Se volessimo definire univocamente la forma di violenza che viene reiteratamente veicolata dai sistemi mediatici come “Terrorismo” dovremmo ricorrere ad un’ espressione tautologica: «non c’è terrorismo, senza terrorismo» e ad un’argomentazione deduttiva: «se c’è terrorismo, allora ci sono le immagini». I recenti avvenimenti, puntualmente rappresentati dai molteplici formati mediatici ed altresì da tecniche pubblicitarie efficaci, che hanno ulteriormente destabilizzato lo scacchiere internazionale, ne sono prova tangibile. La società post-moderna, così come viene definita, è solo l’iperluogo del processo di politicizzazione dell’immagine e della patrimonializzazione del simbolismo religioso/ideologico. Quello che abbiamo di fronte è indubbiamente un fenomeno tecnocratico. La grande guerra che si combatte oggi in Medio Oriente è inconfutabilmente e prioritariamente mediatica. Ci si potrebbe improvvisare analisti esperti ed argomentare circa la natura “televisiva” di simili scenari, ma sarebbe opportuno, forse, interrogarsi sulle funzioni delle rappresentazioni.

Perché le scene di morte e decapitazione veicolate dai media internazionali e “legittimate” attraverso la mera riproduzione sono così spettacolarizzate ed al contempo criticate? Ricorrere ad un uso esacerbato dei media, conferisce maggiore liceità all’apparato politico-militare che sottende simili pratiche? Quanto conta la rappresentazione, o piuttosto, l’istantaneità mediatica di simili fenomeni? Il potere dei Paesi, siano essi occidentali e non, si misura attraverso criteri cibernetici? Che lo spazio virtuale (e non solo) sia il campo dello spazio sociale in cui ha luogo il conflitto internazionale è un dato di fatto. Ma andiamo con ordine. Filmati plurali e testi sincretici hanno fatto da cornice ai più disparati atti terroristici ed alle strategie di identificazione da parte dei sodali del “Califfo”. Per contro, l’intera società occidentale è in preda ad uno strano caso di “catarsi aristotelica”.

Giornalisti condannati da un regime autoritario perché dissidenti, filmati audio e video, nuovi strumenti del potere. Non solo, esponenti della politica estera e della sfera “religiosa” testimonial indiretti di simili cornici rappresentative; ed infine, approcci etnocentrici e conflittuali dediti alla ricostruzione dei fatti. Di cosa si tratta? Qual è il vero potere delle immagini usate dalla nuova forma di terrorismo nella famigerata società della comunicazione? Infine, perché aderire a forme censorie e rivendicare ufficialmente principi liberal-democratici e modelli sviluppisti celanti vari intenti e politiche carismatiche dei governanti? Perché filtrare ed esacerbare i contenuti rappresentati e non decostruire la realtà fattuale?

 

Oltre le costruzioni

Gli oggetti della rappresentazione mediatica di quel fenomeno apostrofato come “scontro di civiltà” e “guerra al nemico” sono molteplici e dal significato stratificato. Corpi, croci, bandiere, luoghi di culto, reperti archeologici, acronimi e sigle attestanti da una parte, la rivendicazione identitaria di soggetti politici e di organizzazioni dalla configurazione statuale; ma anche molteplici codici comunicativi e fonti d’informazione.

Ebbene, i livelli di rappresentazione della nuova configurazione dello scacchiere internazionale sono molteplici. Ogni attore viene investito da questa forma di “giochi di ruolo” deviati: il ruolo del Cremlino è assolutamente marginale nel processo di liberazione della città di Palmira; l’esercito siriano non si batte per rivendicare legittimamente la propria identità, bensì per difendere interessi altri; Hezbollah è un’organizzazione terroristica e non ha avuto un ruolo rilevante nella lotta all’ISIS; ed il PKK lo segue; i politici italiani devono recarsi i luoghi importanti per comprendere “strategie di difesa”, etc. Interessanti, poi, le politiche interventiste e protezionistiche dei fautori della democrazia, che con spirito di abnegazione, si battono per la libertà (identitaria, di stampa, di genere). Ѐ una realtà plurale, ma un caso singolare.

Oriente ed Occidente, per usare le categorie preferite dai sostenitori dello scontro, paradossalmente ricorrono alle medesime cornici per rappresentare l’Altro. Quindi, l’Europa alla stregua di altri paesi che attestano “aperture” dei sistemi politici, si batte per i diritti delle minoranze; molti occidentali professano credi e principi religiosi e di fatto disconoscono le origini stesse della dimensione religiosa che abbracciano. Soluzioni univoche, dunque, spiegano rappresentazioni plurali.

 

Il caso

 

Il ruolo politico delle petromonarchie e la rilevanza delle politiche protezionistiche e legittimanti dei paesi occidentali, in merito ai processi di costruzione politica recenti, non sono solo fonte di questioni iconoclastiche, diverbi teocratici, e rappresentazioni mediatiche partitiche. Una rappresentazione “altra” relativa alla realtà fattuale che domina i Paesi del Golfo è stata proiettata sugli “schermi” il 29 marzo e distribuito attraverso il canale pubblico PBS (Public Broadcasting Service) dal programma televisivo americano FRONTLINE (format che si occupa di giornalismo di inchiesta, reportage e foto-documentari), il cui produttore esecutivo è un giornalista americano di origini sudafricane, David Fanning; prodotto dalla compagnia televisiva “WGBH-TV” (Boston- Massachusetts), la cui prima proiezione risale al 1983.

Titolo del documentario-inchiesta: “Arabia Saudita Uncovered”. Obiettivo dichiarato del reportage: criticare le alleanze e le adesioni dei paesi occidentali alla “grande coalizione”. 54 minuti e 11 secondi, ripropongo una realtà altra, non rappresentata dai media occidentali. Più di 40 mila visualizzazioni, 500 like, insieme con i 537 dissensi, mostrati dai fautori del web, ed una notevole quantità di commenti da parte dei fruitori americani. Come interpretare questa altra cornice? Procediamo per gradi. Il video-reportage viene annunciato pochi giorni prima attraverso un trailer, la trasmissione dell’intero documentario ha avuto luogo in diverse fasi della giornata di martedì. I volti del video: figure istituzionali del mondo occidentale, donne arabe attiviste politiche; ambasciatori occidentali, famiglie di blogger condannati e parenti di coloro che vengono apostrofati come dissidenti.

La ricostruzione dei fatti sociali presentati dai reporters è frammentata e puntuale. I luoghi: centri commerciali, piazze deserte, le scuole ed il ruolo dei bambini “militarizzati”. Una giovane donna (attivista) arrestata perché sorpresa alla guida della propria auto; un’altra decapitata pubblicamente perché accusata di avere ucciso la figliastra; un’altra, ancora, scaraventata per terra in un supermercato, da un uomo. Immagini forti, quelle proposte. Una schiera di condannati “sospesi in aria” ed un silenzio assordante fanno da cornice a questa nuova rappresentazione. Il video mostra altresì il ruolo dello sceicco Nimr- al Nimr e le rivolte verificatesi in Bahrain a seguito della sua morte. Dona la parola ai parenti dell’uomo che perse la vita nel mese di gennaio insieme ad altre 46 vittime, accusate di avere osteggiato il sistema. Ma ancora, il nipote di al – Nimr, accusato anch’esso e condannato, ed infine, scene di vita quotidiana fanno da sfondo alle lacrime della moglie di Radif Badawi.

Soggetti politici altri, quelli rappresentati. Paura nei volti, forza e dissenso della minoranza, per una rappresentazione monadica e fortemente intricata.