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«I popoli ogni tanto hanno bisogno di qualcuno che ricordi loro che sono popoli» diceva Andreij Rublev nell’omonimo film di Andreij Tarkovskij. Ed ogni popolo ha bisogno di riconoscersi in un preciso destino storico. Il concetto o l’idea di popolo è una nozione essenzialmente storica che differisce nettamente dal concetto “politico” di nazione. Se Vladimir Putin è stato capace ed abile nello sfruttare le opportunità che la contingenza storica gli ha offerto ridando credibilità e visibilità geopolitica alla Russia dopo la disastrosa esperienza dell’amministrazione Eltsin; Recep Taypp Erdogan ha fallito completamente nel suo compito. Nonostante la tardiva e ancora poco convinta svolta eurasiatica, Erdogan, ha fallito in primo luogo perché i suoi macroscopici errori di valutazione politica e geopolitica hanno sfaldato internamente la sua stessa comunità. Erdogan ha fallito in primo luogo nel suo progetto di costruzione del consenso attorno alla figura del capo carismatico in quanto scarsamente dotato di quella che l’antropologo russo Lev Gumiliev chiamava “passionarietà”: la capacità che hanno solo alcuni uomini di donare se stessi per una causa che non derivi da meri interessi personali e che smuova in qualche modo altri individui da una situazione di reiterata inerzia. Tale passionarietà si è dissolta nel momento in cui lo spirito di sacrificio per la comunità ha progressivamente lasciato il posto al personalistico interesse al mantenimento del potere. Erdogan, nonostante goda ancora di un relativamente vasto consenso popolare nel paese, si trova oggi a dover affrontare una situazione di profonda instabilità interna di cui lui stesso è l’artefice. E la svolta eurasiatica, nel breve periodo, intensificherà tale instabilità in quanto, come dimostrato dal vigliacco assassinio dell’ambasciatore russo Andreij Karlov ad Ankara, gli Stati Uniti, la succube Europa ed i loro nefasti alleati del Golfo non consentiranno una trasmigrazione indolore. Infatti la pista gulenista, a prescindere dagli slogan lanciati nell’istante dell’assassinio, al momento sembra la più plausibile vista la vicinanza dell’attentatore a tali ambienti, il ché conduce inevitabilmente a possibili responsabilità dei servizi segreti USA. Tuttavia l’attentato è stato rivendicato anche da Daesh (cosa che non esclude ancora una volta un coinvolgimento dell’intelligence americana) come riportato dal Site Intelligence Group della sionista (coincidenza?) Rita Katz.

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Vladimir Putin ai funerali dell’ambasciatore Andreij Karlov

È stato chiaro fin da subito che la reale vittima dell’attentato di Ankara sarebbe stata la Turchia e con essa il processo di stabilizzazione dell’area levantina che Russia ed Iran, al di là della becera retorica e propaganda occidentale, stanno cercando di portare avanti non senza difficoltà. Il fatto che questo attentato sia arrivato alla vigilia del fondamentale summit trilaterale di Mosca tra i ministri degli esteri e della difesa di Russia, Iran e della stessa Turchia, e dopo l’incontro del 6 dicembre tra Vladimir Putin ed il Primo Ministro turco Binali Yildrim, tenutosi sempre a Mosca ed in cui si è discusso di cooperazione economica e militare tra i due paesi, fa intendere che esista una precisa volontà geopolitica ad impedire non solo il riavvicinamento russo-turco, ma anche la definitiva risoluzione della crisi siriana. È altresì palese che mantenere la Turchia in una situazione di instabilità e sotto costante minaccia di rappresaglia nasconde l’intento della longa manus nordatlantica di non perdere una pedina cruciale nello scacchiere geopolitico del Levante. Erdogan non è esente da gravi responsabilità. Prima fra tutte quella di essersi fidato dell’ipocrita amministrazione Obama-Clinton che, assecondando il quanto meno improbabile progetto neo-imperiale turco di esportazione del suo modello di democrazia etico-islamica, ha lasciato campo libero alla Turchia per la destabilizzazione della Siria. Operazione che ha fatto confluire sul suolo turco una moltitudine di militanti jihadisti supportati da armi e finanziamenti delle monarchie del Golfo, alleati NATO nell’area. L’intervento russo, su diretta richiesta del legittimo governo siriano, ha sbriciolato i sogni di Erdogan, della NATO e delle monarchie wahabite. Allo stesso tempo la Turchia si è trovata a dover affrontare la recrudescenza dell’irredentismo curdo dovuto alla creazione di provincie autonome regionali nel Rojava siriano e nell’Iraq nord-orientale grazie alle volontà nordamericana di sfruttare il nazionalismo curdo come strumento geopolitico.

epa05187819 Turkish President Recep Tayyip Erdogan speaks at the Presidential palace in Abidjan, Ivory Coast, 29 February 2016. President Erdogan is on an official two-day visit to Ivory Coast. EPA/LEGNAN KOULA

Il Presidente Turco Recep Tayyip Erdoğan

È necessario a questo punto un breve excursus sulla vicenda curda. Nel 2002 Condolezza Rice presentò proprio ad Ankara il progetto nordamericano del “Grande Medio Oriente” attraverso il quale, tra le altre cose, gli Stati Uniti offrivano il loro sostegno all’eventuale creazione di un’entità nazionale curda. Fin qui niente di nuovo; gli Stati Uniti ripropongono la stessa politica coloniale delle vecchie potenze europee. Tuttavia, seguendo questo passaggio, come sostenuto dal filosofo ed esperto di geopolitica Aleksandr Dugin, i sostenitori della causa curda diventano, consapevolmente o inconsapevolmente, uno strumento geopolitico nordamericano. Lo stesso idolatrato PKK, che a dire il vero è più legato a modelli ideologici anarco-insurrezionali che al marxismo-lenismo, nonostante il propedeutico legame con l’URSS durante la guerra fredda, oggi ha totalmente accettato il ruolo di strumento nordamericano per la destabilizzazione interna della Turchia. Compito che ben si spartisce con la rete terroristica FETO legata al predicatore milionario, ex amico ed alleato di Erdogan nell’ascesa al potere dell’AKP, Fetullah Gulen che, guarda caso, ha optato tempo fa per l’auto-esilio negli Stati Uniti. 

L’analista geopolitico Hakan Karakut ha suggerito alcune ragioni per le quali la Turchia, dal fallito golpe contro Erdogan ad oggi, sia stata costantemente sotto attacco terroristico. Il primo motivo è ovviamente legato alla svolta eurasiatica di Erdogan ed all’avvicinamento della Turchia alla Shanghai Cooperation Organization; scelta dettata anche dalla subalternità politica europea che ha congelato i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’UE e dal rifiuto statunitense all’estradizione di Gulen. A questo proposito è veramente paradossale vedere come l’Europa abbia sorvolato sull’aperto sostegno turco ai gruppi jihadisti in Siria ma non abbia potuto accettare la svolta autoritaria di Erdogan. In questo si può leggere principalmente la volontà francese e britannica di usare Erdogan come pedina per la loro politica neo-coloniale in Siria. Politica che ha avuto esiti altrettanto fallimentari, con buona pace degli sproloqui umanitaristici dell’intellighenzia transalpina per il presunto salvataggio di Aleppo. Cina e Russia hanno già espresso il loro favore all’interessamento turco, e la proposta turca di assumere il ruolo di presidenza dello SCO Energy Club è stata ufficialmente accettata, nonostante la Turchia al momento abbia solo lo status di “dialogue partner”. Il secondo motivo è il fatto che la stessa Turchia abbia suggerito a Russia, Cina e Iran (importanti partner commerciali) di effettuare scambi commerciali nelle rispettive valute nazionali; operazione che metterebbe in serio rischio l’egemonia monetaria del dollaro. Il terzo motivo è la progressiva fine del supporto turco al jihadismo in Siria. Scelta che, insieme al rinnovato dialogo turco con l’Iran sciita, ha scatenato le ire delle monarchie del Golfo. E proprio in Turchia, a Dolmbahçe, il 14 ottobre di quest’anno si è tenuto il IX Consiglio Islamico dell’Eurasia a cui hanno preso parte i muftì di trentatré paesi; con la sola esclusione dei rappresentanti della setta wahabita saudita considerata principale sostenitrice del terrorismo internazionale. Ed il concilio si è svolto nel nome della “solidarietà di fronte alla strumentalizzazione dell’Islam e della religione”.

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Iran Russia e Turchia si sono incontrate per trovare una soluzione comune al conflitto siriano

Detto questo, la suddetta svolta eurasiatica è ancora in nuce in quanto la Turchia è ancora profondamente dipendente sia economicamente che militarmente dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Ed i roboanti proclami di Erdogan riescono solo in parte a mascherare l’incertezza con la quale la Turchia si sta muovendo in ambito internazionale. Tuttavia i recenti sviluppi sembrano suggerire dei possibili esiti positivi nel processo di stabilizzazione della Siria e nella normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Russia.
Infatti, con altrettanta buona pace di coloro che speravano di vedere nell’ex poliziotto Mevlut Mert Altintas un novello Gavrilo Princip, l’evoluzione dei rapporti tra Russia e Turchia si sta incanalando nel corretto binario. Ed il fatto che il summit trilaterale di Mosca non sia stato ulteriormente posticipato è la più evidente dimostrazione del sincero interesse delle parti coinvolte a risolvere definitivamente la questione siriana. Come ha affermato il Ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov:

«C’è la precisa volontà di dialogare nello specifico per la risoluzione congiunta della crisi mentre l’Occidente si limita a fare solo retorica e propaganda».

Dal canto suo il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha ribadito che la Turchia è disposta a rivedere la sua posizione in merito al supporto alla cosiddetta “opposizione siriana”. Dopotutto Turchia e Siria, almeno fino al momento dell’aggressione imperialistica alla Repubblica araba, sono stati per anni ottimi alleati e partner commerciali e si potrebbe discutere anche sul come ed in quali termini ricostruire tale rapporto. Inutile dire che l’intensificazione del dialogo e della cooperazione tra Turchia, Russia ed Iran in materia sia economica che militare spaventi non poco la NATO. È altresì ovvio che un eventuale scambio di dati sensibili per ciò che concerne l’intelligence, argomento di cui si è discusso e sul quale la Russia, soprattutto dopo l’assassinio di Karlov, farà non poche pressioni alla Turchia, è percepito come una potenziale minaccia in primo luogo perché la Turchia è ancora membro del Patto Atlantico; in secondo luogo perché potrebbe ulteriormente smascherare il gioco sporco dell’Occidente in Siria nel momento in cui la presenza di agenti segreti stranieri ad Aleppo est è stata apertamente dimostrata durante l’ultima conferenza stampa dell’ambasciatore siriano all’ONU Bashar al-Jaafari.

Nomi e nazionalità degli operativi stranieri trovati ad Aleppo est

Il vertice di Mosca è arrivato anche in un momento in cui l’opinione pubblica turca inizia a percepire in modo positivo il riavvicinamento alla Russia. Una ricerca svolta dall’A&G research company ha recentemente mostrato che orientativamente l’83% della popolazione turca non considera gli USA come un alleato; mentre il 61% non considera la stessa Unione Europea come potenziale alleata. Al contrario il 66% vede con favore il progressivo avvicinamento alla Russia. É chiaro che il vertice trilaterale di Mosca rappresenti una concreta risposta al modello geopolitico nordatlantico basato sulla diffusione dell’instabilità come sistema di controllo. Questo le cancellerie occidentali, così come i loro alleati wahabiti, non lo possono sopportare. In questo contesto l’unica possibilità per Erdogan, le cui responsabilità politiche nella crisi siriana restano enormi, è quella di continuare con decisione nella svolta eurasiatica, accettando ogni potenziale conseguenza che questa comporterà; ad esempio una ulteriore intensificazione delle attività terroristiche sul suolo turco. È altresì evidente che la sua quasi totale incapacità di autocritica comporterà una ulteriore stretta autoritaria di cui la riforma costituzionale è solo il preludio. Ma, dopotutto, l’autoritarismo diventa quasi necessario se, come sembra, la sua volontà di mantenere ben salda la sua posizione è maggiore rispetto a quello spirito di sacrificio che un vero leader dovrebbe avere nei confronti della sua comunità.