Poco più piccolo della Sicilia, poco più di un milione di abitanti ‘stretti’ tra Etiopia, Eritrea e Somalia; ecco Gibuti, lo Stato più ridotto a livello di dimensioni e popolazione del Corno d’Africa, eppure da anni sotto i riflettori internazionali per via di una grande importanza strategica sia a livello commerciale che militare. Gibuti, a guardare la cartina, sembra un puntino schiacciato dai vicini giganti verso il mare, un paese quasi anonimo fino però alla sua estremità in cui si affaccia verso il golfo di Aden, lì dove sorge la sua omonima capitale, città che appare come un improvviso cuore pulsante nel bel mezzo del corno d’Africa. Su ottocentomila abitanti della nazione, seicentomila stanno proprio in questa città, la cui posizione spiega molto bene il perché dell’importanza di questo piccolo paese africano se è vero che il suo porto dista ad appena 20 km dallo Yemen e dalla penisola arabica. E’ qui che da anni convergono tanti nodi focali della storia recente africana; dalla lotta alla pirateria, al contrasto di Al Shabab in Somalia, dalla guerra tra Etiopia ed Eritrea di inizio anni 2000, alla questione legata al Sud Sudan, per non parlare del fatto che il porto di Gibuti è l’unico sbocco a mare per l’Etiopia e per la sua capitale Addis Abeba, visto che con Asmara i rapporti non sono affatto buoni ed a Mogadiscio da 25 anni a questa parte non c’è un vero governo con cui trattare. Adesso Gibuti si appresta a balzare agli onori della politica internazionale, per un altro fatto decisamente storico: è qui che la Cina sta costruendo la sua prima base militare fuori dai suoi confini.

Nello scorso mese di maggio, Ismail Omar Guelleh, presidente di questo piccolo Stato in carica dal 1999, ha annunciato lo storico via libera a Pechino per la base militare; non che da queste parti non abbiano mai visto un militare straniero, anzi: Gibuti viene definito come ‘caserma d’Africa’, in questo Stato vi sono i francesi dal 1977 (anno dell’indipendenza da Parigi), gli americani dal 2002, svariati altri contingenti europei per la lotta alla pirateria, persino un contingente italiano è di stanza a pochi chilometri dal porto della capitale. Una piccola grande caserma del continente nero, segno e testimonianza dell’importanza strategica e geopolitica di Gibuti di cui si è accennato prima; adesso tocca a Pechino, non senza l’irritazione a stelle e strisce. La Cina ha intenzione ufficialmente di dare una semplice base logistica alla propria flotta composta da 60 navi, che da anni è impegnata nel sorvegliare il golfo di Aden; del resto, buttando sempre l’occhio sulla carta geografica, capire l’importanza strategica di questa missione per Pechino è molto semplice: le merci che partono dalla terra del dragone e che sono dirette in Europa, devono per forza passare di qui per raggiungere il Mar Rosso ed il Canale di Suez. La Cina da anni è per questo motivo impegnata nel contrasto alla pirateria, che dalla fine degli anni 2000 è una piaga per tante navi commerciali e non che transitano da questa parte del pianeta; dunque, la base militare di Gibuti si presenta come una mera circostanza tecnica volta al supporto logistico dei militari cinesi da tempi già presenti in zona. Ma in realtà, pare esserci molto di più; la Cina da 15 anni a questa parte sta investendo miliardi di Dollari in Africa: dall’Angola (dove di fatto ha ricostruito di sana pianta la capitale Luanda), alla Nigeria, dal Kenya alle stessa Etiopia, non c’è un grande paese africano senza la presenza di un’impresa cinese o di investimenti ricollegabili a Pechino. La costruzione di una base militare a Gibuti, è bene ribadire nuovamente che essa è la prima fuori dai confini nazionali per la Cina, appare come il ‘sigillo’ del Dragone nel cuore dell’Africa; Pechino c’è, adesso anche militarmente ed è pronta ad esercitare in questo immenso continente il suo ruolo di potenza. Non solo tutela per i propri investimenti, ma anche implementazione della propria presenza militare all’estero e quindi legittimazione del proprio ruolo internazionale dinnanzi alla diplomazia.

Interessi economici, ma anche militari di medio e lungo periodo; la costruzione di una base militare all’estero per la Cina, vuol dire effettuare un deciso salto di qualità in ottica futura. Del resto, sono tante le questioni in ballo che interessano il governo del presidente Xi Jinping in questa fetta di terra a cavallo tra l’Africa ed il medio oriente, trasformatasi in maxi caserma; si è detto prima delle motivazioni di carattere prettamente economico, ma la Cina inizia ad intuire che deve difendersi tanto in Africa quanto in medio oriente dal terrorismo jihadista ed in particolare dallo stesso ISIS. In molti vedono la costruzione di una base militare in terra africana, come un chiaro segnale delle istituzioni di Pechino di scendere in campo fuori dai propri confini per la difesa della sua sicurezza interna; proprio in Africa, precisamente nel Mali, a fine 2015 un ostaggio cinese è stato ucciso per mano di terroristi che hanno rivendicato per il califfato l’esecuzione: è chiaro che se la Cina lascia passare il messaggio che i suoi cittadini nel continente nero non sono adeguatamente difesi, molti lavoratori cinesi presenti in Africa rischierebbero di essere nel mirino di tanti gruppi terroristici.

Da non sottovalutare la questione ricollegabile direttamente all’ISIS; in Siria ed Iraq, sono registrati tra le fila del califfato diversi cittadini cinesi provenienti dalla provincia dello Xinjang, ossia la regione abitata in prevalenza dagli Uiguri, etnia turcofona di fede islamica in cui le sirene dell’estremismo hanno dimostrato negli ultimi anni di essere molto forti, sfruttando un sentimento anti Pechino radicato in diversi strati della popolazione locale. Appare chiaro come i terroristi di origine cinese, una volta entrato in difficoltà il califfato tra Siria ed Iraq, potrebbero tornare in Cina proprio per mettere pressione a Pechino e trasformare lo Xinjiang in una piccola ‘Cecenia’ cinese; questo i quadri dirigenti cinesi non lo sottovalutano, dunque la presenza militare a Gibuti può essere interpretata come una prima forte presa di posizione militare contro il terrorismo. Insomma, tra interessi economici, militari, diplomatici e di sicurezza, la base militare cinese nel cuore del corno d’Africa appare avere molteplici significati, tutti riferibili in generale alla preparazione di Pechino al salto di qualità sullo scacchiere internazionale; non a caso, gli USA non gradiscono l’accordo tra Gibuti e la Cina e guardano con sospetto a questa operazione. Del resto, un porto che si affaccia sullo Yemen e che permette il controllo di una zona di mare tra le più trafficate al mondo, può solo far gola a tutte le potenze ed il fatto che la Cina abbia il benvenuto da parte del governo locale, non è certo un qualcosa di ben digerito per i diretti concorrenti. Una cosa è certa: la Cina ha interesse ad essere sempre più presente a livello internazionale e proprio da una base così vicina al medio oriente, all’Arabia Saudita ed allo Yemen, potrebbero giungere importanti novità anche in merito un eventuale ritrovato attivismo politico e militare di Pechino sul complicato (ma importante per i cinesi) scacchiere mediorientale.