Migliaia di armeni provenienti da ogni parte del Mondo, hanno partecipato alla messa in ricordo del genocidio armeno organizzata dal Vaticano in occasione del centenario della tragedia. Fu genocidio, ha detto Papa Francesco davanti ad una platea che comprendeva oltre ai due catholicos armeni Karekine II e Aram I, anche il presidente della Repubblica caucasica Serzh Sargsyan. “La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana”. Parole che hanno irritato, e non poco, la Turchia portando il governo a convocare il rappresentante diplomatico della Santa Sede per protestare contro le parole del Pontefice, definendole “discutibili sotto tutti i punti di vista”. Già perché la querelle su quello che gli armeni definiscono Metz Yeghèrn, il grande male, è soprattutto una battaglia dal forte significato politico. Da una parte la Turchia del presidente-sultano Erdogan, che si rifiuta di considerare la tragedia perpetrata dai “Giovani Turchi”, con l’aiuto di alcune brigate curde e di ufficiali tedeschi, nei confronti del popolo armeno, un genocidio; dall’altra almeno 22 paesi, inclusi Italia, Iran, Russia, Siria, Germania, che riconoscono quella violenza come genocidio. La battaglia tra armeni e turchi si gioca anche sui numeri. Ankara sostiene che a morire furono in non più di 500mila uccisi più che altro dalla guerra e dalla fame, l’Armenia dal canto suo afferma che fu uno uno sterminio pianificato a tavolino e che vide la morte di almeno un milione e mezzo di persone. Nonostante le timide aperture nei confronti della comunità armena dello scorso anno, il presidente Erdogan, alle prese con mille problemi interni, ha alzato il tiro proprio in vista del centenario.

Lo stesso ministro degli esteri Cavusoglu, rimarcando la posizione negazionista del suo governo, ha puntato il dito sulla “lobby” armena che punterebbe, guarda caso, alla destabilizzazione della Turchia. Il complotto ancora una volta. Erdogan ha poi addirittura sfidato gli armeni a “tirare fuori i documenti”, organizzando anche in contemporanea con le commemorazioni che si terranno il 24 aprile nella capitale armena, una celebrazione per ricordare la vittoria ottomana nella battaglia di Gallipoli del 1915, una chiara provocazione. A presenziare invece all’incontro che si terrà a Yerevan , ci saranno quasi tutti, a partire dal presidente russo Putin, passando per una delegazione del parlamento iraniano. Anche Israele ricorderà il genocidio, e lo farà sempre nella giornata del 24 aprile con una cerimonia presso il Santo Sepolcro di Gerusalemme alla quale presenzierà il presidente Rivlin, che, nonostante lo Stato ebraico non riconosca ufficialmente il genocidio, non ha esitato a farne più volte riferimento. Ma che significato ha per questi, ed altri paesi, ricordare il genocidio degli armeni? Nell’irrisolta querelle tra Ankara e Yerevan le cancellerie mediorientali sembrano quelle più coinvolte nel dire la propria. Alla base ci sono sicuramente ragioni di memoria storica è infatti innegabile quello che avvenne cent’anni fa ai danni del popolo armeno, vittima di una potenza in declino e dell’indifferenza, e checché ne dicano i turchi quei morti esistono ed è dovere in primis del governo del loro paese prenderne atto e riconoscere il genocidio. Oltre alle questioni di carattere storico vi è però una dimensione che forse ha molto più peso ed è quella politica.

In questi anni la politica estera anatolica ha provocato più danni che altro nel complesso scacchiere mediorientale, dal supporto ai Fratelli Musulmani, passando per il contributo non indifferente dato nella distruzione della Siria, la Turchia si è fatta più nemici che amici. Non è un caso infatti che a battere sul genocidio armeno siano quei paesi maggiormente danneggiati dalla politica “zero problemi con i vicini” teorizzata dal poliedrico ex ministro degli esteri, ora promosso primo ministro, Davutoglu. Ad esempio la Siria, paese letteralmente distrutto anche dalla visione delle relazioni internazionali turca, non ha esitato a paragonare, anche a ragione, lo sterminio armeno ai massacri da parte dei jihadisti, sui quali la Turchia ha chiuso più di un occhio. Il riconoscimento del genocidio armeno quindi, prima di essere una questione di giustizia storica, è un fatto squisitamente politico e strategico. La diatriba in atto è una fotografia perfetta dello scacchiere mediorientale. Da una parte la Turchia e dall’altra tutto il mondo non sunnita. Almeno su questo, insomma, Iran e Israele sono dalla stessa parte della barricata.