Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Il 28 novembre, ovvero lo scorso lunedì, è celebrabile a buon diritto come uno dei momenti cruciali di questa presidenza targata Donald Trump che, passo dopo passo, sta prendendo realtà: il tycoon, infatti, ha ufficializzato la nomina di quattro segretari di Dipartimento che comporranno l’esecutivo da lui guidato. Il totale delle nomine da effettuare per il 20 gennaio – giorno in cui verrà ufficializzato il cambio di vertice alla Casa Bianca – è di 15 segretari, per cui ancora non possiamo parlare di una conclusione della questione – che al contrario ci riserverà non poche sorprese –, ma da come si sta muovendo attualmente il leader repubblicano Trump si evince la strategia che probabilmente verrà seguita fino alla fase di approvazione da parte del Senato. Andiamo con ordine: ha sorpreso la scelta di Jeff Sessions come Procuratore generale degli Stati Uniti. Da subito indicato da Donald Trump come uomo politico di primo piano, ha 69 anni ed è conosciuto per la sua visione politica molto ristretta nei confronti dell’immigrazione, motivo per cui ha ricevuto numerose accuse di razzismo durante la sua carriera da senatore. Secondo i commentatori, la scelta di Sessions rappresenterebbe un tentativo di compiacere l’ala più di conservatrice del Partito Repubblicano, provocando uno spostamento a destra dell’assetto politico dell’esecutivo. Occorre ricordare che, nel 2007, il National Journal ha classificato Sessions al quinto posto nella lista dei Senatori più conservatori: egli ha supportato i tagli alle tasse nel 2001 e nel 2003, la guerra in Iraq, ed ha proposto un emendamento nazionale per bandire il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Inoltre, come referente repubblicano nel Senate Judiciary Committe, si è opposto a tutte e tre le nomine per la Corte Suprema avanzate da Barack Obama. 

Discorso di Jeff Sessions alla convention nazionale del partito repubblicano lo scorso 18 Luglio

Interessante è anche la nomina di Wilbur Ross come segretario del Dipartimento del Commercio. In questo caso, non si tratta di un individuo legato agli ambienti dell’estrema destra USA: celebre banchiere e investitore, è conosciuto per essere uno specialista nel rilevare compagnie fallite provenienti da vari settori (acciaio, telecomunicazioni, investimenti esteri ed altro). Secondo Forbes di agosto 2014, Ross avrebbe un patrimonio netto di circa 2.9 miliardi di dollari. Sembrerebbe che, in questo caso, Trump abbia compiuto una scelta più legata ad un tradizionale ragionamento di lobbismo, piuttosto che un modo per galvanizzare la base del partito. Del resto, un profilo molto simile sembra essere quello di Betsy DeVos, indicata da Trump come guida del Dipartimento per l’Educazione: oltre ad essere un’imprenditrice miliardaria, DeVos è una nota filantropa ed attivista del Michigan, conosciuta negli Stati Uniti soprattutto per la sua difesa della libertà educativa – che passa attraverso la libertà di scelta di scuole esterne al sistema educativo finanziato dal settore pubblico – e dei programmi di voucher. Si tratta di proposte che godono di un buon livello di popolarità all’interno degli Stati Uniti e che fanno presagire la volontà dell’esecutivo di ridimensionare il Dipartimento dell’Educazione, compiacendo la componente libertaria legata al mondo del Tea Party: il sostegno alla libertà di scelta educativa, infatti, fu sostenuto con forza anche da Ron Paul durante la campagna presidenziale del 2012, quando il candidato per le primarie repubblicane rappresentò le istante del neonato movimento di destra statunitense. Tuttavia, le nomine più controverse devono ancora essere analizzate: per il Dipartimento della Salute e dei Servizi umani, Trump ha optato per la figura di Tom Price, conosciuto come uno strenuo oppositore dell’Obamacare e dell’Affordable Care Act (ACA). Price è un medico, conosciuto come presidente dell’House Budget Committee e per essere stato un forte sostenitore di Donald Trump.  La sua nomina è stata affiancata a quella di Seema Verma – una consulente sanitaria che si è occupata delle modifiche al Medicaid nello Stato dell’Indiana, da cui proviene il Vice presidente eletto Mike Pence – presso il Centers for Medicare and Medicaid Services. Per avere un quadro più chiaro della situazione, occorre ricordare alcuni dati: il Dipartimento della Salute dispone di un trilione di dollari di budget; attualmente più di 100 milioni di americani – quasi 1 cittadino su 3 – usufruiscono del Medicare o del Medicaid; qualora l’ACA venisse revocato, circa 1,4 milioni di persone perderanno la copertura sanitaria. Le proposte più caldeggiate dai nuovi membri dell’’amministrazione Trump includono il passaggio del sistema di finanziamento sanitario da defined benefit a defined contribution, ossia contributi pubblici per l’acquisto di assicurazioni private. Il timore è che l’accessibilità ai servizi sanitari, di per sé scarsa, possa essere ulteriormente ridotta.

In un’intervista rilasciata 20 giorni fa Trump era stato meno radicale nei provvedimenti programmati per l’Obamacare 

Se questi sono alcuni dei nomi emersi dal confronto fra il presidente eletto ed il proprio partito, rimane ancora incerta la questione del segretario per il Dipartimento di Stato. In particolare, il nome di Mitt Romney, che sembra godere dell’approvazione di Trump, ha provocato un’autentica spaccatura all’interno della base del Partito Repubblicano: Kellyanne Conway, senior adviser di Trump, ha dichiarato alla CNN di aver ricevuto numerosi messaggi da parte dei sostenitori, i quali esprimono parere fortemente contrario alla nomina di Romney a causa dei suoi trascorsi all’interno delle primarie repubblicane – è stato un forte oppositore del tycoon, oltre ad esser stato fra i primi a ritirare l’appoggio al candidato presidente a seguito della pubblicazione del tape incriminante per mano del Washington Post ad inizio ottobre –. Al passato scomodo di Romney si aggiunge il fatto che nessuno sia in grado di garantire sulla sua fedeltà durante le riunioni a porte chiuse con i rappresentanti delle altre nazioni: le posizioni politiche dell’ex candidato presidente sono diverse da quelle di Trump, in particolare per quanto riguarda il rapporto con la Russia, anche se esiste una convergenza sui temi ISIS e Cina. Il nome di Romney è stato in grado di oscurare quello dell’ex sindaco Giuliani, fra i favoriti per il posto di segretario di Stato ma messo a rischio dallo scarso appoggio del Senato, il quale ha in compito di approvare le nomine presidenziali. I motivi di questa diffidenza sono, da un lato, la rete d’affari internazionale che ruota attorno a Giuliani e, dall’altro lato, i milioni di dollari corrisposti a network di consulenti che minaccerebbero l’indipendenza del sindaco imprenditore. La scelta del presidente eletto, però, non si riduce solamente a questi nomi: lunedì si è tenuto l’incontro fra Donald Trump e David Petraeus, il quale non dispiace per via della sua preparazione strategica – per quanto le stesse riserve su Romney siano più della base che di Trump stesso –. Inoltre, Trump ha incontrato anche Frances Townsend – ex ufficiale del Ministero degli Interni sotto Bush – e David Clarke – controverso sceriffo della contea di Milwaukee, nel Wisconsin –. Martedì era previsto l’incontro con Michaeel McCaul, presidente della House Homeland Security Committe (la commissione Affari Interni della Camera dei Rappresentanti). La partita per il Dipartimento di Stato vede Donald Trump impegnato nel tentativo di allargare il più possibile la rosa di nomi all’interno di cui scegliere chi sottoporre all’approvazione del Senato, dove la componente del GOP non del tutto fedele a lui è ancora molto forte. È probabile che la trattativa con i vertici e la base del partito continuerà per un periodo piuttosto lungo e, qualora la frattura non venisse risanata, si rischierebbe di avere fin dall’inizio una Presidenza fragile ed in balia delle ripicche degli scontenti.