teheran quanto al-Qa’eda capirono che imporre un prolungato assedio terroristico nei confronti della popolazione irachena avrebbe finito per alienarli dalla presenza degli eserciti stranieri, incapaci di ripristinare la cornice minima di sicurezza. Inoltre uccidere soldati con l’uso di ordigni improvvisati, cecchini, autobombe e imboscate avrebbe avuto come conseguenza la paralisi psicologica, emotiva e morale non tanto degli angloamericani e dei loro alleati, quanto delle rispettive opinioni pubbliche. L’attrito clausewitziano è infatti da concepire non unicamente all’interno del fronte di battaglia ma anche nel rapporto tra le forze militari e l’opinione pubblica che, se mobilitata, è capace di sopportare il costo di una guerra ma, turbata da uno stillicidio continuo e apparentemente senza fine, ne può anche chiedere immediatamente la fine senza più badare all’obiettivo iniziale. Vietnam docet.

In un saggio edito nel 2010, The Surge, la storica militare Kimberly Kagan ha descritto come nel lungo periodo al-Qa’eda e l’Iran finirono per collaborare nel minare la fragile ripresa irachena sotto il controllo alleato. A metà del 2007, durante il Surge deciso dall’amministrazione Bush per riprendere il controllo di zone come Falluja, funzionari dei servizi di sicurezza di Teheran furono coinvolti nel finanziamento e addestramento non solo di milizie sciite ma anche di operativi qaedisti della rete di al-Zarqawi. Sostanzialmente l’Iran cercò di sfruttare la stessa vittoriosa strategia adoperata in Libano e non è un caso che membri iracheni dell’Hezbollah libanese rientrarono in Iraq poco prima della primavera del 2003, così come non è casuale l’incontro che ci fu a Roma alla vigilia della guerra tra funzionari italiani del SISMI, ottimi conoscitori del paese di Saddam, uomini di Teheran e inviati americani.

Quest’ultimi, molto probabilmente, tentarono di comprarsi la neutralità del paese degli ayatollah che seppe fare buon viso a cattivo gioco, ben sapendo che la rimozione del dittatore avrebbe permesso loro di inserire un coltello nel costato americano e in quello saudita. A distanza di tempo, non risultano più così strani neanche i contatti che Ahmed Chalabi, fuoriuscito iracheno e una delle principali fonti americane sulle armi proibite di Saddam, ebbe con i pasdaran iraniani alla fine degli anni ’90 e poco tempo prima della guerra. Chalabi fu uno dei più grandi sponsor dell’invasione, ritagliandosi per sé un posto nel nuovo governo ma evidentemente comportandosi in modo tale da irritare gli iraniani tanto da farlo rimuovere condannandolo ad una damnatio memoriae. Alle elezioni parlamentari del 2005, buona parte dell’Iraq meridionale era ormai sotto il controllo delle milizie e del clero sciita, in parte compiacente e in parte velatamente ostile, e non può stupire che da allora si siano succeduti unicamente gabinetti di governo vicini a Teheran.

In una recente intervista, Michael Morell, ex vicedirettore della CIA, ha ricordato il ruolo avuto da Teheran in Iraq e ha candidamente spiegato che, se dipendesse da lui, avrebbe utilizzato la loro stessa tattica in Siria. Finanziare, armare e addestrare milizie ribelli per dissanguarli in un lento stillicidio e renderli più inclini a negoziare alle loro condizioni. C’è da scommettere che forse alla Casa Bianca è stato seguito il suo consiglio. Un’ultima nota riguarda la Turchia. Il Financial Times ha infatti affermato come Ankara abbia vinto i contratti; stando alle cifre è proprio così. L’Iraq nel 2012 è diventato per la Turchia il secondo paese dopo la Germania in termini di esportazioni fruttando ben oltre 10,8 miliardi di dollari, con una crescita di oltre il 25% in soli due anni. I prodotti turchi hanno invaso i piccoli e grandi mercati iracheni con la presenza soprattutto di piccolo artigianato e macchine industriali e, paradossalmente, la presenza maggiore è nei territori curdi. Nelle sue memorie Tony Blair ha raccontato che, poco prima di concludere il suo mandato da primo ministro, avesse riunito i vertici delle forze armate e dell’intelligence britannica e avesse chiesto loro se, in assenza dell’Iran e di al-Qa’eda, le cose sarebbero andate diversamente in Iraq. Tutti risposero unanimemente in modo affermativo.