E’ martedì, in una conferenza tenuta a Mosca, che il ministro russo Sergei Lavrov ha parlato per la prima volta di un vero e proprio insediamento jihadista nel sud della Georgia. Sono ormai molteplici le conferme di vere e proprie basi di addestramento Daesh nella regione meridionale del Pankisi Gorge. Il ministro degli esteri russo ha colto l’occasione per ribadire la fermezza del proprio governo nel voler lasciare in vigore l’attuale sistema di visti stabilito tra il suo paese e la Georgia. “Il rischio terrorista è una delle ragioni per cui abbiamo deciso di rafforzare i controlli con i paesi confinanti” ha aggiunto Lavrov. Tra Mosca e Tbilisi vige un sistema particolare di richiesta visti fin dal 2000 e, considerando la nuova presenza nemica nella regione, si può affermare che la minaccia terrorista, invece che diminuire, sia aumentata notevolmente, e che quindi la scelta del governo russo di voler mantenere se non rafforzare gli attuali controlli alla frontiera sia più che comprensibile. C’è solo una differenza rispetto ai dissidi dei primi anni 2000: prima si combattevano i ceceni, ora i miliziani dell’IS. Filo comune rispetto al passato? L’Islam radicale. “Discutere un cambiamento del regime per i visti con la Georgia non ha senso in un momento come questo” ha tuonato Lavrov. “In un futuro c’è la possibilità concreta che venga instaurato un visa-free regime, ma discutere di questo ora, senza che tra le nostre delegazioni vi sia alcun rapporto diplomatico, non è qualcosa su cui dibattere”, ha quindi concluso il braccio destro di Vladimir Putin. Rapporti diplomatici che sono stati interrotti, per non dire recisi, dallo stesso governo di Tsibilisi. Difatti, come ha ricordato lo stesso ministro degli esteri del Cremlino, fu la Georgia, non la Russia, a decidere una rottura netta tra i due paesi. Effettivamente questo è indiscutibile. La Georgia interruppe le relazioni con Mosca e ritirò i suoi diplomatici dopo la guerra, durata cinque giorni, nel sud dell’Ossezia nell’agosto del 2008.

Immediata la risposta da parte del governo di Tbilisi a seguito delle dichiarazioni del ministro russo: “Per quanto riguarda le affermazioni del ministro Lavrov a proposito della regione del Pankisi Gorge, non possiamo che commentare sorpresi, essendo la suddetta regione sotto il pieno controllo delle autorità georgiane”, ha commentato Zurab Abashidze, consigliere per gli affari russi del primo ministro della Georgia. Un’ammissione da Abashidze è però arrivata subito dopo: “Dobbiamo confermare che più di 30 abitanti della zona in questione hanno abbracciato la causa Daesh e sono andati a combattere in Siria.” Deciso, ha poi commentato che tutti questi personaggi dovranno affrontare pesanti processi penali nel caso decidessero di tornare in Georgia. Glaciale il commento di Abashidze riguardo ai rapporti con l’ex URSS: “La questione del rinnovo dei rapporti diplomatici con la Russia non è per ora nella nostra agenda.”

La regione del Pankisi Gorge è terra fertilmente nemica al governo di Mosca dal 2000, quando esplose la questione cecena. Durante gli scontri tra ceceni e russi la regione del Gorge fornì spesso riparo alle forze anti-Russia: essendo confinante con la Cecenia, molti gruppi armati, dichiaratamente adepti dell’islam radicale, riuscirono a penetrare nella regione, commettendo crimini e bestialità passati alla storia per la loro efferatezza. Che ci siano effettivamente basi di addestramento dell’IS nella regione del Pankisi Gorge è ancora da appurare. Quel che è certo è che diversi esponenti dell’Islamic State siano transitati in questa zona in cerca di sgherri pronti a combattere tra le fila dello Stato Islamico. A questo punto non resta che attendere le prossime misure del Cremlino. Che la zona sud della Georgia ospiti campi di addestramento dell’IS, o che da questa partano cittadini per arruolarsi ed andare a combattere in Siria, torna difficile non aspettarsi una reazione da parte del primo ministro Vladimir Putin.