di Dario Zumkeller

Mancano pochi mesi dalle elezioni per il nuovo Presidente degli Stati Uniti D’America. I candidati sono Donald Trump per il Partito Repubblicano e Hillary Clinton per il Partito Democratico. I due concorrenti hanno visioni opposte sulla direzione geopolitica da seguire durante il loro mandato. Donald Trump, proveniente dal filone teorico del realismo politico, intende ridurre il peso imperialista a stelle e stricie e di “gendarme del mondo” che gli Usa hanno intrapreso per tutto il XX secolo, per la costruzione di rapporti diplomatici distensivi con i paesi “canaglia” così considerati dal precedente presidente repubblicano George Bush Junior. Al contrario, Hillary Clinton è per la continuazione della politica estera di Obama, per l’esportazione del modello liberal-democratico nel mondo, e per la conservazione dell’egemonia americana nel globo per la costruzione del “nuovo secolo americano”.

Secondo Leonid Savein (2016), la Grande Strategia geopolitica degli USA è stata fin da ora come un ombrello che nascondeva tutte le reali strategie, operando attraverso azioni militari, diplomatiche, finanziari, commerciali, e psicologiche, in relazione agli interessi nazionali.

Il sociologo Luis Coser (1956) nel suo libro “The Function of Social Conflict”, in cui tratta dell’intensità e della violenza dei conflitti sociali, descrive il concetto di “obiettivi trascendentali”. Essi sono i reali obiettivi, nascosti e celati, da un gruppo o da un organizzazione. Un esempio è la guerra in Iraq nel 2003 contro Saddam Hussein, che aveva come obiettivo manifesto, la guerra al terrorismo islamico e la distuzione delle armi di distruzione di massa, mentre gli obiettivi nascosti erano puramente economici ed imperialisti, come l’appropiazione delle risorse petrolifere dell’Iraq, secondo produttore mondiale di petrolio.

Il ruolo della Grande Strategia per gli USA è stato quello di usare tutte le azioni possibili per indebolire il paese o il nemico da sottomettere per salvaguardare gli interessi nazionali.

Il paradigma della Grande Strategia geopolitica non è monodimensionale. Esso è formata da cinque  direzioni:

  • Neo-isolazionismo
  • Impegno selettivo
  • Internazionalismo Liberale
  • Supremazia
  • Impero

Il Neo-isolazionismo è la via che vorrebbe perseguire il candidato repubblicano Donald Trump, ovvero, la direzione della non-ingerenza degli Usa verso gli altri paesi, e la riduzione, se non la sospensione dei programmi militari americani al di fuori del paese. La presenza militare americana all’estero, aveva un significato dovuta  alla minaccia sovietica nell’era della Guerra Fredda. Nei tempi odierni, non c’è più la necessità di mantenere basi militari operative in Europa e in Asia. Risulta difficle non pensare negativamente se l’emergere del terrorismo islamico e del pericolo dell’egemonia della nuova Russia Putiniana (sopratutto dopo la crisi Ucraina), sia una giustificazione per l’allargamento della Nato nell’Europa dell’Est, e per il mantenimento della presenza militare Usa nel mondo. Donald Trump sarebbe favorevole ad una riforma radicale della NATO, per la costruzione di un ideologia multipolare delle relazioni internazionali.

La direzione dell’Impegno Selettivo è meno radicale della prima. Esso intende preservare la presenza militare americana nei paesi strategicamente rilevanti per gli interessi nazionali, ma con l’esclusione di ogni intervento militare difensivo nei confronti di tali paesi. Questa strategia darebbe il consenso alle proposte di riforme costituzionali di Shinzo Abe in Giappone. L’obiettivo del premier è la modifica dell’articolo 9 della Costituzione, imposta dagli americani dopo la disfatta giapponese nella seconda guerra mondiale, nel quale vietava la ricostruzione di forze armate di terra, mare, ed aria, e il non riconoscimento al diritto di belligeranza. Agli USA è ancora oggi affidato il compito di difendere il Giappone in caso di aggressione militare esterna. La strategia dell’Impegno Selettivo applicata al caso giapponese, prevederebbe l’annullamento dell’impegno statunitense alla difesa del paese, senza compromettere la presenza delle loro unità militari nel territorio.

L’Internazionalismo Liberale è la strategia condotta dal Partito Democratico, da Bill Clinton a Barack Obama. Essa stabilisce la difesa della supremazia occidentale in coalizione con altri paesi. La NATO è il prodotto di questa strategia. L’Internazionalismo Liberale crede nell’esportazione della democrazia liberale nel mondo e per la costruzione del mondo globale liberal-democratico, o come la definisce Mary Kaldor (2003) docente di Global Governance alla London School of Economy, della “società civile globale”, intesa come un sistema di governo globale he garantisca la sicurezza internazionale attraverso il dialogo e le leggi.

I fatti storici dimostrano il contrario dell teoria di Mary Kaldor. La sicurezza internazionale è garantita attraverso conflitti armati e sviluppo di nuovi armamenti. Il Multilateralismo adottato dall’amministrazione Obama, in cui definisce la priorità nella cooperazione e nell’assistenza verso certe organizzazioni per il consolidamento della democrazia, dimostrano la continuità intransingente della strategia internazionale liberista. L’esempio evidente sono il mantenimento delle truppe americane in Afghanistan, i bombardamenti in Libia, il conflitto siriano, il colpo di stato in Ucraina, la guerra nel Donbass, la crisi diplomatica con la Federazione Russa, l’allargamento della presenza NATO nell’Europa dell’Est,  il tentativo del colpo di stato in Turchia avvenuto recentemente.

L’Internazionalismo Liberale comporta la conseguenza estrema della superiorità, e della difesa dell’egemonia americana per un mondo unipolare.

La Superiorità è un concetto caro ai nazionalisti e ai neo-conservatori americani, ovvero i teorici del “nuovo secolo americano”, come Alan Greenspan (ex presidente della Federal Bank), o Victoria Nuland (membro del Dipartimento di Stato Americano). O come lo storico Max Boot (2003) il quale sostiene che l’imperialismo americano è stato un gran bene per il mondo nel secolo precedente. Loro considerano come minaccia all’egemonia americana, le potenze emergenti dei paesi BRICS; la Cina, l’India, la Russia, il Brasile. Ogni azione convenzionale e non, è necessaria contro chiunque voglia ostacolare l’imperialismo USA nel mondo. Tra le azioni non convenzionali, l’informazione manipolata e quella informatica, sono tipi nuovi di “armi” che gli USA utilizzano insieme alla forza militare ed economica. Essi sono definiti come strumenti di “soft power”, un potere, che in termini Faucaultiani, transita attraverso gli individui in maniera silenziosa. La manipolazione delle informazioni da parte delle multinazionali mass-mediatiche sono capaci di destabilizzare l’ordine sociale di un paese, anche alleato e neutrale, e creare il terreno per rivolgimenti politici. Le guerre informatiche con attacchi ai sistemi di rete e ai server di organizzazioni governative sono strumenti di minaccia o di avvertimento verso quei paesi non allineati al potere americano.

Come ultima direzione c’è l’idea dell’Impero. I sostenitori dell’Impero americano considerano il risultato vittorioso della fine della Guerra Fredda come rafforzamento del potere imperiale, dell’ordine americano, il quale ciò che è positivo per l’America, è positivo anche per gli altri. Secondo questa direzione geopolitica, la comprensione delle differenze culturali e storiche, e dei diversi interessi degli altri paesi, è totalmente assente. Globalizzazione significa Americanizzazione. Quindi, tutte le guerre condotte dagli USA negli ultimi venticinque anni sono stati compiuti per il bene del mondo timbrato con il logo a stelle e striscie.

In conclusione, le cinque direzioni della Grande Strategia evidenziano le future azioni dei rapporti internazionali che la nuova amministrazione della Casa Bianca potrebbe percorrere dopo le elezioni. Il periodo storico attuale è caratterizzato da eventi caotici, confusi, tra cui gli ultimi, come la Brexit, gli attentati in Francia, il colpo di stato in Turchia, la guerra nel Donbass, dimostrano che l’egemonia occidentale giudata dagli Stati Uniti si sta sgretolando, e che una considerevole parte dei vertici del potere internazionale richiede un radicale cambiamento nei loro rapporti.

Che lo slogan “Americanismo, non globalismo” di Donald Trump, al suo discorso di Cleveland, per la nomina di candidato per il Partito Repubblicano alla Casa Bianca, diventì realtà.

 

Leonid Savein (2016)  US Grand Strategy  http://katehon.com/article/us-grand-strategy

Luis Coser (1956)  The Functions of Social Conflict. New York: The Free Press

Mary Kaldor (2003)  Global civil society: an answer to war, Polity Press, Cambridge, USA.

Max Boot (2003)  US imperialism – a force for good, National Post, 13 Maggio 2003